Rampe di lancio doganieri nuvole e Perché non scrivo con un filo d’erba – Lorenzo Mari recensisce i due omaggi ad Alberto Nessi, il «primo dei giovani poeti» della Svizzera italiana

 

Negli ultimi anni, la letteratura svizzera in lingua italiana sembra aver ricevuto un notevole impulso, registrabile soprattutto nell’ambito della produzione poetica, grazie all’emigrazione – verso la Svizzera italiana, in primo luogo – di autori già consolidati e alla contemporanea emersione di nuove esperienze autoriali. È, dunque, nel contesto di questa particolare fioritura letteraria e culturale che si va a collocare l’iniziativa della Casa della Letteratura per la Svizzera italiana di Lugano, in collaborazione con la casa editrice Sottoscala di Bellinzona, che ha inteso omaggiare l’ottantesimo compleanno del poeta Alberto Nessi, Gran Premio Svizzero di Letteratura nel 2016, con l’antologia Rampe di lancio doganieri nuvole (2020).

Più che un Festschrift – secondo la tradizione letteraria e critica tipica dell’area germanica – si tratta di un florilegio di prose e poesie e, al tempo stesso, di un vero e proprio omaggio sentimentale verso l’autore ticinese, nato a Mendrisio nel 1940. Alle voci più riconosciute e chiaramente riconoscibili della letteratura svizzera in lingua italiana – Fabio Pusterla, Anna Ruchat, Massimo Gezzi, Laura di Corcia, Pietro de Marchi, Prisca Agustoni, Marko Miladinovic e Yari Bernasconi, per citarne solo alcuni, in un elenco provvisorio e che certamente non ha pretese di esaustività – si aggiungono, infatti, anche tanti altri scritti d’occasione di amici e sodali di Alberto Nessi, allo scopo di festeggiare non soltanto l’opera poetica ma anche i rapporti di lunga amicizia con quello che Aurelio Buletti definisce sinteticamente, ma non senza una certa precisione, come il «primo dei giovani poeti» svizzero-italiani.

Rampe di lancio doganieri nuvole ci consegna, così, il ritratto di una comunità letteraria che talvolta si rivela fortemente legata all’opera di Alberto Nessi, talvolta prescinde, in modo più o meno evidente, dai rapporti più squisitamente genealogici, in nome dell’appartenenza a una comunità, appunto, che si rinsalda nell’ascolto reciproco – qualità che, una volta lasciata alle spalle Chiasso, si sgretola e si sfalda nei mille rivoli, non di rado conflittuali, delle molteplici comunità poetiche attive sul suolo italiano.

assecondare l’onda dietro l’ombra
dove pulsa il sangue, far il casqué
sulla pedana senza cascarsi addosso

Alla luce di queste prime considerazioni, risulta forse più importante ripercorrere la traiettoria umana e letteraria di Alberto Nessi nella voce degli appartenenti alla sua comunità d’elezione, che non andare a rinfocolare dibattiti ormai esauriti, spenti o superati, tanto su un lato quanto sull’altro del confine. Come si legge in diverse parti del testo – nell’introduzione, a cura di Margherita Albisetti e Fabiano Alborghetti, o ancora nell’intervento di Roberto Cicala – è chiaro come il lavoro di Alberto Nessi sia giunto a maturazione nello stesso periodo in cui in Italia fiorivano le neoavanguardie, discostandosi, tuttavia, in modo chiaro e netto da quel tipo di posizionamento per inseguire, piuttosto, l’eredità della linea lombarda, mediata e rielaborata da figure a lui prossime, come quelle giustamente menzionate da Cicala, ovvero Franco Loi, Giovanni Orelli e Luciano Erba, insieme a un autore spesso ingiustamente dimenticato come il ligure Paolo Bertolani.

A questo proposito, un’autentica dichiarazione di poetica da parte di Alberto Nessi si può trovare, invece, nel titolo della pubblicazione a lui dedicata, sempre in occasione del suo ottantesimo compleanno, dalla casa editrice italiana Interlinea, ovvero Perché non scrivo con un filo d’erba (2020). Il richiamo e la rielaborazione – per opposizione e, al tempo stesso, per agglutinazione e incorporamento – dell’eredità whitmaniana spostano i confini della collocazione autoriale dalle aporie di una possibile ricezione in lingua italiana che è ancora troppo spesso binaria, consentendo, infine, a questi confini di rimbalzare più felicemente all’interno dell’esperienza poetica di Alberto Nessi nel Canton Ticino. In questo volume si leggono, inoltre, questi versi di Nessi:

Vuoi che noi ce ne andiamo / senza una traccia? Anche la foglia segna un’impronta nel calcare / per i ragazzi che verranno, / qualcosa rimane, non disperare.

Essi testimoniano un afflato whitmaniano che non perde mai il suo patto di fedeltà con l’elemento naturale e, anzi, proprio in virtù di questo patto può rimodularsi non soltanto verso il passato, ma anche verso il futuro.

Allo stesso modo, ancorato al passato e insieme intimamente trasformativo, si sviluppa il rapporto della poesia di Nessi con le cose, ovvero con quegli oggetti che sono stati tanto cari agli autori della linea lombarda; lo ricorda, tra gli altri, Andrea Bianchetti ponendo a esergo delle sue Dodici piccole storie di nuvole un fulminante verso di Nessi, tratto da un testo chiamato, appunto, Le cose: «Restano le cose che non lasciano in pace». Del resto, seguendo quello che scrive Massimo Gezzi nella sua poesia dedicata a Nessi, la lezione fondamentale del poeta ticinese si può forse riassumere così: «Vita / e poesia non si escludono a vicenda / (e […] forse la vita / è persino di più)».

È questa lezione che riverbera in molti altri testi – si vedano, a titolo di esempio, questo verso di Laura di Corcia: «(fuori il prato è ancora prato)» o questa micro-sequenza di Fabio Pusterla, che si svolge, come una piccola epifania, «davanti a un’aiuola / che è meno di un’aiuola»: «Si vedono piccoli fiori / di un blu testardo, occhi sgranati / in faccia all’abbandono / dietro le sbarre del cantiere / oggi deserto» – che riprendono, amplificano e trasformano quello che, per Alberto Nessi, come si può leggere qui sotto, è stato e continua ad essere l’esperienza primaria dello «scrivere una poesia».

 

 

Alberto Nessi – Scrivere una poesia

 

al ballerino di Carimate
che mi chiede come si scrive una poesia

Sì, forse è un po’ come ballare il tango
si dev’essere in due, cinger la vita
non fare il passo più lungo della gamba
assecondare l’onda dietro l’ombra
dove pulsa il sangue, far il casqué
sulla pedana senza cascarsi addosso
inseguire il tuo cuore, Caminito.

 

 

Prisca Agustoni – Inedito

 

In questo chiostro
di ferro e fiori forgiato
custodire la memoria
dei giorni dove il confine
era appena l’angolo abbozzato
del tuo sorriso, colto al volo

come di falco che pesca in aria
l’invisibile preda

 

 

Yari Bernasconi – Di passaggio a Ginevra

 

Il sole è ancora rosso, e stasera Ginevra
potrebbe essere un deserto senza contorno:
valgono poco gli oggetti e i passanti, la frenesia
che cerca di ripetersi. Dire stanchezza
è solo rimandare, chiudere gli occhi.
Ma intanto quest’acqua senza orizzonte
si muove, prende un fiume verso il mare
senza voltarsi fino al delta, alle saline,
poi si perde più densa…

(Lorenzo Mari)