AA. VV., Che cosa vuol dire morire, a c. di DANIELA MONTI, Torino, Einaudi 2010, pp. 168, 15 € | Lorenzo Franceschini
Un libro molto importante, quello pubblicato da Einaudi, perché s’interroga su uno dei grandi tabù della nostra società, la morte, non da un punto di vista medico o religioso – prospettive che ormai siamo stati abituati a subire quasi quotidianamente –, ma da un’angolazione di carattere filosofico. La curatrice del volume, Daniela Monti, partendo dalla constatazione che «davanti alla morte non esistono idee rassicuranti» (Introduzione, p. V), afferma con convinzione cheoggi abbiamo bisogno di una nuova teoria della morte. Casi come quello di Eluana Englaro ci hanno mostrato quanto la morte moderna sia «avvinghiata alla tecnica» (ivi, p. VI) e ci pongono il problema di quale sia il segno esteriore che possa farci vedere con incontrovertibile chiarezza che un essere umano ha cessato di vivere.
Nel caso Englaro, la Chiesa e la politica hanno fatto sentire ripetutamente la loro voce, ma i filosofi no, quasi mai. Eppure, proprio la filosofia ha posto per prima quelle domande che ancora oggi più spesso ci poniamo di fronte alla morte: che cos’è morire oggi? Come ci si può preparare alla morte? È utile farlo? La necessità avvertita dalla curatrice del volume, che si occupa delle interviste rivolte ai filosofi presenti nel volume (Giovanni Reale, Remo Bodei, Emanuele Severino, Vito Mancuso, Aldo Schiavone, Roberta De Monticelli), è quella di non considerare più la morte come qualcosa con cui fare i conti solo all’ultimo minuto, sperando magari che ci colga all’improvviso, ma come un evento a cui dobbiamo prepararci giorno per giorno, in una dialettica con la nostra finitezza che dia senso anche alla nostra esistenza.
Un libro importante, dicevo, anche perché, senza pretendere (per una volta) di dare precetti o scagliare anatemi, tratta di un problema centrale per l’uomo inserendolo nel panorama esistenziale contemporaneo, in cui la morte non è più un evento naturale e indipendente dal volere umano, ma è sempre più legata alla scelta del soggetto, e quindi entrata nel dominio dell’etica. Con questi presupposti si apre il libro, e con la convinzione che la morte resta un oggetto «inafferrabile e indicibile» e che riflettere sulla morte – sulla propria morte – per il grande filosofo è un’illusione» (p. XV).
Riassumeremo qui la posizione di uno dei pensatori presenti nel libro, per dare un’idea della profondità e dell’originalità delle riflessioni suscitate da Daniela Monti. Aldo Schiavone afferma che in un futuro ormai prossimo avverrà una svolta completa nel modo di vedere la morte rispetto ai tempi passati: presto, dice il filosofo, «saremo sempre più noi stessi a decidere quando, come, e, in un futuro più lontano, addirittura se morire» (p. 6). Questo sviluppo, riconosce Schiavone, non sembra però sorretto da un’etica, una politica e un diritto adeguàti, in grado cioè di garantire «trasparenza e controllo democratico sulle procedure e i risultati della ragione scientifica» (p. 10). Per Schiavone è necessario ripensare e accrescere «il senso e gli strumenti della nostra responsabilità» (ibidem), all’interno di quello che il filosofo chiama un «nuovo umanesimo – un umanesimo della post-naturalità» (ibidem). Schiavone, molto interessato al dibattito interno alla Chiesa cattolica, auspica la sua totale rinuncia al potere secolare, abbandonando altresì le sue vane battaglie contro la scienza e concentrandosi piuttosto a recuperare la vera e più pura essenza della religione: l’amore. Riscoprendo la forza del messaggio evangelico, la Chiesa può abbandonare le sue crociate per la sacralità della vita (considerando poi, che, finché ha potuto farlo, la Chiesa non ha esitato imprigionare, torturare e uccidere chi non le andasse a genio), senza paura di trovarsi indebolita.
Non riassumeremo qui tutte le posizioni dei filosofi presenti nel volume, ma invitiamo senz’altro alla lettura di un testo che, nella molteplicità dei punti di vista, tenta di accompagnare il lettore verso la composizione di un punto di vista sull’evento più inaccettabile della nostra esistenza terrena, quello della sua totale e definitiva negazione.

