Valerio Cuccaroni presenta tre poesie e una prosa dall’opera inedita Alla furia di Tommaso Grandi


Alla ricerca di un senso per la sua voglia, «anche se questa voglia un senso non ce l’ha», come verrebbe da canticchiare con Vasco Rossi, Tommaso Grandi ritrova i frantumi di Giovanni Boine e li porta con sé nei treni regionali, in un viaggio ordinario, che lo conduce da Bologna a Modena, ma poteva anche continuare a essere la Cesena di Marino Moretti. C’è ancora tanta letteratura esibita nei versi di Grandi, in effetti, ma invece della malinconia, tutta crepuscolare, già elettrica ma ancora analogica, in lui troviamo la furia, tutta contemporanea, propria di questa epoca elettronica, digitale ma non meno fatale: «la furia chiama, ha fame, è perfetta». E, nota l’autore, chiamata dalla furia «ogni cosa si abbandona al vortice». In questo vortice, in cui consiste la realtà materiale, è trascinato anche il soggetto, con la sua «pallida coscienza anòdina», insignificante, ma anche antidolorifica. Così, incapace di sopportare la totale perdita di sé, invece di abbandonarsi al caos, di annientarsi nel niente, di svuotarsi nel vuoto, l’io lirico trova un appiglio, si aggrappa al tu, nell’illusione del possesso, provando a trascinare con sé il lettore, che però ormai, nel gioco delle parti, ha preso coscienza di essere altrettanto illusorio, funzionale e finzionale, anòdino. (Valerio Cuccaroni)






In bilico, su un piano d’immanenza:

versi dalla cuna del vortice

 

Vanificare piccoli e inermi
il divenire polvere e vermi,
stringersi a voluttà e illusioni,
a parole, a saldi mattoni.

Accecarsi del rombo dei motori,
ragioni recare roboanti
al ricercare à rebours miti e santi,
dèi presunti, noi, profeti minori.

E ricercando ciecarsi assordarsi
di frastuono e folgori accompagnarsi,
gridare sul ciglio del burrone, sul vuoto.

E naufragando tenersi aggrapparsi
l’anima riempire dei moti più sparsi
prima che si spacchi la vita, nel vuoto.

*

Il cemento arso, i tigli

 

L’assenza è qui fine,
fine del ritmo, natura incline
allo sciolto ametrico, al confine
chiaro, all’odore dei tigli,
cipigli inconsueti negli spazi
aperti e pazzi spasmi e versi e grida:
dicevi il Dolore, il buio
nudo e spento e uguale
fra le strade, tale vergogna
di sentirsi uguale fra gli uguali,
pallida coscienza anòdina
germe di un attimo, felicità
dicevi, della violenza,
della rabbia piccola
al rivelarsi dell’essenza,
del poco più di nulla che distratto
coglievo il pomeriggio, fratto
come coscienza persa
e illusa, sospesa – forse arresa –
la bicicletta veloce,
il cemento arso, i tigli.

*

Senza mai posa

 

L’esistenza che vorrebbe entrare – il ricordo
franto di un’estate prima del mare,
in giardino mia madre, vetrine appannate,
un giocattolo, forse mio padre, un odore,
i tigli, in cielo uno strale – s’accartoccia,
s’abbandona in un nugolo di vita
informe, magmatica metastasi
di norme, unificante nella gioia
uguale, orgasmo compresso da provare
e provare che mentre cammino mi dilania,
m’assale: ricordo una fiat rossa, il primo
freddo, una scossa dai grigi, dalle finestre
schiuse, dai fregi cadenti in via san pietro,
ricordo ma il vetro s’incrina, si spezza,
la furia chiama, ha fame, è perfetta
e ogni cosa s’abbandona al vortice
lassa, volta alla gioia, senza mai posa.
Nel gorgo ritrovo i miei morti, quello che mai
ho saputo dire, il modo sordo e iniquo
di farvi pace, di prendere più che dare,
lavorare di ago e filo, l’obliquo
cucire e mendare (r)esistenze opache,
violenze episodiche ed esplosive
che siano per mezz’ora dispersive
e vaghe, in una danza che ormai stona
e s’annichilisce in un finestrino,
il regionale delle diciannove
e ventotto, tra anzola e valsamoggia.

*

Per il tempo a sorreggerci

 

È sempre e sarà sempre la differenza: si dà agli occhi a intermittenza, in scampoli di
gettatezza – autocoscienti rimbalzi fisici nella trappola di muri e carne e asfalto e strutture,
sovra e sotto intersecate e intersecanti come infinite scatole cinesi, di caduta in caduta dove
s’avverte solo il tonfo, ogni volta, ancora. La differenza, dicevo, m’ha preso oggi ancora,
eccola lì, sùbita è affiorata tra le macerie, saettante e sibilante ha ingoiato il mio io in
ginocchio e fatica e scorie e stress e vita spesa e vuota e furia, rampante universale delle 5.02:
fuori mareggiava il mare in metriche dissuasioni dal dolore e c’era il vento, limite invisibile
del mio spirito volatile, sempre modello spalmabile, attaccato all’attimo con misere, inani
forze eppure sempre tutte, con artigli di vetro stanchi, incrinati, rotti. Ore 5.08: sei apparsa tu,
chiara come una visione, lì davanti a me tu, l’evidenza del mio esserci, il mio essere a nudo,
come esposto, tra le mani, approcciato come un neonato con cura e stupore e timore e paura
eppure già evidente, già volto, già e sempre presente a te, mio gravitare unico, che nel mare
gonfio dell’eterna notte sempre e ancora giungi a salvarmi, le tue labbra, come un respiro – il
mio respiro – le tue mani, sempre, nel vortice. L’attimo è in frantumi lo so, ma è ora e nostro,
amore mio.

* * *

Tommaso Grandi è dottorando in Culture Letterarie e Filologiche presso l’Università di Bologna. Si occupa di letteratura italiana contemporanea e dell’etа romantica, dei rapporti tra letteratura e filosofia e del legame tra letteratura e arti visive. Oggetto particolare della sua ricerca sono il pensiero e l’opera di Giacomo Leopardi e di Pier Paolo Pasolini. Suoi testi poetici sono apparsi su blog e riviste online. Crede nella compenetrazione di filosofia e poesia quale mezzo privilegiato d’indagine, da volgere alla comprensione della totalità del reale.