In occasione del ventennale dei terribili fatti accaduti al G8 di Genova nel luglio del 2001, Valerio Cuccaroni imposta una riflessione a partire dall’importanza della critica al linguaggio dominante manipolato dalla propaganda. Perché un “altro mondo” è possibile.

 

Quest’anno ricorre il ventennale di Genova 2001. Non se ne parla ancora granché ma nei prossimi mesi se ne parlerà, eccome. Per festeggiare la ricorrenza il sociologo Salvatore Palidda e il Comitato Piazza Carlo Giuliani hanno annunciato tre giorni di iniziative che si svolgeranno a ridosso di quel 20 luglio in cui nel 2001 il giovane Carlo fu ucciso. Da quando si inizierà a parlare del ventennale del G8 di Genova si tornerà a leggere il termine “no global”, che i media scelsero di utilizzare per designare, in chiave negativa, il movimento a cui apparteneva Giuliani così come altre migliaia di giovani, riunitisi a Genova per protestare contro le politiche neoliberiste dei grandi paesi industrializzati, dettate dalle istituzioni finanziarie sovranazionali e in particolare dalla Banca Mondiale, dal Fondo Monetario Internazionale e dall’Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO).
Non ero a Genova nel 2001, ma avrei voluto esserci, perciò ho deciso di iniziare quest’anno del ventennale dando il mio piccolo contributo per ricordare in modo degno il movimento che si ritrovò a Genova, lavorando su ciò che conosco meglio: la lingua italiana, la storia e i mezzi di comunicazione.

Quello che fu chiamato movimento “no global” non era affatto un movimento contrario alla globalizzazione in sé. Era semmai contrario alla globalizzazione dello sfruttamento. Come poteva essere contrario alla prospettiva mondiale? Esplose a Seattle nel 1999 ma affondava le sue radici nelle esperienze di resistenza al “pensiero unico” e di sviluppo della democrazia partecipativa diffuse in tutto il mondo, da Porto Alegre in Brasile a Grottammare nelle Marche, passando per la sede del giornale di riferimento del movimento, «Le Monde Diplomatique», situata al numero 1 di Avenue Stéphen-Pichon a Parigi. Come poteva essere contrario alla mondializzazione un movimento che si riconosceva nello slogan “un altro mondo è possibile”?
Altermondialismo”: questo è il nome corretto di quel grande movimento mondiale che, tra la fine del Novecento e l’inizio del Duemila, ha scosso i palazzi del potere e le istituzioni finanziarie sovranazionali, tanto da indurre il governo fascio-leghista italiano, in carica quell’anno, a reagire con la “macelleria messicana” della scuola Diaz.

Non è un termine che sia molto utilizzato in Italia, “altermondialismo”. Sono andato a controllare il vocabolario Treccani online e ho trovato una definizione più adatta a “terrorismo” che alla verità storica di quel movimento.
Ho chiesto pertanto alla Treccani di correggere la definizione, rinviando per un confronto alla voce “altermondialisation” del vocabolario Larousse.
Da ora in avanti chi consulterà il vocabolario Treccani online per cercare il significato della parola “altermondialismo” troverà questo significato: «altermondialismo s. m. [comp. del lat. alter «altro, diverso» e di mondialismo]. – Movimento variegato di gruppi e associazioni che si oppongono ad alcuni aspetti della globalizzazione, sostenendo un modello alternativo di sviluppo mondiale più equo». La lingua è il primo campo su cui la propaganda, ovvero la politica esercita il proprio dominio, senza che se ne abbia una costante consapevolezza. Occorre praticare una critica serrata del linguaggio dominante perché un altro mondo sia non solo possibile ma realizzabile qui e ora.