È morto giovane Tommaso, ed oggi indossa un completo blu. Viveva ancora a casa coi genitori anziani ed era figlio unico. Ora il suo corpo è adagiato sul letto, disteso e composto, coi piedi  appoggiati a un cuscino di velluto. Il volto è già plastificato. Gli zigomi sono flosci e ha le palpebre violacce. La stanza è mezza vuota, parenti e amici sono fermi in corridoio, o  in salotto. Lo sguardo di chi si avvicina al letto per portare cordoglio è risucchiato dalla cavernosità delle narici incredibilmente larghe, quasi slabbrate. È tutto il naso a sembrare più gonfio ora che è vuoto del respiro.

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Quattro signori tengono la cassa sollevata e curvi sotto il suo peso scendono i gradini delle scale, una rampa dopo l’altra. Fuori brilla il sole di aprile,  amici e parenti aspettano in strada radunati in piccoli gruppi. Gli uomini indossano occhiali da sole, le donne hanno il trucco sfatto. L’autofunebre ferma davanti casa ha il portellone sollevato. Dentro il suo vano, appoggiati sul pianale di cristallo, traboccano mazzi di fiori bianchi e corono infiocchettate di coccarde. Il feretro arriva sul fondo delle scale, ora i quattro signori lo portano fuori dal portone. In strada c’è chi si fa il segno della croce, si sente qualcuno che non trattiene un gemito di pianto. Ci sono anche due bambini, i piccoli cugini del morto. Guardano la cassa scivolare sul carrello dell’autofunebre e entrare nel vano, tutto imbottito di pelle. Osservano per la prima volta, esterrefatti, questo miracolo della meccanica.

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Il corteo si sposta a passo d’uomo verso la chiesa, avanza fra le mura mattonate, i vasi di coccio alle finestre, le antenne sui tetti, i cartelloni appiccicati ai muri, le macchine parcheggiate e la gente ai bordi delle strade immobile che attende il passaggio del carro. Qualcuno si fa il segno della croce, altri sembra che osservino la morte rassegnati, spaventati, senza sapere cosa pensare.  «Hai visto, è il figlio di Anna e di Antonio. Se lo portano al campo santo». «Gesù mio, che disgrazia, povero figlio. Un giorno c’era e l’altro non c’è più». «Andare in giro di notte, ecco cosa succede. È morto scivolando in una curva, e andato giù per un dirupo, con la macchina e tutto». «Che disgrazia, povero figlio, povero Tommaso». «L’hanno trovato il giorno dopo»  «Tutto fracassato». «Si sentivano le urla della madre fin in mezzo alla piazza». Tre donne sono ferme sull’uscio di un negozio di piante e guardano e parlano fra loro appena la piccola processione è sfilata via. In paese anche i lutti più atroci si ritualizzano in una galleria di pose. Le donne anziane covano in grembo il corpo di tutti i morti.  Gli uomini ingrassano, anno dopo anno,  attorcigliati in se stessi.

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Il prete è a bordo dell’autofunebre e scandisce il rosario al microfono. La sua voce gracchia amplificata dagli audio diffusori. Recita la prima parte delle preghiere e poi un coro di vecchie fa eco alla sua litania. Appena il rosario termina  si sente nitido lo scrocchio dei piedi sul sagrato ghiaiato della chiesa. Poi il rintocco delle campane inonda tutto, entra per un momento dentro il cervello. Quattro uomini sollevano la bare di legno e la portano dentro,  la dispongono nel mezzo della navata. Le vetrate , in alto, irraggiano una luce opaca e policroma. Lassù c’è un grande mosaico intessuto con una miriade di schegge colorate che narra le scene del Vecchio e del Nuovo Testamento. I corpi sono tozzi, assemblati con pezzi di vetro azzurro. Un uomo e una donna si tengono la testa fra le mani.  Sono nudi e intorno a loro fiammeggiano lingue di rosso, di viola e d’arancione. Il prete legge Ezechiele, legge di un campo pieno di ossa bianche e inaridite. Ma le ossa per volere di Dio tornano a muoversi, si ricompongono una con l’altra. I femori si rinsaldano al bacino, le costole alla spina dorsale, le mascelle ai teschi. Sopra  le ossa aride crescono i nervi e i muscoli e poi la pelle. Spuntano come fiori, crescono come piante e rimpolpano i corpi. Il prete scende dall’altare e dondola il turibolo e sparge l’incenso. L’odore dolciastro si mescola a quello degli aliti fetidi degli anziani e del profumo intenso che le signore si sono spruzzate sulla pelle. Qualcuno, incidentalmente, pensa al gas della putredine che fermenta nelle carni del morto. Ora c’è la lettura del nuovo testamento: “Io sono la vera Vite e il Padre mio è il vignaiolo. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio  e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato”. Il prete ha la pelle bianca e molliccia di chi combatte notte dopo notte con le tentazioni di Satana. Il suo corpo, se lo si potesse annusare da vicino, odorerebbe di carta bagnata. Davanti all’altare, il feretro ricoperto di mazzi di fiori e di corone sembra galleggiare sul pavimento.

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Poi la messa finisce, caricano di nuovo la bara nel vano dell’autofunebre e il corteo riparte silenziosamente. Le strade del paese sembrano vene attorcigliate in un unico corpo stanco. Anna e Antonio non parlano con nessuno. Il volto di lei è grigio e rugoso. Lui ha gli occhi rossi e tenta di rimanere dritto, di camminare con passo eretto. Sembra invecchiato, di colpo, di venti anni. Due ciuffi di capelli biancastri gli pendono come becchi sopra le orecchie,  fluttuano qua e là accarezzati dal vento. Sotto, sull’attaccatura delle labbra, gli si è incrostato qualcosa,  forse è un piccola filamento giallognolo di muco colato nel pianto e rappresosi al primo refolo di aria ghiacciata fuori la chiesa. Anna e Antonio  salgono in una automobile, sono troppo stanchi per arrivare a piedi fino al cimitero. «Se ne è andato via alle tre. E non me ne sono accorto quando è partito». «La sua schiena si è rotta, si è spezzata». «La festa non era ancora finita». «Io Tommaso non l’ho visto, quando se ne andato». «Nemmeno io, si è volatilizzato». «Dovevamo fermarlo». I suoi amici restano quasi in disparte mentre la bara scivola nel vano dell’autofunebre. Si sentono sporchi perché loro quella sera l’hanno visto per ultimi, hanno bevuto tutti assieme, si sono versati reciprocamente bicchieri di vino. Ma oggi vorrebbero solo tornare indietro, vorrebbero cancellare quella festa e annullarla. Fare in modo che non si fosse tenuta mai. Che quel salone, quella sera, fosse rimasto chiuso, sbarrato, vuoto. Senza pezzi di pizza sui tavoli, né patatine dentro le ciotole, né bicchieri di plastica e bottiglie di vetro sul tavolo, né nuove ragazze da conoscere, o compagni di paese con cui chiacchierare ed esplodere in risate liberatorie.  Ora vorrebbero annullare tutti i momenti di quella notte rimasti appiccicati sulla memoria, cavarli via dal cervello.  Spegnete le luci, riavvolgete il nastro del tempo. Ricacciate questo funerale nell’antro da dove è uscito.

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Arrivano al cimitero, varcano il suo cancello, piccoli viali attraversano una selva  di lapidi e tombe di famiglia monumentali. Ci sono i loculi, uno sopra l’altro, con centinaia di foto racchiuse in cornici ovali e attaccate al marmo bianco. Sulle foto i volti hanno occhi, fronti, capelli, nasi, guance in una infinita varietà di temi fisiognomici che paralizzano l’attenzione.  Ci sono facce nelle foto dei morti che  brillano di ironia. Altre sono spaesate e assenti. C’è la malinconia, la superficialità, la tenerezza, la timidezza. La nuvolosità o la secchezza dei capelli. Ci sono fronti piatte come un sasso di fiume, o contrite e dure come uno zoccolo.
Sotto il loculo di Tommaso ora sono rimasti solo i parenti più stretti. Anna sembra avere completamente perso la testa, è Antonio che gestisce la situazione, che regge la moglie. I custodi del cimitero girano e impastano il calcestruzzo che servirà per tappare la nicchia cimiteriale. La bara è già stata infilata nel loculo. Mentre i necrofori sospingevano il feretro, le gambe del cadavere, dentro, si sono mosse impercettibilmente, rigide come due bastoni. Cosce e femori sono state attraversate dall’ultimo vagito cinetico, prima di ricomporsi per sempre nell’immobilità dove il tempo si mangia la materia.

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Poi è sceso il silenzio, hanno tappato il loculo con la lapide. Manca la foto, ne sceglieranno una di lui al matrimonio di un suo amico, con la cravatta, l’abito bello, la brillantina, la pelle chiara e l’espressione felice di una mattina di festa. Per ora dentro la cornice c’è uno spazio vuoto. C’è il nome, in caratteri di bronzo. La serie dei numeri della data di morte disegna una sequenza ritmica assolutamente nuova nell’universo. Samuele guarda la tomba dell’amico con la cornice vuota, e pensa per un attimo allo schermo del suo computer.“Sembra come su face book, quando nel profilo manca la foto,  la faccia è una sagoma bianca su sfondo azzurro e è brutta come un cazzotto in mezzo a tutti i colori”, si dice confusamente, poi gli ritorna in mente il rumore della cazzuola che sbatteva, pochi minuti prima, sulla plastica del secchio. Era un rumore ghiaioso, grasso, che nutriva il silenzio del cimitero. Ora Samuele non sa come congedarsi e salutare. C’è anche Giacomo. Pure lui era alla festa quella sera, era un amico fin dalle medie di Tommaso. Entravano e uscivano dal salone con tutta la gente e i bicchieri di plastica e le bottiglie sul tavolo. «Naso, Naso, dove è finito Naso?» «È andato, ha preso la macchina» «Ma stava bene? Ma l’avete lasciato partire». Alcuni ridevano, anche Giacomo non si era accorto che il suo amico Tommaso, un attimo c’era e l’altro era scomparso, salito in macchina perché incazzato, nervoso, imbizzarrito, in preda alla sbornia. E poi Naso si è rotto il collo. Un attimo prima c’era la strada e la nebbia e l’asfalto scintillante per il riverbero dell’umidità, e uno schiocco di dita dopo  la terra si capovolge,  tutto è sottosopra. I frantumi, le pupille dilatate e poi un lampo e il sangue che fa una pozza nel cervello e il corpo che diventa freddo dentro la notte, giù per un campo dove non passa nessuno.  «Addio Naso – dice Giacomo fra sé e sé – Noi invecchieremo e invece tu resterai sempre ragazzo dentro i nostri ricordi. Forse ti invidio». Poi tutto finisce. Tutti tornano a casa e Tommaso rimane da solo, nel cimitero, insieme agli altri morti.