Ieri è andata in onda la settimana e ultima puntata di KatÀstrofi – Stati di eccezione televisibili. In diretta abbiamo letto una parte della lettera inviata da Giovanni Tateo, direttore editoriale di menelique magazine, che oggi riportiamo integralmente.

 

Al mondo dell’editoria indipendente vorrei raccontare tre episodi. Il primo avviene il 14 settembre 1918, quando Piero scrive a Ada.

Gentilissima Sig.na,
era proprio ineluttabile che nell’autunno del 1918 io dovessi armarmi di tutta l’impertinenza di cui sono dotato per turbare la tranquillità e gli ultimi riposi estivi di tutti gli amici che ho conosciuto e conosco o no. Si rassegni anche lei alla sorte cui tutti si sono adattati […]. Ho deciso di fondare un periodico studentesco di cultura che s’occuperà di arte, letteratura, filosofia, questioni sociali ecc… […]. Scopi: destare movimenti d’idee in questa stanca Torino, promuovere la cultura, incoraggiare studi tra i giovani ecc. […] Scusi le troppe pretese: ma si tratta di un’opera d’intensificazione di cultura e di azione.

Un mese e mezzo dopo, nasce la rivista Energie Nove, che nelle sue prime pubblicazioni accoglierà un articolo di un giovane Antonio Gramsci. Due anni dopo, il periodico chiude i battenti, ma Piero (Gobetti) sposerà proprio quell’Ada (Prospero) a cui aveva chiesto aiuto per distribuire la rivista. Piero sarà destinato a morte prematura, nel 1926, anche a causa dei ripetuti pestaggi squadristi ricevuti su ordine di Mussolini.

Quella che potrebbe sembrare una pubblicazione fallimentare, poco più di un giornalino scolastico che tira a campare per qualche stagione, in realtà pose le basi per la costituzione dell’antifascismo torinese.

Il secondo episodio, 20 aprile 1975: per ammissione dello stesso esercito americano, la guerra in Vietnam si conclude perché i vertici del Pentagono non sarebbero stati in grado di far rispettare ulteriori ordini ai militari sul campo di battaglia. La disobbedienza che portò alla fine della guerra conseguì a una instancabile azione editoriale di riviste clandestine come FedUp! e Counterpoint, che confluì nella costituzione di sindacati persino all’interno di una istituzione conservatrice come l’esercito statunitense.

Se non dovesse bastare, ecco il terzo episodio, 9 giugno 2011: il movimento di matrice anarchica conosciuto come Occupy Wall Street, che ancora oggi influisce sulle esperienze di molti e molte, accende la propria miccia grazie a una call to action lanciata dal magazine indipendente canadese Adbusters.

La marginalità che caratterizza l’editoria indipendente rispetto all’editoria di massa non permette di misurare i risultati immediati che queste pubblicazioni dissidenti portano nella vita di una comunità. Non avremo ministri che si dimettono o risultati di elezioni ribaltati grazie alle pubblicazioni indipendenti. Eppure, in alcuni casi, come è stato per Energie Nove, FedUp!, Counterpoint e Adbusters, questa azione virale permette la creazione di ambienti culturali e di analisi critiche che portano a prepotenti mutamenti sociali.

È certo: noi che abbiamo deciso di immergerci nell’editoria indipendente siamo costretti a adottare l’atteggiamento del millenarista, dell’utopista, che convive con la costante sensazione di non essere in grado di cambiare la realtà e l’immaginario, nonostante i propri sforzi. Così come dobbiamo confrontarci quotidianamente con una mancanza di riconoscimento e di retribuzioni economiche adeguate.

Inoltre, ciò che oggi è evidente nel mondo editoriale dissidente è un aumentato senso di impotenza, dovuto alle difficoltà vissute negli ultimi mesi di pandemia. Esiste anche un senso di sconforto per l’apparente ineluttabilità della crisi economica che ci attende e che rischia di soffocare definitivamente il settore editoriale e culturale del Paese. Ma questa diffusa sensazione di inutilità e sconforto è una costante che prepara i periodi pre-rivoluzionari. È indotta e alimentata, fa comodo a chi vuole evitare lo squilibrio dei rapporti di forza, soprattutto quando si presentano eventi eccezionali che possono minare questi interessi.

Editoria indipendente è, innanzitutto, aggregazione sociale, costruzione di comunità alternative, analisi critica e confronto su ciò che, là fuori, non va. Ed è per questo che la misurabilità dei risultati immediati, che a mio parere è la principale causa di questo sconforto, è un criterio di valutazione del lavoro culturale che deve sparire dal nostro orizzonte. È con la sua mera esistenza che l’editoria indipendente manifesta la propria alterità rispetto all’editoria delle grandi catene e della grande distribuzione.

Questo umore avvilito dell’editoria rischia di oscurare il ruolo decisivo che dovrà avere la cultura nei prossimi anni: abbiamo, in realtà, un potere di cui non siamo consapevoli, e la situazione di precarietà che stiamo vivendo e che ci attende in questo futuro di crisi economica e sociale non può che incrementare il nostro potere.

Fino a qualche mese fa, era impensabile parlare concretamente di reddito di base universale, di esproprio di cliniche mediche private o, in generale, di collettivizzazione dei mezzi di produzione e di equa ripartizione del lavoro di riproduzione sociale. Oggi non lo è. In questi mesi c’è una maggiore apertura al possibile, a causa di questa situazione straordinaria che abbiamo vissuto. In questo contesto, il ruolo dell’editoria indipendente è quello di estendere questa condizione di eccezionalità, mostrando che il possibile può essere concretamente realizzato, e soprattutto evitando che le forze conservatrici possano reprimere i movimenti sociali che nasceranno.

In Italia, la repressione dei movimenti sociali da parte delle forze conservatrici è passata, per chi ha quarant’anni, più dal mancato sostegno della popolazione a chi manifestava durante il G8 di Genova – le saracinesche abbassate dai negozianti durante il passaggio degli attivisti –, che dai proiettili e dai manganelli delle polizie. Per chi ha trent’anni, come me, la repressione si è insinuata con maggior forza nei muri che i nostri interessi individuali hanno eretto impedendo il dialogo fra di noi – c’è la crisi, si salvi chi può! –, più che nei fallimenti dell’Onda contro la riforma Gelmini o nella reale precarietà e flessibilità delle nostre vite. Ma è proprio sulle saracinesche abbassate e sulle spalle voltate, cioè sulla capacità di diffondere e articolare una coscienza politica condivisa e intergenerazionale, che l’editoria può agire concretamente.

Le generazioni che si affacceranno al mondo del lavoro nei prossimi anni corrono il rischio di dover pagare le catastrofiche conseguenze economiche e le lacerazioni sociali che sono all’orizzonte. Sì, proveranno a mozzare anche questa generazione, proveranno a far pagare a loro la crisi.

Di fronte alla diffusa indigenza che ci aspetta, così come di fronte all’attribuzione della colpa di tale indigenza a chi la subisce, dobbiamo essere consapevoli che qualcuno penserà, forse a torto, forse a ragione, che non sarà sufficiente sporcarsi le mani solo con il nero inchiostro delle nostre penne, ma anche con il rosso del sangue. Ed è per questo che noi dobbiamo fare di tutto per operare l’“intensificazione di cultura e azione” di cui parla Gobetti, agendo innanzitutto nell’ambito che ci compete, quello delle rappresentazioni: fare in modo che le spalle non siano girate quando si proverà a socializzare i problemi individuali e permettere che le saracinesche siano aperte a sostegno delle prossime manifestazioni.

Il mondo della cultura ha la responsabilità di evitare che tutto questo si ripeta, ma è necessario un momento assembleare, collettivo, tra tutte le realtà indipendenti, che possa far emergere una lucida analisi critica dell’attuale corsa verso l’annichilimento del ruolo culturale dell’editoria italiana, per poi provare insieme a realizzare la comunità editoriale che vogliamo. Una comunità fortificata che possa ambire a superare il ruolo marginale che l’ha definita in passato, e che possa avere la presunzione di raggiungere lo stesso ampio pubblico dell’editoria di massa, con lo scopo di sfidare apertamente la cultura di regime, le rappresentazioni che veicola, i suoi sistemi di produzione e redistribuzione.

Per dare vita a questa nuova comunità editoriale, dovremo essere disposti a immolare le lusinghe dell’autoreferenzialità, dell’elitismo e dell’autorialità alle quali si sono sempre abbandonati i circoli radicali. Bisognerà abbracciare l’ascolto, la scrittura partecipata, l’accessibilità. Eviteremo di denunciare nuove forme di analfabetismo e impareremo a muovere le corde che in quelle persone che abbiamo chiamato analfabeti possono favorire l’azione politica. Lavoreremo per una maggiore efficacia dei contenuti grazie all’ascolto e a una conoscenza più approfondita delle condizioni di subalternità. Denunceremo queste oppressioni con saggi e articoli, le incarneremo con racconti, romanzi e poesie, le mostreremo con fumetti, illustrazioni e fotografie. E permetteremo agli editori, alle redazioni, ai grafici e agli esperti di comunicazione di migliorare la forma di questi contenuti per raggiungere tutti e tutte.

La prima analisi necessaria al cambiamento dei rapporti di forza riguarda l’editoria libraria, ed è nota ormai da anni a chiunque lavori nel settore. In Italia ogni anno vengono pubblicati più di 75000 titoli, la maggior parte dei quali non viene letta. Si privilegia la quantità, anziché la qualità. Ma questa corsa alla pubblicazione di un numero sempre più alto di titoli, alla ricerca della novità editoriale e al ricambio sempre più veloce dei testi sugli scaffali delle librerie ha un motivo perverso. Infatti il settore editoriale non è calibrato su chi, i contenuti, li produce (case editrici, redazioni, autori e autrici…), né su chi intrattiene un rapporto diretto con il pubblico, occupandosi della vendita finale (librerie), né, ovviamente, sulle esigenze dello stesso pubblico. L’editoria risponde agli interessi del distributore, cioè di chi si occupa della logistica, di spostare le copie da chi le produce a chi le vende, e di riportare all’editore i libri invenduti (le cosiddette “rese”). Le rese, che essendo invendute costituiscono di per sé un ammanco per l’editore, diventano fonte di ulteriore spesa nel momento in cui devono essere smaltite, riposte nei magazzini del distributore, o riportate all’editore. L’editoria libraria non si può permettere questa spesa ulteriore, visti i suoi risicati margini di guadagno e lo scarso potere contrattuale nei confronti del distributore. Si è quindi spinti a pubblicare in fretta nuovi titoli che possano coprire le spese che si accumulano: ecco spiegata la sovrapproduzione perversa.

In Italia questo sistema che umilia il ruolo culturale dell’editoria, riducendola a librificio, è rafforzato dal monopolio della distribuzione libraria, detenuto da Messaggerie Libri. È il classico elefante nella stanza. Tutti lo sanno, nessuno riesce ad agire, a parte loro. Ciclicamente il problema viene posto all’attenzione del dibattito pubblico nazionale, ma questi tentativi vengono sedati da chi fa profitto su questo assoggettamento della cultura alle logiche del capitale.

L’ultimo esempio che ricordi è del 2018. Bruno Ventavoli, curatore di Tuttolibri, il 23 settembre firma su La Stampa un articolo che solleva il problema della “bulimia” editoriale, seppur in forma leggera: si lamenta di non riuscire a recensire tutti i testi che finiscono sulla sua scrivania. A prescindere dal tono brillante dell’articolo, il problema è posto. Ignorarlo significherebbe cadere in quella che Sartre chiamerebbe malafede. Ma il giorno dopo, sempre su La Stampa, si realizza l’azione conservatrice che reprime la politicizzazione del problema “individuale” di Ventavoli, chiudendo il dibattito. Stefano Mauri, che viene presentato esclusivamente come amministratore delegato della casa editrice GeMS (Gruppo editoriale Mauri-Spagnol), risponde a Ventavoli parlando di “sovrapproduzione fisiologica”. Il suo intervento, che nel circuito mediatico viene volutamente fatto recepire come “risposta degli editori”, in realtà è la risposta del distributore. Stefano Mauri, infatti, è vicepresidente di Messaggerie. Ed è così che la sovrapproduzione di titoli – perversa per chiunque abbia a cuore il sistema culturale italiano –, diventa, all’improvviso, “fisiologica”, inevitabile, addirittura sinonimo di vivacità culturale. In nessun caso viene paventata la possibilità che più titoli significano più copie che vanno avanti e indietro, cioè più profitti per il distributore, ma non per tutti gli altri attori del mondo editoriale.

Una seconda analisi spetta all’editoria periodica: quotidiani, settimanali, riviste d’approfondimento… Questo settore mi riguarda personalmente, in quanto ho fondato e dirigo menelique magazine, e mi preoccupa più di ogni altra considerazione, perché in questo caso il problema non è solo la sovrapproduzione, ma la completa assimilazione della cultura al marketing.

Includendo sin dalla nascita spazi dedicati agli inserzionisti, i periodici hanno dovuto relazionarsi al capitale in modo più esplicito rispetto ai libri. Di conseguenza sarebbe sciocco non riconoscere che una delle nature dell’editoria, quella commerciale, è sempre riuscita a orientare le linee editoriali e il lavoro delle redazioni dei periodici, come era chiaro a Walter Lippmann già nel 1922. Nonostante questo, e tra molti compromessi, case editrici, redazioni, giornaliste e intellettuali dovrebbero ambire alla conservazione di un ruolo culturale: influire sul dibattito pubblico perseguendo una linea editoriale attorno alla quale si stringe un gruppo di persone che ne riconosce il valore sociale. Quello a cui stiamo assistendo oggi, però, è il tentativo di trasformare le case editrici di periodici in uffici che offrono servizi di marketing in outsourcing per gli inserzionisti. Ne consegue, purtroppo, la trasformazione coatta delle intellettuali e dei giornalisti in content marketer.

La progressiva diminuzione delle vendite dei periodici cartacei degli ultimi due decenni e la possibilità di raggiungere un vasto pubblico sui social network ha alimentato l’idea che il futuro dell’editoria periodica fosse esclusivamente online. Così si è presentato il problema – già noto alla discografia – di come monetizzare i contenuti su internet, cioè su una piattaforma in cui gli utenti sono abituati a fruire gratuitamente di ogni servizio. La risposta è stata poco coraggiosa e per niente originale, contrariamente alla retorica da startup a cui siamo abituati in questo settore: bisogna rivolgersi a chi i soldi, li ha davvero, cioè le aziende, e rinunciare a qualsiasi rapporto economico diretto con lettori e lettrici. Così sono nate molte realtà editoriali, spesso apprezzate anche dal mondo degli indipendenti, che hanno deciso di sostenersi o di fare profitto esclusivamente vendendo spazi pubblicitari. Ma la rinuncia al rapporto economico diretto con il pubblico non solo elimina la possibilità da parte di lettori e lettrici di influire sulla linea editoriale di un periodico (di far parte realmente di quel gruppo che si unisce attorno ai valori della linea editoriale), ma li riduce a consumatori da attirare sui propri siti web o da rinchiudere nel recinto dei propri follower, per poi darli in pasto agli inserzionisti. Lo scopo di una casa editrice e di una redazione diventa quello di studiare i segmenti di pubblico che possono più interessare gli inserzionisti, cioè i più ricchi (mai sentito parlare di DINK, double income no kid?), di analizzare i loro gusti e i loro interessi, e di elaborare e realizzare linee editoriali appiattite sul soddisfacimento immediato della curiosità di questi segmenti. A questo punto, le aziende sono ben felici di vedere il lavoro di raccolta dei possibili clienti già fatto dalle riviste, che quindi diventano uffici esternalizzati delle aziende.

Certo, si potrà sostenere che, in fondo, quello che ci interessa è il testo in sé, la pubblicazione di buoni contenuti e il messaggio politico che veicolano, a prescindere dal come, dal perché e dal chi sono realizzati. No. Le entità sociali sono definite più dal fitto reticolo di funzioni, poteri e relazioni di cui si fanno portatrici che dal loro veicolo materiale o testuale. Un testo con riferimenti puntuali, ben scritto e denso di considerazioni stimolanti, se pubblicato da una rivista è Fountain, ma se è pubblicato da un ufficio marketing è solo un orinatoio. Utile, ma essenzialmente diverso dall’opera di Duchamp.

Ringrazio Argo per avermi chiesto di scrivere queste parole rivolte al mondo dell’editoria. Ho dovuto ignorare molte riflessioni, come quella sull’editoria accademica, che a volte mette a profitto la ricerca prodotta grazie a finanziamenti pubblici, o come quella relativa all’esigenza di educare alla lettura sin dall’infanzia. Spero tuttavia che queste parole vengano intese come un invito alla collettivizzazione dei problemi che ogni attrice e attore del mondo culturale sta vivendo in questa fase storica, così come un appello per l’organizzazione di un’assemblea degli indipendenti che possa liberarci da queste difficoltà.

Giovanni Tateo


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