Louise Eugenie Alexandrine Marie David, nota come Alexandra David-Néel, giunse a piedi in Tibet nel 1924 dopo otto mesi di marcia, attraversando i sentieri dell’Asia centrale e della Mongolia ed entrando nella città di Lhasa vietata agli stranieri per decreto dai colonizzatori inglesi.

Sarebbe riduttivo immaginare Alexandra Néel come un’esploratrice da guinness dei primati: è stata la prima donna occidentale a infrangere il mito dell’isolamento di un Paese come il Tibet, con i suoi luoghi del sapere affascinanti e avvolti in sedimentate alchimie magiche, intrisi di misticismo, contemplazione e pratiche esoteriche che risalgono alla notte dei tempi. Esploratrice, orientalista, scrittrice infaticabile, occultista e fotografa, visionaria e sognatrice, fu un personaggio poliedrico dal sentimento purissimo e dalla disinteressata sete di conoscenza. Nèel rappresenta ancora oggi, sia con l’opera di scrittrice che di testimone al femminile, un esempio di ricerca umana e geografica in un mondo che si distingue come spazio globalizzato di idee e di opportunità. Alexandra Nèel dirà:

Ho vissuto durante gli anni ai piedi delle nevi eterne, come nella solitudine del verde nella regione dei grandi laghi, la vita originale e meravigliosa degli anacoreti tibetani; ho conosciuto quel fascino e tutto ciò che ci riconduce ad esso ha stimolato da sempre e immediatamente il mio interesse […]. 

Il padre di Alexandra era amico del geografo Elisée Reclus conosciuto sulle barricate della Comune di Parigi. Uomo brillante negli studi divenne istitutore, prima di dover cedere alle passioni politiche repubblicane e farsi escludere dall’insegnamento subendo un ostracismo senza precedenti per il suo attivismo rivoluzionario. Autoesiliatosi per le persecuzioni subite, si trasferì in Belgio dopo il colpo di stato del 1851. La madre di Alexandra, al contrario, era religiosissima e si chiamava Alexandrine Borgmans: conobbe Louis David per le frequentazioni di un suo familiare. Fu proprio Alexandrine che volle sua figlia Alexandra in un collegio cattolico nel convento di Bois-Fleuri: l’esperienza non le fece nascere alcun interesse nella religione cristiana, almeno fino a quando non si dedicò al misticismo orientale e si dedicò allo studio delle religioni. Abbandonata la famiglia d’origine, Alexandra cominciò le sue peregrinazioni: molto influì l’amicizia con Elisée Reclus, quasi trasmessa dal padre che fece nascere in lei una sete di conoscenza senza limiti e che la indusse a realizzare quella idea di superamento dei confini concepiti come la traccia della ingordigia di potere degli uomini. Forte di questa consapevolezza, con la sua cultura universalistica, si proiettò senza sosta in viaggi incredibili, consolidò la ricerca geografica, intraprese studi sui territori, sulle migrazioni, sull’antropologia, sull’esoterismo, la magia e la lotta contro le credenze: lei stessa intrattenne una poderosa corrispondenza epistolare con Reclus fino alla morte del pensatore e geografo anarchico, avvenuta nel 1905. I primi viaggi di Alexandra ancora bambina furono con i genitori, spostamenti lunghi dovuti all’esilio paterno. In uno di questi luoghi di transito e sofferenza così affermava:

Bruxelles era la mia patria. Sono arrivata da Parigi, quando avevo meno di 6 anni, piena di sospetto e disprezzo pronta ad affrontare questa infima capitale. Per molto tempo l’ho vissuta tristemente. Gli splendori di Parigi mi perseguitavano (…). Pensavo che Bruxelles fosse insignificante, con i suoi abitanti a bere quel liquido amaro che chiamano birra (…), e che parevano dei selvaggi. Ma, tuttavia, aveva il sorriso della mia rivolta, proteggendomi per 15 anni e avvolgendomi con i suoi tentacoli.

Dalle prime letture, Alexandra traeva forza per il sogno del suo domani: leggeva e rileggeva Jules Verne, era assetata di avventura e non perdeva di vista il principale obiettivo di quella che sarà la sua centenaria esistenza: viaggiare. A soli 15 anni, in un soggiorno a Ostende, fugge verso l’Inghilterra costeggiando il mare del nord e percorrendo la costa belga a piedi per settimane, passando per l’Olanda fino ai laghi dell’Italia del Nord. La buona società giudicò l’atteggiamento di Alexandra come scandaloso: a diciotto anni con la sua bicicletta attraverserà ancora la Francia e vasti territori della Spagna. Era il 1893, quando si spostò tra Bruxelles e Parigi dove conobbe giovani movimentisti libertari e, soprattutto, incontrò Jean Hautstont. Uomo interessante e d’ingegno, insieme ad Alexandra egli nutriva passioni verso l’orientalismo e la mistica asiatica, il socialismo e la musica in un momento storico in cui lo sviluppo delle ideologie segnerà la storia degli uomini e delle nazioni. Alexandra era donna affascinante, curiosa cultrice di interessi originali e poco conosciuti se non in ristretti circuiti di intenditori.

Non mancarono i suoi contributi giornalistici sull’Etoile Socialiste. Nel 1899, contribuì alla pubblicazione di un trattato con una sua introduzione scritta per Reclus. In questa occasione, il suo nome fu Alexandra Myrial e il testo ebbe come titolo Pour la Vie. Il libro era soltanto una prefazione a quello che sarà la stella polare del pensiero di Alexandra: rivendicazione di un egualitarismo di genere, denuncia del matrimonio come istituzione a favore del genere maschile, la richiesta dell’onere della maternità completamente a carico delle donne, la critica alle istituzioni religiose, al concetto di patria, all’idea di proprietà, alla diseguaglianza dei capitali che si formavano poderosi a discapito di uno sfruttamento senza eguali in cui le donne e i bambini erano i protagonisti principali e vittime sofferenti. Non a caso, secondo i critici, questo libro subì l’influenza del pensiero anarchico di Max Stirner. Tutti gli editori dell’epoca trovarono in qualche modo sconveniente la pubblicazione dei primi scritti di Alexandra. Fu Jean Haustont a decidere di stamparli in un pamphlet nella collana delle famose edizioni della Biblioteca del Tempo Nuovo. Ancora qualche anno più tardi, i due continueranno il loro sodalizio componendo insieme un’opera lirica, Lydia, rappresentata al teatro de La Monnaie, a Bruxelles. Le attitudini di Alexandra la spingevano sempre oltre, senza la possibilità di una sospensione delle sue attività dirette al sapere come scoperta permanente. Una visita al Museo Guimet di Parigi fece nascere in Néel una prima significativa rivelazione che infiammò in lei l’amore per le discipline orientali: in quella occasione ebbe la possibilità di consultare libri della biblioteca e fare conoscenze interessanti: soprattutto della contessa Bréant già studiosa di filosofia orientale che incoraggiò Alexandra a compiere il suo primo viaggio in India. Non attendeva altro per dirigersi verso questo immenso Paese per il suo primo pellegrinaggio mistico: vi soggiornerà per un anno fra il 1890 e il 1891. Alexandra si autofinanziò con l’inattesa quanto ricca eredità della nonna materna che le consentì di affrontare le spese. In India, visse qualche delusione per le condizioni della popolazione, per quel sistema di vita così settario e per aver rimarcato la distanza dalla realtà per tutto ciò che aveva idealizzato dopo la lettura dei testi e la visione delle collezioni d’arte dei musei. Nel 1892 si trasferì a Londra e frequentò gli ambienti della Gnosi Suprema, una società massonica e segreta. Fu un periodo in cui ebbe un coinvolgimento anche emotivo verso l’occultismo e l’esoterismo: fu fra le più apprezzate studiose nel Circolo delle Società Segrete del tempo. Inoltre, nello stesso anno, Alexandra aderì alla Società Teosofica di Parigi.

Per guadagnarsi una vera indipendenza economica, seguì corsi di canto presso il Conservatorio di Bruxelles e ottenne il primo premio di canto teatrale lirico nel 1889, appena diciottenne. Da questo momento visse per ben quattordici anni esibendosi in vari teatri con lo pseudonimo di Alexandra David o Alexandra Myrial: calcò le scene teatrali in Francia e Belgio, poi in Indocina, in Africa del Nord, in Vietnam a Tonkin, a Hanoi e Haipong. Nel 1894 decise di imbarcarsi per un viaggio in battello da Marsiglia, direzione Colombo. Fu un periodo di grande studio per l’apprendimento del sanscrito e l’approfondimento della teosofia indù. Conobbe Bashkarananda, un vecchio asceta che passava la sua esistenza completamente nudo in un parco di rose a Benares, un anacoreta d’altri tempi che ebbe su di lei un’influenza spirituale determinante. Di ritorno dall’Indocina, dove aveva riscosso un successo senza precedenti esibendosi tra il 1895 e il 1896, Myrial-Alexandra-David-Néel si distinse soprattutto per l’interpretazione della Lakmé di Délibès, Manon e la Carmen di Bizet. Intanto, in Tunisia, alla professione di cantante alternava studi e collaborazioni giornalistiche sempre su temi di etnografia e costumi delle popolazioni autoctone del Nord Africa. Era il 1902 quando ottenne la direzione artistica del Teatro di Tunisi. Intensi approfondimenti la occuparono nello studio dell’arabo classico e del Corano. In quel periodo, un amore fece vacillare la sua convinzione di donna indipendente e la sua visione di amore libero: nel 1904 sposò Philippe Néel, un ingegnere ferroviario, novello Don Giovanni dagli occhi azzurri e baffi lunghissimi, elegante e con una posizione sociale prestigiosa di capo delle ferrovie della linea di collegamento fra l’Algeria e la Tunisia. L’uomo si innamorerà follemente di Alexandra: fu una personalità moderna che non si opporrà a sua moglie nella sua vita di viaggi, studi e desiderio inguaribile di scoprire l’Oriente e le culture di mondi lontani.

A trentasei anni, Alexandra cominciò la sua parabola discendente come cantante soprano e, nello stesso tempo, non raccolse forse il successo sperato dopo la pubblicazione di due libri di filosofia cinese sugli insegnamenti di Meh-ti e Yang-tchou, scritti per rendere omaggio alla interessante quanto sconosciuta teoria dell’individuo nella filosofia cinese: Le Philosophe Meh-ti et l’idée de solidarité, Idée de solidarité en Chine, Feminisme rationel. Scrisse ancora Notes sur la philosophie japoneise, in un lavoro che diventava sempre più frenetico, fra viaggi, conferenze e articoli giornalistici.  Con una certa verve polemica in questi ultimi scritti, Alexandra pose l’accento sul tentativo culturale dell’Impero Celeste di rinnegare gli antichi ideali di pace perorati dai saggi antenati. La Cina, nella sua visione, abiurava alla propria cultura storica e filosofica millenarie per adagiarsi in schemi teorici e modalità di pensiero che le venivano imposte dalle più potenti nazioni europee. Suo marito Philippe non riuscì a liberare Alexandra dai fantasmi della depressione che la gettarono presto in uno stato di profonda frustrazione. In quello stesso periodo, la coppia continuava a vivere in una meravigliosa dimora in stile architettonico arabo, La Mousmée. Inoltre, l’uomo propose ad Alexandra un viaggio in tutto il Nord Africa a bordo della barca a vela Hirondelle. Tuttavia, questa soluzione ritardò solo di qualche mese il trasferimento di Alexandra in Asia. Nell’estate del 1904 decise di partire per un viaggio di studio di diciotto mesi in Estremo Oriente: fu la svolta, perché da allora Alexandra rimase lontana dall’Europa per ben quattordici anni. Prima della partenza, nonostante il periodo di grande fragilità emotiva, Alexandra incrementò la sua collaborazione con le riviste La Fronde, Le Mercure de France, L’Etoile Socialiste scrivendo romanzi che furono anche pubblicati: La Grand Art, Journal d’une actrice e Dans la vie, femmes modernes. Si distinse soprattutto per gli articoli su La Fronde che ben rappresentavano la sua personalità libera e anticonformista. Il giornale era gestito in modo cooperativo da sole donne che lottavano per la loro autodeterminazione e rivendicavano diritti per un’eguaglianza di genere. Oltre agli articoli su temi femministi, Alexandra partecipò attivamente al Congresso Internazionale di Roma, nel maggio del 1907. Nel 1912 numerosissime sono ancora le lettere che Alexandra spedì a Philippe che non fece mai mancare il suo appoggio anche economico. Sempre nello stesso anno, da una di queste missive, per la prima volta Alexandra riferì l’idea di superare i confini interdetti del Tibet e dirigersi verso Lhasa: Apres tout, Lhasa n’est pas qu’a cinq cents kilomètres de Darjeeling. Senza un attimo di tregua, in aprile già si trovava a Darjeeling, in uno dei monasteri dove risiedeva il Samadhi. Da quelle terre affermerà: Etat de concentration profonde avec perte de coscience du monde extérieur.

Due anni dopo, nel 1914, Alexandra si convertì al buddismo e visse da eremita in una cava del Sikkim. Da allora si immerse totalmente nella mistica di quei luoghi e praticò esercizi spirituali insieme al monaco tibetano Aphur Yongden, dal quale non si separerà mai più. Aphur aveva quattordici anni quando conobbe Alexandra: era figlio di un funzionario di Mando e di un’autoctona himalaiana. Aphur aveva in comune con Alexandra una caratteristica irrinunciabile: lo spirito d’avventura. Il comportamento di Yongden ripagò ampiamente la fiducia della Néel. Egli era un ottimo cuoco, sarto, segretario, soprattutto aiutò Alexandra nelle complesse traduzioni di testi in lingua tibetana e fu guida impareggiabile e coraggiosa nei luoghi più impervi e pericolosi. Condivise tutte le traversie di quella vita complicata e si trasferì in Europa quando le condizioni non consentirono più ad Alessandra di rimanere in Asia. I due viaggiarono attraverso l’India, il Nepal, la Birmania, il Giappone, la Corea, la Cina e infine clandestinamente in Tibet. Fu proprio questa la sua impresa principale: penetrare nel febbraio del 1924 nella città santa di Lhassa. Prima del loro arrivo, il Tibet era uno spazio misterioso, sia nella sua dimensione culturale che sociale e mistica. È per questo che i contributi di questa viaggiatrice furono preziosi e divennero testimonianza senza eguali nella narrazione della storia di quel Paese, almeno prima del 1950. Quella entità geografica dai confini violati da potenze straniere, povera ed esclusa fisicamente all’interno di un’area affascinante ma impervia, la rendeva quasi irraggiungibile: era caratterizzata socialmente da forme di schiavismo, economicamente depressa e senza risorse per i propri cittadini. Tuttavia, Alexandra volle consegnarci un messaggio chiaro e profondo di un mondo misterioso ma allo stesso tempo non privo del fascino necessario a risvegliare interesse: la vérité apprise d’autrui est sans valeur. Seule compte, seule est efficace la vérité que nous découvrons nous-mêmes. Furono i britannici a chiudere il Tibet in un isolamento intransigente: consentirono nel 1893 di localizzare soltanto un avamposto commerciale frequentato da addetti ai lavori. Occuparono Lhasa nel 1904 e si accreditarono privilegi come nella loro migliore tradizione di conquistatori, sfruttando risorse e assicurandosi esclusività commerciale e diplomatica. Almeno in un primo momento del suo approccio alle religioni orientali, Alexandra non considerò i doveri religiosi come un’ipotesi di vita che impiegasse tutte le sue energie. Quello che lei desiderava era di praticare e riproporre un buddismo purificato dai miti, dalle superstizioni di antiche tradizioni fondate su rituali magici e stregonerie a discapito delle popolazioni che ignoravano l’oscurità e l’inaffidabilità di questi artifici. Alexandra fu soprattutto lontana dalle solite dinamiche degli occidentali che vivono in quei luoghi passando il tempo in ambascerie e salotti quasi in una dimensione sospesa: imparò il sanscrito, il tibetano, studiò i testi buddisti e induisti. Anni meravigliosi di ricerche, esplorazioni, elaborazioni e vita in natura con i suoi tre compagni di viaggio e di spirito: il principe Sidkeong Tulku Namgyal (1879-1914), il maestro eremita di Lachen, Gomchen Rinpoché (1867-1947), e il monaco Aphur Yongden (1899-1955): tre personalità feconde che formarono il suo spirito e condivisero una parte della sua esistenza durante quattordici anni. In questo obiettivo di raggiungere Lhasa, la viaggiatrice si era inimicata gli inglesi contrariati nei suoi confronti perché nel 1911, si era permessa di incontrare nella enclave francese di Pondicherry, il filosofo attivista e anticolonialista indiano Ghose Auribondo, le mystique vedantiste in fuga dai servizi di sicurezza britannici che lo avevano attenzionato come un pericoloso estremista che nuoceva gli interessi della nazione britannica. In quello stesso anno, Alexandra si imbarcò sul Mashima Maru e partì per l’India sbarcando sull’isola di Ceylan, a Colombo. Fu il suo secondo viaggio in India dopo il 1894, in un momento in cui il Paese si dirigeva verso una epocale mutazione.

Alexandra comprese che i testi della tradizione mistica orientale rappresentavano etica e struttura genetica di un intero popolo e che la lettura doveva avvenire in lingua originale al fine di comprenderne i significati più reconditi di messaggi da decodificare. Grazie infatti alla conoscenza del sanscrito riuscì a interpretare quel pensiero complesso connotato da una mistica caratterizzata da riferimenti esoterici di difficile comprensione. Insieme al compagno Yongden nei viaggi interminabili, che fossero steppe o paesaggi montani millenari o altopiani o vette del mondo, soffrirono il freddo e ogni forma di privazione che il corpo raramente potrebbe sopportare. Riuscirono a superare la fame e la sete, le insidie di bestie feroci e soprattutto di uomini tentati dalla sete di potere e del possesso: la loro avventurosa vita li aveva eletti ormai nell’olimpo dei più grandi esploratori della Storia. Non fu semplice la sua esistenza, neanche nelle relazioni umane e personali: nel 1916 fu costretta a lasciare il Sikkim e non a causa della ostilità britannica bensì perché invisa al fratellastro di Sidkeong che non poté proteggerla ormai deceduto. Insieme ad Aphur decise di attraversare ancora India, Cina fino al Giappone. Il Paese del Sol Levante fu il luogo a Oriente del mondo che le piacque meno. Insofferente e a disagio elencò una serie di cose che non andavano per niente bene, a cominciare dal cibo che aveva l’orribile sapore della lavatura dei piatti, aggiungendo che le case dei giapponesi erano una specie di idolo da adorare al posto di servirsene e la quantità di cose che non si devono fare è insopportabile.

Qualche anno prima, ne 1912, Alexandra aveva fatto amicizia proprio con Sidkeong, il figlio del Marahaja che aveva dimostrato nei suoi confronti attrazione intellettuale. La stessa Alexandra ne tesseva le lodi raccontando l’intelligenza e la sua acuta visione delle cose. Egli aveva avuto l’opportunità di passare molto tempo nelle istituzioni universitarie occidentali ereditandone idee e costumi: inoltre, era candidato a divenire il decimo regnante del Sikkim che gli inglesi definivano come il cancello himalaiano verso il Tibet. Sidkeong affascinato dalla sontuosa figura di intellettuale e di esploratrice di Alexandra, la ospitò nel suo sfarzoso palazzo: da quel momento nacque una amicizia profondissima. I due trascorrevano il tempo a leggere i testi del poeta e saggio tibetano Milarepa e a discutere, talvolta anche in compagnia di emeriti lama e studiosi tibetani, delle necessarie riforme che potessero rendere il buddismo una religione più razionale e aderente ai principi del fondatore Siddhartha Gautama Sakyamun e del riformatore Tsong Khapa. Questi ultimi, nel 1409 fondarono il monastero di Ganden e gettarono le basi per l’ordine Gelug o dei berretti gialli, che si dedicavano prevalentemente allo studio della logica del Dharma. Alexandra si armò di equipaggiamento da viaggio e visitò tutto il Paese grazie al placet del principe. Scoprì la bellezza mitica di quei paesaggi himalaiani immensi e quasi irraggiungibili. Sul dorso di uno yak, Alexandra attraversò sentieri sontuosi dove cielo e terra sembravano unificarsi nella più assoluta armonia: fece incontri straordinari e, soprattutto, fu ricevuta dal tredicesimo Dalai Lama, privilegio riservato a pochi eletti. Visitò Lumbini, luogo in cui il Budda nacque e altri spazi mistici che la emozionarono moltissimo. Esplorò villaggi e giungle rigogliose abitate da tigri e altri animali selvaggi. Fu in questa occasione che conobbe Aphur Yongden, affiancatole da Sidkeong, al fine di aiutare Alexandra nei suoi spostamenti come guida nei posti più impervi. Sempre nel 1912, conobbe il maestro eremita di Lachen, Gomchen Rinpoché che fu un’altra delle figure-chiave nell’esistenza di Alexandra, sempre più rivolta e convinta di voler purificare il buddismo da tutti quegli idoli che non sono altro se non inutili surrogati utilizzati impropriamente in nome dell’unico Dharma: Mi prostrai e giurai che avrei seguito l’esempio del maestro, che non avrei desiderato una vita diversa da quella che il mio abito ascetico indicava, consacrandomi alla missione conferita dal Bhagavad ai discepoli: predicare il Dharma per il bene di tutti gli esseri. Nel suo incontro con il tredicesimo Lama, nel periodo in cui era in esilio in India, venne ancora una volta incoraggiata all’approfondimento del buddismo. Proprio nel Tibet del nord, quando in Europa cominciava a imperversare il vento di una guerra disumana e totale, Alexandra si isolava e dava inizio agli esercizi spirituali e alle pratiche di yoga tibetana. Allestì il suo eremo completamente separato dal mondo, una caverna scavata nella roccia, un giaciglio di fortuna in mezzo a uno spazio impervio e dimenticato da tutti gli esseri umani. Il luogo era situato a 4.000 metri di altezza; la sua residenza veniva chiamata caverna di Gompchen. Era l’unico modo per raggiungere il più alto grado spirituale, per seguire Ngawang Rinchen e il tantrismo tibetano: Dovevo promettere di rimanere a sua completa disposizione per un anno, d’inverno nel monastero e d’estate in una caverna vicina alla sua. Mi batteva il cuore ed ebbi un moto di ritrosia … poi promisi: chi vuole il fine deve accettare i mezzi. Alexandra non voleva altro che abbandono e solitudine: Autour de celui qui se complait dans la solitude, la solitude se fait. La caverna di Gomchen aveva anche un’altra definizione coniata dai suoi ospiti, Claire Lumière. Si trovava a trenta chilometri a sud della frontiera fra il Tibet e il Sikkim. La caverna divenne per Alexandra un antro del sapere; infatti intensificò la conoscenza della grammatica, lesse la narrazione della vita dei mistici tibetani, studiò le lingue, i riti magici ed esoterici. Perfezionò i metodi di meditazione e conquistò les fleurs du savoir, dalla sua stessa definizione nelle Initiations Lamaiques. Anche gli ospiti si scelsero degli appellativi, infatti Alexandra venne chiamata Lampada di saggezza, mentre Yongden divenne l’Oceano di Compassione.

Dal 1916, per Alexandra la vita fu solo un peregrinare senza sosta. Infatti, dopo due anni vissuti duramente da eremita, fra studi e pratiche mistiche si diresse verso lo Shigatzé per incontrare la seconda autorità religiosa del Paese, il Panchen Lama che la accolse calorosamente presentandole insigni maestri e professori delle dottrine mistiche. Dopo essere stata ospitata per un mese circa, ritornò nel Sikkim dove venne espulsa dalle autorità inglesi, precisamente dal rappresentante del governo inglese tal sir Charles Bell, che le scrisse una missiva minacciosa: Il governo indiano mi ordina di deportarla a Darjeeling, poiché ha attraversato la frontiera del Sikkim-Tibet, senza passaporto […]. La invito a lasciare il Sikkim per Darejeeling nei quattordici giorni seguenti al ricevimento di questa lettera. Se non lo farà sarò costretto a malincuore a espellerla. Alexandra fu sconcertata per l’ammenda di duecento rupie inflitta alla popolazione di Lachen colpevole di averla ospitata. Nel 1917, dopo essere stata in Giappone, ripartiva per la Corea. Ancora due mesi e finalmente, insieme a Yongden, giunse a Pechino in un monastero al nord est del Tibet, a Kum Bum, dopo aver praticamente attraversato il continente Cina da est a ovest. Due anni di attesa per decidere di oltrepassare la frontiera tibetana a tutti i costi e giungere finalmente nella capitale Lhasa. Molte furono le peripezie e le avventure nei vari tentativi di superare quel confine invalicabile: ogni volta gli sforzi sovrumani si rivelarono vani. Alexandra cominciò alcune escursioni alla ricerca di templi e monasteri nella provincia tibetana e, nel 1918, intravide la possibilità di realizzare il grande progetto della sua vita, dopo un vero e proprio allenamento che si concluse con almeno quaranta chilometri di marcia giornaliera. Alexandra compirà una sorta di viaggio nel nulla per circa tre anni, nelle provincie dello Yunnan, del Sechuan e del Kansu tutte amministrate dalla Cina, abitate da tribù di tibetani recalcitranti delle regioni di Amdo e Kham che non riconoscevano l’autorità di nessuno: né di Lhasa, né di Pechino, denominati addirittura come le genti delle solitudini, i dopka. In un articolo pubblicato sul giornale Mercure de France, Alexandra precisò che il divieto di entrare in Tibet era voluto anche dai tibetani e che gli inglesi opportunisticamente si vedevano riconoscere il diritto di gestirlo per rafforzare la loro sfera di influenza. Il Tibet era preda di tutte le ambizioni coloniali delle potenze di allora, dalla Cina, all’Inghilterra, dalla Russia e alla Francia, nonchè addirittura il Giappone. Negli spostamenti, Alexandra aveva un seguito abbastanza composito oltre a Yongden e un domestico, due servitori di Kum-Bum e sette muli. Nel suo vagabondare venne identificata da alcuni poliziotti di frontiera cinesi che le intimarono di seguirli perché era in arresto. Era il 21 giugno del 1921. Molto probabilmente cedette parte dei bagagli in stoffe di seta e denaro per lasciarsi alle spalle i funzionari del governo e capire che era prigioniera delle circostanze, dei domestici chiacchieroni, delle bestie e dei bagagli. Gli uni e gli altri ostacolavano la libertà dei miei movimenti, mi impedivano di far perdere le mie tracce, di mischiarmi alla folla anonima. Giunse a Jakyendo e si imbattè in un personaggio molto erudito, giramondo e geografo: sir Georges Pereira, già generale britannico in missione segreta nei pressi del Dalai Lama che le diede consigli preziosi e carte geografiche chiarificatrici per i percorsi da intraprendere. Fu spiata e i suoi movimenti spesso intercettati, soprattutto dagli stessi tibetani a cui era stato raccomandato di non farle superare i confini della città proibita. I due vennero più volte arrestati e Alexandra finalmente capì che era necessario liberarsi di tutto: Non avevo saputo rinunciare alle mie abitudini occidentali, apparecchi fotografici, qualche strumento, carta per un erbario. Queste cose attirarono i funzionari appostati alle frontiere […]. I miei movimenti venivano sorvegliati più che mai, bisognava fingere di voler rinunciare a ogni altro viaggio in Tibet: farsi dimenticare. Comprese insieme ad Aphur che quelle terre erano davvero i topoi della pazienza e dell’attesa: ritornò sui suoi passi verso nord, da dove era partita presso i laghi Tsaring e Oring, poi nel Kansu, ancora a ritroso in direzione completamente opposta. Era l’inverno del 1923 e Alexandra errava in quelle terre fino al deserto dei Gobi, per tre anni. A questo punto pensò una nuova strategia e insieme a Yongden decise di sbarazzarsi di ogni compagnia umana, di domestici, di muli e carri e, con un bastone da pellegrino-eremita, si mise in marcia. Migliaia di chilometri a piedi nella neve, intemperie di ogni tipo, spazi inesplorati fino a intravedere dopo tre anni di vagabondaggio, il palazzo d’inverno del Dalai Lama, a Potala. Era il 1924, quando ormai esausti e con le risorse pressoché esaurite, arrivarono a Lhasa in un freddo febbraio. Lei aveva ormai compiuto 56 anni e forse gli anni si facevano sentire nonostante il suo fisico minuto fosse resistente a ogni sforzo. Vi rimasero solo due mesi prima di ritornare nel Sikkim, a piedi. Nella prima città sul loro cammino si consegnano alle autorità britanniche consapevoli di aver terminato l’avventura. Sorprendentemente, le autorità non arrestarono i due: addirittura, sir David McDonald li ospitò nella propria abitazione offrendo 500 rupie e la documentazione necessaria per oltrepassare i confini senza problemi quando avrebbero deciso di ripartire. McDonald era un personaggio originale che si esprimeva correntemente in lingua locale: fu un agente commerciale britannico poi promosso rappresentante politico nel Sikkim della Corona inglese, era nato da madre originaria dell’etnia lepcha dell’est nepalese e da padre scozzese. Inizialmente buddista si convertì successivamente al cristianesimo, traducendo per la prima volta la Bibbia in tibetano. David McDonald fu autore di innumerevoli opere scritte fra cui: The Land of the Lama, del 1929; Touring in Sikkim and Tibet nel 1930; Twenty Years in Tibet nel 1932; si dedicò alla rilettura e correzione del dizionario tibetano-inglese del tibetologo Charles Alfred Bell, datato 1920. Consigliò e collaborò con i redattori del Dizionario geografico del Sikkim del Linguistic Survey of India.

Alexandra tornò in Francia quasi definitivamente nel 1925 riscuotendo un successo senza precedenti. Fu un susseguirsi di notizie e il suo arrivo venne salutato come un vero e proprio evento mondiale. Un’agenzia giornalistica diffuse un comunicato a Parigi: una francese, Alexandra David-Néel, che lasciò la Francia nel 1911 per l’India, è riuscita a entrare a Lhasa, la città vietata agli stranieri. Molti giornali chiesero i suoi taccuini di viaggio e quando arrivò a Le Havre, nel 1924, fu accolta con onori e curiosità, con tanto di fotografi e giornalisti a farle domande e scattare foto. Dopo anni di assenza, a Marsiglia, Alexandra incontrò suo marito Philippe che accolse Aphur Yongden con qualche disappunto: fu contrariato quando la donna confessò l’intenzione di adottarlo. Dopo varie resistenze, Philippe accettò e Alexandra diede un nuovo nome ad Aphur: Albert David, nel giorno del suo trentesimo compleanno. Era ormai il 1929.

Nel 1926 pubblicò Voyage d’un parisienne a Lhasa e Mystiquee et magiciens du Tibet; un anno dopo, venne stampato Initiations lamaiques e, nel 1931, L’Epopée de Guesar de Ling; ancora due anni e l’editore Plon pubblicò Au pays des brigands gentilhommes. Nel 1936 un romanzo a quattro mani con Yongden: Le Lama a cinq sagesses. Alexandra divenne una vera e propria istituzione prodigandosi in una serie innumerevole di incontri e conferenze: Zurigo, Praga, Bruxelles, Stoccarda e Parigi fra le città più importanti. Sempre nel 1936, pubblicò edito sempre da Plon, Le Bouddhisme, ses doctrines et ses méthodes. Il tempo di incontrare, per l’ultima volta Philippe Néel a Marsiglia e dirigersi in un breve viaggio in Tunisia. La Cina l’attendeva ancora una volta, pronta per una nuova avventura. Néel fu una orientalista sui generis, poco accademica e assolutamente autodidatta: i suoi libri sono ancora oggi oggetto di studio. Alexandra fece della sua villa a Dignes-les-Bains una sorta di spazio meditativo: la dimora Samten Dzong, cioè la residenza della riflessione. Fu lo spazio incantato dello studio nella sua dimensione tibetana e mistica, in una stanza con arredo minimalista definita da lei stessa mon trou. Ancora in viaggio in Asia nel 1937, giunse in Cina accompagnata da Yongden percorrendo la via Transiberiana. Venne sorpresa dalla guerra e non mancò di annotare e trasmetterci la sua testimonianza sugli episodi di quei tempi: le condizioni sociali e politiche che avevano determinato quei conflitti. Le varie peripezie vissute in quel contesto verranno infatti narrate nel libro Sous des nuées d’orage, nel 1940, una fuga da Pechino che non le consentì di salvare nulla in suo possesso, a piedi e in treno per ben dieci mesi. Già nel 1938 comincia il suo romanzo tibetano Magie d’amour et magie noir. Giunti a Calcutta, Alexandra viene informata della morte di Philippe, nel febbraio del 1941. Anche in India Alexandra e Aphur vengono sorpresi da una situazione caotica e imprevedibile, fra sommosse e rivolte per l’ottenimento dell’indipendenza. Era giunto il momento di tornarsene in Europa, anche se le guerre imperversavano ovunque, lasciando scie di dolore e morte. Nel dopoguerra, Alexandra riprese i contatti e le vecchie amicizie: incontrò giornalisti e alcuni membri, suoi conoscenti, della Scuola Teosofica. Nel 1947, la casa editrice Plon pubblicò A l’ouest de la vaste Chine, una narrazione di eventi personali e fatti storici accaduti durante il suo permanere in quel Paese. Le avventure per i sentieri del Katmandou invece, vennero narrate nel Au coeur des Hymalayas, le Népal, un vero e proprio resoconto sul viaggio nel Paese del Buddha. Dal 1951 al 1953, la scrittrice non sembrò nell’opera di diffusione delle sue incredibili avventure: L’Inde, Hier-au-jourd’hui-demain; Astavakra Gita, una traduzione dal sanscrito; Les énseignements secrets des buddhistes tibétains; Textes tibétains inédits; Le vieux tibet face à la Chine nouvelle. Nel 1959, a quasi novant’anni, pubblicò La connaissance trascendante e, nel 1960, Le Bouddhisme du Buddha, ses doctrines, ses méthodes et ses développement mahayanistes et tantriques au tibet; un anno dopo, Immortalité et réincarnation; nel 1964, Quarante siècles d’expansion chinoise.

Questa donna minuta, ma con attitudini caratteriali e fisiche così forti che farebbero impallidire chiunque, all’età di 101 anni rinnovò il suo passaporto con l’intenzione di intraprendere, ancora una volta, un viaggio in Oriente. In un contesto di ricerca e di profonda riflessione, anche sulle origini antropologiche delle popolazioni di quei luoghi, si inquadra il buddismo di Alexandra David-Néel. Probabilmente il Buddha e il suo pensiero ben si conciliavano con alcune delle convinzioni maturate nelle esperienze pregresse in Europa: fine di ogni gerarchia autoritaria, la drammatica inconsistenza del sé, l’illusione dell’esistenza di forze ultraterrene: un programma semplice, il piano per una lotta intellettuale che l’uomo deve intraprendere da solo e ultimare con successo con i propri mezzi. È quanto affermava Alexandra, nel suo Modernisme bouddhiste et le bouddhisme du Bouddha. Alexandra considerava il buddhismo come una filosofia individualistica, una modalità del vivere in forte connessione con il divenire della natura, priva di qualsiasi dinamica rituale, devozionale e sociale che cercava di indurre e non costringere a realizzare obiettivi semplici: Siddharta è un maestro, solo un maestro: proclama i fatti che gli sono apparsi nelle sue indagini, le sue meditazioni e indica i mezzi attraverso i quali possiamo svegliarci e liberarci da quel sogno popolato da fantasmagoria in cui l’ignoranza ci tiene prigionieri. Nel suo Magia d’amore, magia nera, al fine di sgombrare il campo da ogni errore macroscopico è bene chiarire che Alexandra non costruì una guida alla magia ma, al contrario, un compendio di conoscenze esoteriche vere, senza bisogno di esercizi pratici o iniziazioni magiche. Nelle avventurose scoperte dei protagonisti della narrazione risiedono le radici della storia: quell’invisibile incomprensibile che sfugge a ogni raziocinio. Il Khang Tisé che faceva da sfondo al racconto era quello spazio d’incanto vagheggiato da intellettuali e cultori d’Oriente di un Occidente ormai stanco di guerre fratricide e persecuzioni sommarie. L’intricata fiaba narrata è la metafora della vita di Alexandra, con i suoi incontri, con quei personaggi singolari che cercano anche attraverso rituali crudeli elisir e pozioni di lunga vita. Centenaria, seguì con attenzione gli avvenimenti che si susseguirono nel ’68, ricevendo anche alcuni attivisti dei movimenti dell’epoca o semplicemente interessati al buddhismo e al Tibet. Nel 1955, nonostante Aphur Yongden fosse di 30 anni più giovane, si spense nella residenza di Samten-Dzong; un anno dopo la pubblicazione de La puissance du néant. Alexandra ormai famosa e riconosciuta orientalista in tutto il mondo fu insignita con la medaglia d’oro dalla Società Geografica di Parigi e, nel 1969, divenne Knight of the Legion of Honour. In Tibet, era già stata nominata lama, prima donna a godere di questo incarico e prestigiosa carica religiosa. A Dignes-les-Bains, si spense di vecchiaia nel 1969, fra libri e numerosissime riflessioni scritte, all’età di 101 anni. Ancora un destino.

Le sue ceneri e quelle del fedele compagno di viaggio Aphur Arthur Yongden-David verranno disperse pochi anni dopo, a Benaceres, nel Gange.


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Francisco Soriano

Francisco Soriano nasce a Caracas nel 1965. Attualmente, vive a Ravenna e svolge la sua attività di docente.
È stato insegnante e dirigente scolastico per diversi anni nella Scuola Italiana di Teheran, “Pietro della Valle”, occupandosi di inclusione e didattica dell’italiano a stranieri. Ha pubblicato numerosi saggi storici e raccolte di poesie tradotte in persiano: “Dove il Sogno diventa Pietra”, “Vita e Morte di Mirza Reza Kermani”, “Nuova antologia poetica di Zahiroddoleh”, “Dalla Terra al Cielo. Tusi e la setta degli Assassini di Alamut”. Ha coordinato laboratori di poesia e traduzioni in lingua persiana e ha organizzato mostre di pittori e fotografi contemporanei di livello internazionale, serate dedicate alla poesia italiana e persiana con attrici e attori protagonisti del cinema internazionale. Attualmente scrive articoli di letteratura e si occupa di problematiche concernenti diritti umani e di genere per la Rivista “Argo”. Le sue ultime pubblicazioni sono: “Fra Metope e Calicanti”, edita dalla Casa Editrice “Lieto Colle”, nel 2013; “La Morte Violenta di Isabella Morra”, edita da “Stampa Alternativa”, nel 2017; “Haiku Ravegnani”, edita da “Eretica Edizioni”, nel 2018; “Noe Ito. Vita e morte di un’anarchica giapponese”, edita da “Mimesis Edizioni”, nel 2018.
Grazie al suo amore per il Medioriente, oltre a essere vissuto per molti anni in Iran, ha visitato il Libano, la Giordania, la Siria, l’Armenia, l’Azeirbajan e la Turchia.

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