Torna OttoMarzo, con la terza puntata dedicata a Anna Kulishoff. Sempre a cura di Francisco Soriano

Il 27 aprile del 1894, Anna Kulishoff pronunciava un discorso al Circolo Filologico Milanese sui diritti di genere. Questa testimonianza, lucida e assolutamente attuale venne pubblicata dalla rivista socialista Critica Sociale, con il titolo Il Monopolio dell’uomo.

Anna Kulishoff è lo pseudonimo di Anja Rosentain. Figlia di commercianti ebrei nacque in Crimea, fra il 1853 e il 1857. Mostrò inclinazione allo studio già nei primi anni della sua vita e, raggiunta la maggiore età, si trasferì a Zurigo dove seguì corsi di filosofia, vivendo in un ambiente consono alla sua sensibilità culturale. In seguito, all’ordine dello zar di rientrare in Russia, Anna ebbe la possibilità di assistere allo stato di povertà e arretratezza medioevale di intere masse di lavoratori agrari. Questa condizione di ingiustizia suscitò nello spirito della donna una reazione decisa. Fra il 1877 e il 1880 Anna Kulishoff abbandonò la Russia per stabilirsi in Svizzera, dove incontrò Andrea Costa, con il quale comincerà un sodalizio di idee e sentimenti.

In Francia, in uno dei suoi periodi di lotta più intensi, venne arrestata ed espulsa perché ritenuta una sovversiva; rientrata in Italia, subì prima un processo a Firenze, accusata di cospirare attentati insieme agli anarchici e, successivamente, a Milano, dove subì un nuovo arresto per reati d’opinione. La sua liberazione ne determinò comunque l’espulsione dal Paese, così Kulishoff si stabilì nuovamente a Lugano. Ancora in Italia, raggiunse Andrea Costa in un momento esistenziale e affettivo molto problematico, per la nascita della figlia e per la tubercolosi contratta nelle carceri transalpine. Fra mille difficoltà, continuò le sue specializzazioni in ginecologia alla Facoltà di Medicina di Torino e Padova, dando un contributo scientifico rilevante con la tesi sulle origini batteriche delle febbri puerperali, che erano la causa principale delle morti post partum. A Milano, Anna intraprese l’attività di medico: la dottora dei poveri lavorò per i miserevoli e per le donne che non potevano permettersi un medico, conciliando in questo modo fede politica e impegno professionale. Fu in contatto con le esponenti del femminismo lombardo, come Anna Maria Mozzoni, Paolina Schiff e Norma Casati che avevano costituito, nel 1882, La lega per gli interessi femminili. In questo periodo, si legò sentimentalmente a Filippo Turati fondando insieme a lui e Costantino Lazzari, nel 1889, la Lega Socialista milanese. Insieme a Turati trasformò il salotto della propria casa in studio e redazione della rivista Critica Sociale. Divenne un riferimento per intellettuali e antagonisti, persone umili e sartine che vedevano in Kulishoff una benefattrice. Riceveva visite in ogni ora del giorno e si prodigava per tutti fino a quando, nel maggio del 1898, un gruppo armato fece irruzione e arrestò la coppia con l’accusa di sovversione. Scarcerata, grazie all’indulto, Anna non arretrò nella sua lotta ed elaborò un progetto di legge sul lavoro minorile e femminile che Turati fece presentare in Parlamento con il nome di legge Carcano, approvata nel 1901. Kulishoff abbandonò le posizioni estremiste che avevano caratterizzato i suoi primi anni e concepì l’azione politica come strumento maturo, sociale e pacifista. Spinse Turati ad abbandonare gli intransigenti del partito e gli consigliò di trattare con Giolitti temi sociali che avevano maggiore necessità e celerità di essere affrontati. L’azione fondamentale tuttavia, fu la questione femminile: le donne dovevano assumersi responsabilità politiche e civili, lavorare e rendersi indipendenti, ottenere la parità dei diritti a cominciare da quello del voto.

In questo frangente della sua vita politica, Kulishoff ebbe modo di verificare l’indolenza degli uomini, anche di quelli che militavano in partiti progressisti. Grazie al suo incredibile contributo, nel 1911 nasceva il Comitato Socialista per il suffragio femminile. Inoltre, veniva fondata la rivista La difesa delle lavoratrici, cui non fecero mancare il proprio apporto tante attiviste femministe. Nella generale delusione, fu proprio Giolitti che non consentirà un coinvolgimento politico e civile alle donne: per Anna comincerà un periodo di sconforto dovuto alle lacerazioni all’interno della sinistra e per il movimento antisocialista e nazionalista che produceva violenza e intolleranza.

Nel 1925 Anna Kulishoff morì. Per le strade di Milano, il funerale fu seguito da una folla immensa mentre squadracce fasciste attaccavano il corteo e si scagliavano contro le carrozze distruggendo i drappi funebri, dando esempio di brutalità inaudita. Il fascismo più becero prendeva forma irreversibilmente nel nostro Paese.

Il Monopolio dell’uomo è uno di quei libri che non ingiallisce col passare del tempo, rimane attuale per il contenuto valoriale che sublima principi e diritti inalienabili. Anna Kulishoff poneva subito un quesito:

Come mai bisogna isolare la questione della donna da tanti altri problemi sociali, che hanno tutti origine dall’ingiustizia, che hanno tutti per base il privilegio d’un sesso o di una classe?

Anna percepiva nell’ingiustizia sociale la testimonianza che le vittime più colpite nei rapporti sociali moderni erano proprio le donne e faceva notare che, pur con rare eccezioni, gli uomini di qualunque classe sociale difendevano

il privilegio di un sesso considerandolo come un fenomeno naturale, con una tenacia meravigliosa, chiamando in aiuto la chiesa, dio, scienza, etica e leggi vigenti.

Nella certezza che nel XIX secolo, l’evoluzione intellettuale e morale della specie umana aveva temperato la schiavitù della donna e l’avrebbe convertita in mera sottomissione, Anna ricordava che bisogna ammettere che

fin dai tempi antichi e nel primo cristianesimo, si levarono voci in favore degli schiavi ma la schiava non ha trovato patrocinio neppure nella migliore delle religioni (la cristiana).

È a questo punto che Kulishoff si scagliò contro i padri della religione: quelli come San Paolo, San Giovanni Crisostomo, Sant’Agostino che contribuirono massicciamente a quell’idea della donna come porta del demonio. Non da meno, accadde che durante la Rivoluzione francese si demolissero le istituzioni basate sul diritto civile, ma non fu permesso alle donne di emanciparsi. Non fu concesso a Olympe de Gouges, che finì ghigliottinata. I tempi erano maturi per vedere le donne non più costrette al destino del focolare, ma consapevoli di possedere strumenti culturali per emanciparsi, finalmente lontane dai capricci di oppressori e assassini e dai concili in cui si discuteva dell’assenza dell’anima nel genere femminile. Nonostante l’innalzamento della media numerica di donne che frequentavano accademie e università, non era ancora possibile contrastare

il monopolio dell’uomo che era troppo vasto per poter trattare tutte le manifestazioni: in famiglia, nei diritti civili e politici e nel campo della lotta per l’esistenza, sia materiale che intellettuale.

Kulishoff nel suo intervento ricordò la frase di Letourneau: il primo animale domestico dell’uomo fu la donna, […] vinta dalla sua forza brutale. Già nelle società primitive infatti, la donna si distinse per spirito di abnegazione, naturalmente legata ad accudire i figli e a lavorare duramente sotto il sole. Questa situazione, le costringeva a escogitare nuove industrie e scoperte di rilievo: si smascherava l’assurda teoria della loro presunta pigrizia intellettiva. Schiave nell’antica Grecia e a Roma, non cambiò la loro situazione nel medioevo: il concetto egemonico era quello di uomini guerrieri e di una società religiosa che alimentava il disprezzo verso le donne. Kulishoff sottolineava con lucidità il ruolo delle

Beatrici, delle Laure e delle Leonore che rappresentarono per i loro poeti uomini, niente altro che allucinazioni, donne create nel vago intuito dei poeti che sentivano l’uomo un mezzo essere se non completato dalle donne (disprezzate e oltraggiate).

Come potevano gli uomini superare questa contraddizione? Con la fantasia ascetica che costruiva un ideale femminino etereo, di donna bionda, linfatica e vicina agli angioli, possibilmente lontanissima dal poeta. Pagine sublimi dove Kulishoff, non senza ironia, dice che i versi più che «lusingar l’amore proprio femminile sono atti a rattristare l’animo, visto che gli uomini d’ingegno per trovare sfogo alla loro espansione affettiva dovevano collocare la donna nel cielo o nelle visioni allucinatorie».

È chiaro che nelle civiltà moderne la forza muscolare era elemento che non aveva la stessa importanza come nel passato e le donne avevano acquisito la consapevolezza che dovevano prendere parte ai processi economici della società per rendersi autonome economicamente. In questo frangente, anche un altro istituto sociale andò in crisi: la pratica matrimoniale mutò sia per le nuove condizioni sociali che per le difficoltà economiche. Questo problema sdoganò la «modalità del matrimonio in unione d’affari, divenendo esso stesso una selezione vergognosa: selezione di capitali, senza riguardo né alle simpatie né alle grandi disparità di età.»

La definizione di parassitismo morale della donna rappresentò un nuovo campo d’analisi della crisi nei rapporti sociali fra generi umani. La sua origine derivava dal servilismo e dalla sottomissione che le donne avevano accettato dagli uomini. Per Kulishoff, la donna aveva dovuto compiacere l’uomo nel corso dei secoli utilizzando la propria intelligenza in direzione del suo padrone, rendendola obsoleta. Dunque, si spiegava la proclività alla finzione di donne che pro bono pacis dovevano fingere di essere fedeli e compiacenti ai propri uomini. È la prova di un’ultima difesa che le veniva riservata per sopravvivere e per non cancellare definitivamente la propria personalità. Nella considerazione che il carattere non si allea mai col servilismo, le donne indipendenti vengono considerate ribelli, inquiete, turbolente e pericolose per la società.

Fra le tante intuizioni di questo scritto, fu quella della differenza fra altruismo familiare e sociale. Per Anna, il sentimento della maternità era causa di altruismo domestico che in tempi moderni è la rappresentanza di egoismo, grettezza ed è nemico dell’altruismo sociale. Nella società la donna diventava elemento essenzialmente reazionario e conservatore, che temeva innovazione e germinava sentimenti antisociali determinando ed elevando il sentimento egemonico dell’uomo. Fino a che la donna non basterà a se stessa e non entrerà consapevolmente in cooperazione volontaria con gli uomini nel mondo del lavoro e nella società, il privilegio dell’uomo sulla donna resterà, anche perché quest’ultimo sarà sempre timoroso della concorrenza. Kulishoff vide nell’industrialismo moderno una chance per la donna: era doppiamente schiava dell’uomo e del capitale, ma la donna operaia, nonostante tutti i mali, poteva essere indipendente dall’altro sesso in un processo temporale futuro. Si prospettava, a questo punto, una nuova battaglia per i salari e i diritti sul posto di lavoro che, con dati statistici alla mano, riserva alle donne più ore di lavoro a minor costo, in Paesi come la Francia, l’Inghilterra, la Germania e l’Italia. L’inferiorità dei salari non era per la minore produttività in quanto veniva dimostrato il contrario, ma piuttosto per la mancanza di una unione d’intenti e salvaguardie fra donne. Dunque, la questione dei salari non risiedeva neanche in una legge economica propria del mondo capitalistico, ma era determinata dal costume e da una certa egemonia culturale fatta di tradizioni e concetti che discriminavano le donne. In generale, la discriminazione salariale era ben diffusa in tutte le professioni, anche quelle che necessitavano di studio e di un alto grado di professionalità, come l’insegnamento e la cura dei malati.

La strada che Anna Kulishoff aveva individuato era lunga ma tracciata. Nel 1890 lei stessa si augurava l’avveramento della profezia di Victor Hugo che presagiva per la donna quello che Gladstone profetizzava per l’operaio: il diciannovesimo secolo sarebbe stato il secolo della donna.

Indicazioni bibliografiche

  • F. Turati, A. Kuliscioff, Carteggio, raccolto da A. Schiavi, Torino, Einaudi, 1977.
  • A. Kuliscioff, F. Turati Il voto alle donne: polemica in famiglia per la propaganda del suffragio universale in Italia, Milano, Uffici della critica sociale, 1910.
  • A. Kulishoff, Il Monopolio dell’Uomo, introduzione Rita Levi Montalcini,Ed. Zephiro, Milano 1994.