Dopo l’esordio con i versi neodialettali della silloge Tutte ‘lle ‘òrde che non gero, del 2017, esce a distanza di due anni L’immagine accanto (Arcipelago Itaca, 2019), la prima raccolta in lingua firmata dal giovane marchigiano Jacopo Curi

In questo volume si condensa progressivamente, fra le pagine, il concetto di fuordletempo, con l’idea che non ci possa essere una reale corrispondenza tra la dimensione di un tempo misurabile e lo svolgersi dell’esistenza umana.
Immediatamente il pensiero corre verso la poetica di uno dei grandi maestri del nostro Novecento: «Non sempre, o quasi mai, la nostra identità personale coincide / col tempo misurabile dagli strumenti che abbiamo». Così scrive Montale nella poesia I miraggi, raccolta nel Quaderno di quattro anni (1977). Queste parole aprono mondi intorno al delicatissimo tema del rapporto tra identità e realtà, che tanto ha condizionato e condiziona il pensiero filosofico e la produzione di versi; ma il poeta non si arrende, continua a scavare il vuoto – come attesta il titolo della quarta sezione nel libro di Curi «per aprire una breccia nell’enigma / della presenza anonima»:

Prima o poi commetterà un errore
e ci ritroveremo nell’ubiquità
dove tutti ci diamo appuntamento.

Questi testi richiamano la dimensione del fuordeltemo poiché sfuggono a qualsiasi determinazione, spaziale e temporale: tracciano fasi di passaggio indefinite, tra passato e futuro, nei ricordi che sfumano. Sulla pagina agisce la costante consapevolezza che l’oblio è alle porte, è di certo la più crudele delle minacce dal momento che può cancellare ogni traccia del nostro passaggio come uomini si questa terra. Per questo, L’immagine accanto, cerca di afferrare qualcosa oltre il vuoto e il silenzio, per non perdere ancora, per non perdersi fra gli stati delle cose. Il tema della memoria, senza dubbio uno dei più delicati di questa nostra epoca, che si riverbera in molta scrittura contemporanea, ha toccato anche questo giovane autore. Qui la memoria è continuamente messa in crisi, in pericolo di estinzione, nonostante o forse proprio a causa dell’insinuarsi pervasivo della tecnologia nelle nostre vite e nelle nostre menti:

Ci sarà modo di riprodurre
l’estate rimossa scavalcando
questo con quello e l’altro ancora,
di smemorarsi definitivamente.

Il senso di perdita pervade queste poesie, «tutti a convivere/ nei passaggi persi/ in attesa che torni/ quel passato mai colto», in un percorso che sembra muovere a ritroso, fino al silenzio nella sua origine («nella sua matrice»): «la sostanza del nulla/ nel respiro della materia».

Tra il materiale e l’immateriale, il sogno e la veglia, la poesia di Curi cerca continuamente una conferma dell’esistenza, della presenza: potrebbe essere tutta una illusione ottica, qualcosa collocato in un tempo, in uno spazio mai certi. Per questo la parola ha bisogno di continue prove, come indica nel suo titolo una sezione del libro, prove di esistenza, che si apre con una folgorante citazione di Mark Strand: «In un campo / io sono l’assenza / del campo.»

I nostri sensi sono la prova: forniscono la percezione di essere vivi, ma hanno continuamente bisogno di essere sollecitati, come accade nei versi di Jacopo Curi («chè stanotte ti ho sfiorata / ma non comprendi» «mentre t’accarezzo le retine / con le retine»), sempre col timore che quella percezione possa svanire, ad esempio a causa del silenzio, del vuoto: quella minaccia del non sentire più, col rischio di rientrare in un bozzolo di silenzio.

L’ingombro del silenzio
una sensazione di fischio continuo
in media res
la connessione con la veglia

Tra sogno e realtà, dichiarazioni di poetica e timori, le numerose citazioni che aprono le sezioni del libro (dalle opere di Céline, Camus, Strand, Pessoa, Paganelli,  De Angelis) illuminano il testo come fari nel buio, cercando di tracciare una direzione che segue la via Maestra della Letteratura. E anche grazie a questi fari possiamo percepire il pulsare della vita, lo stupore abbacinante che ci può donare ancora la parola, quell’Immagine accanto che ci ricorda chi siamo e che ci siamo: un suono, un movimento, un brivido in un percorso che ci riporta al momento esplosivo della nascita. Ecco: essa apre un varco nel mondo, che nessuna memoria è in grado di raccontare, se non nella vertigine della parola poetica.

Il tacere più profondo
della campagna là in fondo
apre un corridoio di trasparenza,
un’aria che sfiorando sfiorisce.
Anche qui avverandosi svanisce
ciò che le cose lasciano intendere
ma è un’attribuzione indebita
di questo soliloquio, un pensare
del mio pensiero in loro.
Tutto così spento vive,
nel luogo s’intravedono i luoghi

e si ricorda il futuro:
la partenogenesi
l’immagine accanto.

 


Jacopo Curi (San Severino Marche, 1990) vive ad Appignano (MC). Laureato in Filologia Moderna all’Università di Macerata, è docente di materie letterarie. Ha iniziato l’attività di divulgatore culturale con “Licenze poetiche” e “ADAM” ed è stato responsabile della biblioteca di Appignano. Attualmente collabora con le associazioni “Versante” e “Umani- eventi” e con la rivista “Midnight Magazine”. Suoi testi sono apparsi in antologie di premi letterari, riviste cartacee (“Il foglio clandestino”), online (“Atelier”) e digitali (“Arcipelago Itaca blo-mag”), blog, nella collettanea Bottega europea delle idee (Montecassiano, Vydia 2012) e uno è stato tradotto in spagnolo dal Centro Cultural “Tina Modotti” di Caracas.Ha esordito con la silloge di poesia neodialettale Tutte ‘lle ‘òrde che non g’ero, contenuta in Lingua lengua. Poeti in dialetto e in italiano (Ancona, Italic Pequod 2017) insieme alle opere di Gianluca D’Anni- bali, Francesco Gemini e Fabio Maria Serpilli. Con Fabio Maria Serpilli ha curato anche la pubblicazione dell’antologia Poeti neodialettali marchigiani (Quaderni del Consiglio Regionale delle Marche, anno XXIII, n. 263, 2018).L’immagine accanto è la sua prima raccolta di poesia in lingua.

 

*L’immagine di copertina è un dipinto di Daniela Romagnoli