Anamnesi di Rosita Pederzolli ⥀ Autopoetica

La rubrica Autopoetica, a cura di Marzia D’Amico, giunge oggi alla sua ventesima pubblicazione, dedicata a Rosita Pederzolli. L’immagine di copertina è come sempre di Valentina Vallorani. È possibile segnalarsi inviando propri testi e una dichiarazione di autopoetica alla mail: autopoetica.argo@gmail.com (tutte le pubblicazioni finora apparse nella rubrica possono essere lette qui)

 

«Girlhood is a landscape», dice Lisa Robertson: il mio paesaggio, quello delle mie progenitrici, e forse anche quello delle mie discendenti, è pieno di domande che non sono ancora state poste. Questo è un tentativo di risalire la corda di una genealogia di ragazze, un’incursione, una scorribanda nel territorio del ricordo e dell’affetto in cui chi scrive si chiede quanto ci sia di collettivo nella memoria, se sia possibile rileggerla alla luce di una teoria, e infine come tornarci e ritrovarla intatta, scevra da qualsiasi studio.

(Rosita Pederzolli)

 

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1.

insonni le notti e ricorrenti: sogno              la fine del mondo, la maleducazione degli estranei
ridondanti e scarni i giorni: faccio              la spesa, mi spettina la pioggia, entro a scuola.

(Nel parcheggio del supermercato penso a mia nonna e alle poche cose che so di lei. Ho due foto in cui mi somiglia, una in cattedra e una su un prato. Il volto imperscrutabile. Vorrei conoscere la percentuale di consapevolezza della sua apocalisse; come deve essere stato non pensarsi mai in un’altra lingua.
Sto cercando una lingua con la grammatica giusta per nominarmi, per nominarci, nonna.)

che cosa ho inventato? è vera             la bicicletta, la spesa, la gonna, la staffetta;
e poi, come me,                                        l’analisi logica che hai insegnato

– costruisco un altare contro i brutti sogni, contro la fine del mondo: imbastisco un posto sicuro con le candele l’argento i tarocchi la chitarra di mio padre i pupazzi d’infanzia un castello con tutte le cartoline che mi hanno mandato per chiedermi quando vieni a trovarmi? baci! ma fatemi altre domande chiedetemi quel che non sapete:

hai paura di morire?
cosa ti tiene sveglia la notte?

questo riparo artigianale mi proteggerà             i sogni dalla fine del mondo, nonna?
un altare dentro casa                                               mentre scuoto la testa e mi perdono.

(Tutto ciò che so di lei è di seconda mano: complicata testarda la fede la mamma. Rimpiango di non averle chiesto molte cose. Ero giovane e non lo sapevo che non c’era tempo, che eravamo mortali. Ci sono alcune cose che si vogliono raccontare per forza, che si spera prima o poi qualcuno domandi.)

qual è il tuo libro preferito?
ti ricordi che da bambina mangiavi il burro con le dita?
qual è stato il tuo migliore orgasmo, e la tua chiesa ti ha mai tradita
dimmi gli altari che ti sei costruita
gli spazi sicuri che sanno di frode
il genere da cui ti chiami fuori

e che diritto ho io di pensarti con categorie nuove,
come si sputa su hegel se non sappiamo sputare
– e tu non sai nemmeno chi è hegel –

e allora gli spiriti
è meglio invocarli alla luce del giorno:

alzarsi dal letto,                                                   preparare lo strudel;
arrivare alla fine di oggi                                    invocare creature dei boschi
l’azoto, le rane, le lumache, gli orsi                 o decine di estranei in rete

ci crederesti? questo è il mio esercito           e il mio altare è vuoto.

 

2.

dici che alla mia teoria manca qualcosa
(ho scandagliato i tuoi occhi alla ricerca
di quello che ho perso negli ultimi dodici anni
mi hai chiesto: dogmi, giochi)
e io che non ho mai saputo fare ordine
ti dico che alla mia teoria manca il conflitto
ti si arricciano le labbra del sapore dell’ovvio
delle cose senza miccia né lotta
provo a giustificarmi:
l’hanno data per scontata nell’analisi storica
suvvia
spazientita dici noi sappiamo sempre da che parte stare
(ma tu lo sai un po’ di più)
tu hai chiamato tutte: sorella
e io, aggrappata stretta alla grammatica,
provavo a correggerti: sono io tua sorella,
tentavo
ma avevi già trasfuso la solidarietà
dentro la teoria e il conflitto
si prova senza ritocchi
e una volta lanciato l’incantesimo
che aggroviglia la lingua
che dice: adesso nomino io,
in nome delle regole che ho infranto,
dello spirito santo
dei travasi col fango
dici: sono tutte mie sorelle
solidarietà senza correzioni

(eccezioni: lascia che ci addormentiamo                     stringimi la mano.)

 

3.

Guarda, tutte le teorie che potrebbero spiegarti la paura
Che ti prende
La notte
Ascoltami un attimo – l’inadeguatezza che senti
Viene dalla storia che insegni
Tutta la mia vita, non lo vedi
È un tentativo di mostrartelo

Io non ti chiederò mai scusa: da me avrai solo
libri
rossetti
profumi
e dolci
e poesie qualche volta, ma meglio prose
qualche risata
E da te voglio solo
che mi chiami ogni giorno anche quando non rispondo

Siamo piene di segreti
nei nostri portafogli antichi.

 

⥀⥀⥀

 

Il mio interesse si rivolge spesso a ciò che è vagabondo e incompiuto, irriducibile ad una verità. Il frammento, nelle sue varie forme, è al limite tra la negazione e l’affermazione di qualcosa.
Al limite fra i due mondi immagino si possa continuamente riscrivere la propria identità, i propri codici. Questo pensiero è la base di un percorso di ricerca che muovendosi nella frattura, nello spazio fra due o più domini, prende ogni volta una forma e una strada apparentemente diversa. Questa fascinazione per l’incompiuto, l’errore, il continuo sfuggire al senso mi conduce alla poesia. Multiforme e frammentato, il mio modo di agire l’arte non si esaurisce in una risposta conclusiva, tenendosi aperto all’indeterminato.

(Valentina Vallorani)

 

Pederzolli
Valentina Vallorani, Anamnesi, maggio 2026.

 


Rosita Pederzolli vive nella provincia altovicentina. Insegna lettere, traduce romanzi e ogni tanto scrive.