Donne e avanguardia: un rapporto complicato del Novecento. Dada compreso, nonostante personalità come Hannah Höch

Sebbene le figure femminili che accompagnarono i movimenti avanguardisti del primo Novecento siano state molte, nella maggioranza dei casi queste poterono dare un apporto solamente in qualità di mogli, amanti, sorelle, assistenti e modelle: pochissime ebbero la forza e la spregiudicatezza di brillare di luce propria. In questa manciata di donne occupa un posto di rilievo la tedesca Hannah Höch.

Hannah Höch, Kinder

Nata nel 1889 in una cittadina della Turingia, ma berlinese di adozione, la Höch lavorò a stretto contatto con i ben più celebri Raoul Hausmann e George Grosz, divenendo una delle colonne portanti del movimento Dada tedesco. La nostra non fu solo pittrice: dopo aver attraversato l’Italia in lungo e in largo per ben sei settimane, tratteggiò in un reportage intitolato Italienreise [1] le differenze e le somiglianze tra il popolo italiano e quello tedesco all’indomani dello scontro bellico. Con quella cornice tipicamente dadaista fatta di nonsense, sarcasmo e paradosso, strizzando l’occhio al lessico delle guide Baedeker, ma cambiando soggetti, rompendo la coerenza testuale e ironizzando qua e là, Hannah Höch cercava di destabilizzare il più possibile il lettore che, sedotto, aveva la sensazione di vedere con i propri occhi l’Italia confusa e sconvolta del 1920 [2]. Del resto le avanguardie prendevano spunto dal mondo contemporaneo e dall’inconscio per riflettere sul futuro dell’umanità in maniera del tutto antitetica all’autoritarismo, che invece strumentalizzava il passato per giustificare l’orrore del presente. Per questo motivo la follia della guerra e la confusione del presente si ritrovano fin dai primi lavori della Höch. L’esperienza come infermiera volontaria nella Croce Rossa le ispirò diverse opere, tra cui il collage Kinder (1930) che raffigura un bambino piangente, il cui volto, frutto di una grottesca giustapposizione di elementi fotografici, rimanda a quelli tumefatti dei soldati medicati negli ospedali del fronte [3].

Berlino nel 1919 è una città di fame e stenti. Alcuni intellettuali, tra cui John Heartfield, Franz Jung, George Grosz, Marcel Janco, Richard Hülsenbeck, Gerhard Preisz e Raoul Hausmann, vi si riuniscono per dar vita al gruppo Dada tedesco: esso fin da subito sembra rappresentare in maniera disincantata l’asprezza della vita del dopoguerra. In un’intervista rilasciata negli anni ’50, la Höch ammetteva che il movimento tedesco era stato di gran lunga più politicizzato di quello svizzero o francese, infatti, aggiungeva, “stavamo vivendo all’interno di quell’ordine sociale responsabile di quella disastrosa guerra e che ora stava collassando per via della sconfitta imminente e del crescente malcontento delle masse che si manifestava con ammutinamenti al fronte e scioperi ovunque nel paese”. Per quanto riguarda l’accusa di proselitismo comunista, mossa al gruppo da una certa destra, la Höch specificava «eravamo giovani che non avevano mai creduto nella giustezza dell’interventismo tedesco: per questo motivo ci affidammo ad una dottrina nuova, il Comunismo, del tutto avulsa dal potere che conoscevamo allora e che ci prometteva in modo abbastanza sincero un futuro migliore».[4]

Hannah Höch, Hannah and her scissors… Modenschau (Fashion Show), 1925-35

Con il passare degli anni, nonostante provasse rabbia per i successi plebiscitari che riscuoteva Hitler tra i suoi connazionali, non fu mai in grado di auto esiliarsi in un paese che non fosse il suo. Salutati i molti amici e colleghi costretti ad emigrare per motivi politici e di odio razziale, Hannah decise dunque di ritirarsi in una villa fuori Berlino, pregando che la tempesta del Nazismo si placasse al più presto [5]. Scelse appositamente un luogo ameno per non essere riconosciuta dagli abitanti del paesino come una degli intellettuali sinistroidi tanto in odio al Führer [6]. La donna oggi viene ricordata soprattutto come colei che innovò la tecnica del collage attraverso il fotomontaggio di immagini prese da rotocalchi e magazine contemporanei in un continuo intreccio di spunti politico-culturali. Nei suoi lavori sono ricorrenti personaggi femminili famosi: in Indian Dancer: From an Ethnographic Museum (1930), la Höch sovrappone al più struggente dei primissimi piani che il regista Dreyer dedica alla sua sofferente Giovanna d’Arco [7] alcuni ritagli di carta raffiguranti una bocca amorfa che impedisce alla donna di esprimere tutto il dolore che prova. Indian Dancer rappresenta la nuova donna tedesca, formalmente emancipata, ma che in realtà resta ancora legata al focolare, come indica la corona posticcia fatta di posate di plastica che le incornicia il viso.

Hannah Höch, Indian dancer

In Dada Review, che insieme a Cut with the Dada Kitchen Knife through the Last Weimar Beer-Belly Cultural Epoch in Germany (entrambi 1919) è certamente il lavoro più politicizzato dell’artista, i frammenti di frasi distribuiti qua e là sulla tela assumono significati satirici: si fa ad esempio riferimento al diritto di voto femminile e al rapporto della Germania con gli Stati Uniti, dove la testa dell’allora presidente Wilson è appiccicata su un corpo di ginnasta. Attraverso queste giustapposizioni, in linea con lo stile di Grozs, la Höch riesce a descrivere uno stato sempre meno democratico. In We Are All Neurasthenics, Brigid Doherty traccia un collegamento tra lo stile sincopato e frammentario di Hannah Höch e le numerose problematiche psicologiche e psichiatriche patite dai soldati tornati dal fronte della Prima Guerra mondiale. Furono proprio tic, paralisi, tremori, mutismo, sordità, urla incontenibili, depressione, ansia e terrori notturni ad ispirarle quelle particolari tecniche di montaggio [8]. Del resto, una delle volontà degli artisti del gruppo era di procurare al pubblico quelle stesse sensazioni raccapriccianti patite al fronte. George Grosz e John Heartfield, nel 1920, con la provocazione Preußische Erzengel, non solo sconvolsero tutti, ma vennero anche citati in tribunale per ingiuria verso le forze armate. L’installazione prevedeva che un fantoccio di pezza vestito da soldato, ma con la testa di maiale, penzolasse dal soffitto ricordando un dissacrante arcangelo con al collo un cartello raffigurante un vecchio generale dell’esercito che sorridendo diceva «Gott mit uns» (Dio è con noi). Che questa corrente artistica traesse spunto dalla carta stampata e dal cinema lo prova anche un quadro metafisico che la Höch produsse nel 1920 e che ricorda per la presenza di intricati oggetti meccanici, funi, cavi e ingranaggi, le scenografie del coevo film espressionista Das Cabinet des Dr. Caligari, in cui un binario ferroviario procede a zig zag verso la cima di una collina.

George Grozs, Preußische Erzengel, 1920

Hannah Höch merita di essere riscoperta, in Italia, non solo come artista, ma anche come esempio di donna cosmopolita ed emancipata: dal 1929 al 1935 convisse a L’Aia con l’autrice olandese Til Brugman. Se la Höch venne, per così dire, introdotta all’avanguardia grazie alla relazione amorosa con Raoul Hausmann, del quale rimase l’amante per diversi anni, la ragione si deve ricercare nella società dell’epoca che concedeva poco spazio alla donna in quanto intellettuale. Molti critici ritengono che lo stesso Dada fosse maschilista quanto la società nella quale si originava. A ben vedere, infatti, solo una decina sono state le artiste dadaiste, e l’opera di molte di esse oggi è ingiustamente dimenticata. Ruth Hemus rimarca, invece, nel volume Dada’s Women, che, se non fosse stato per Emmy Hennings, Sophie Taeuber, Hannah Höch, Suzanne Duchamp e Céline Arnauld, il movimento Dada non avrebbe mai raccontato certi fenomeni sessisti riscontrabili nella società dei ruggenti anni venti europei. Nonostante alcuni dadaisti, come Hausmann in Fiat Modes, avessero ironizzato sull’eccessiva presenza della donna come mero oggetto sessuale nella pubblicità, solo il punto di vista delle donne artiste poteva provocare considerevoli rimorsi di coscienza ai magnati dell’industria dell’immagine. La Hemus elogia Hannah Höch che, anticipando i tempi, aveva compreso lo stretto rapporto che intercorreva tra politica e arte: quest’ultima può infatti essere un utile mezzo per dichiarare fatti o esprimere alcune critiche. Bisogna riconoscere alla Höch di aver guardato alla società in cui viveva con lo stesso sguardo dei suoi colleghi maschi, producendo un lavoro che va ben oltre la pura e semplice innovazione tecnica, e che anzi contiene forti critiche politiche. Molti dei suoi fotomontaggi si basano sul dualismo pubblico/privato, maschile/femminile e politico/personale, anticipando di quasi mezzo secolo lo slogan «the personal is political» tanto caro alle femministe negli anni Sessanta [9].

L’interessante figura della nostra artista merita senza dubbio di essere riscoperta all’interno dei confini italiani, sia con più approfondite dissertazioni sulla vita e le opere di questa straordinaria donna che con traduzioni dal tedesco all’italiano dei molti libri che in Germania le sono stati dedicati.

Hannah Höch – Gerhard Hauptmann, 1919

Note:

[1] presentato in un reading nel 1921 al gruppo Dada della secessione berlinese.

[2] Melissa Johnson, Italy zerwühlt: Hannah Höch’s Dadaist «Italienreise», Colloquia Germanica, Vol. 46 No. 3 pp. 303-324, Narr Francke Attempto, 2013.

[3] Hannah Höch, Collagen, Gemälde, Aquarelle, Gouachen, Zeichnunge, Gebr. Mann Verlag, Berlin, 1976.

[4] In inglese nel testo, Hannah Höch ad Edward Roditi in Kuenzli, Rudolf, Dada, Phaidon Press, 2006.

[5] Daniel Herrman, The Rebellious Collages of Hannah Höch, Prestel, 2014.

[6] Annette Becker, The Avant-Garde, Madness and the Great War, Journal of Contemporary History, Vol. 35 No. 1 pp. 71-84, Special Issue: Shell-Shock, 2000.

[7] dal film muto espressionista La passione di Giovanna d’Arco (La passion de Jeanne d’Arc) del 1928 diretto da Carl Theodor Dreyer.

[8] Brigid Doherty, We Are All Neurasthenics! or, the Trauma of Dada Montage, Critical Inquiry, Vol. 24, No.1 pp. 82-132, The University of Chicago Press, 1997.

[9] Hemus, Ruth, Dada’s Women, pg. 105, Yale University Press, 2009. 

(In copertina Kleine Sonne di Hannah Höch, 1969)


Paola Coppi
Paola Coppi

Paola Coppi (nata il 31/07/1991) è un’insegnante piemontese di inglese e spagnolo. Cresciuta tra il Lago Maggiore, d’Orta e Mergozzo sente forte il legame con la natura ed il territorio da cui proviene. Oltre ad essere curiosa verso le culture straniere, nei ritagli di tempo ama leggere e dipingere. Non può vivere senza musica e cinema.

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