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Sintesi del percorso e delle attività del Movimento Diritti Negati (2 di 2)

[Per leggere la prima parte, cliccare qui]

Alla fine del ’93 il Comune di Roma si preparava a pareggiare i suoi conti, eliminando i contributi sociali che permettevano di sopravvivere (non proprio di vivere) a bambini e anziani in miseria, a paraplegici e pazienti psichici.

Quando la notizia fu saputa corremmo a piazza del Campidoglio. Ricordo quel giorno, il cielo era grigio e tirava un vento ghiacciato. I paraplegici erano nelle loro carrozzelle, quasi tutti ragazze e ragazze giovanissimi immobilizzati a seguito di incidenti. Uno gridava «Preferisco morire di fame in piazza che di miseria in quella tana che ho per casa.» La dottoressa Giusy Gabriele era accompagnata da alcuni dei suoi pazienti psichici in fase di avanzata riabilitazione, che distribuivano manifesti e chiedevano firme di sostegno. Ricordo che la ragazza di una scolaresca allontanò con una spinta il paziente che le porgeva il manifesto e questo se ne andò piangendo. (Da allora nessuno dei pazienti psichici partecipò più ad alcuna manifestazione). Uno dei paraplegici disse: «Stanno anche peggio di noi. Non sono proprio in grado di difendersi.»

Quando dietro incarico andai a telefonare all’Amministrazione dei Servizi sociali per dire che i paraplegici avevano deciso di iniziare uno sciopero della fame in piazza, mi fu risposto che questi erano affari dei paraplegici. In quanto ai responsabili dei tagli, dato che era l’ora di pranzo, questi andavano a mangiare…

Questo atteggiamento non fu però condiviso dal dottor Rosi, vicecommissario (allora il Comune di Roma era commissariato). Il dottor Rosi rimase sempre con i paraplegici e si adoperò in ogni modo perché riavessero i contributi. Evidentemente per una persona perbene come lui la situazione fu così traumatica e conflittuale che morì di infarto il secondo giorno delle trattative.

Laura Giuliani ed io, per il Gruppo Diritti Negati, tenevano i contatti con le istituzioni e con la stampa. Di notte facevano i turni con i paraplegici sotto un tendone di plastica zuppo di pioggia e sbattuto dal vento dietro l’angolo di piazza del Campidoglio, dove i turisti non potevano vederci. Chiedemmo ripetutamente un’ambulanza per i paraplegici in digiuno. Ottenemmo soltanto una macchina del 113 che doveva sorvegliarci a vista. Per fortuna questi giovani poliziotti, ragazzi e ragazze, si adoperarono in ogni modo per aiutare i paraplegici dimostrando di essere migliori di coloro che li avevamo richiesti.

Furono pochi quelli che vennero a darci sostegno. Oltre ai ragazzi della Caritas sempre pronti a dare aiuto, ricordo con piacere Amedeo Piva (allora con le Associazioni di Volontariato, ora Assessore ai Servizi Sociali) grazie al quale sono stati aperti a Roma ben diciannove Centri Diurni Riabilitativi.

Finalmente dopo l’intervento del Prefetto e della Segreteria del Presidente della Repubblica onorevole Scalfaro, i contributi vennero di nuovo erogati, ma con trattative estenuanti. Ad Antonio Bilotta, presidente della CABA (l’associazione dei paraplegici), offrirono di ridare interamente i contributi a paraplegici e pazienti psichici, togliendoli però ai bambini e agli anziani. Bilotta rispose che non stava digiunando in piazza per togliere il pane di bocca a bambini e vecchi in miseria.

Grazie anche alla capacità di mediazione e alla preparazione in campo amministrativo di Carlo Volpi, i contributi furono tutti riattivati.

Noi che li abbiamo vissuti non riusciamo però a ricordare quei giorni senza sentire l’amaro in bocca e la paura che governanti di quel genere possano tornare ad amministrarci.

Alberta Montanari

[Argo ha esplorato il territorio del disagio mentale nel volume 11, Il matto [sbarrato].]