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Anno nuovo | Racconto di Andrej Hočevar, traduzione dallo sloveno di Michele Obit

Quando i bicchieri si sono ricongiunti un’altra volta sopra il tavolo, lasciando uscire qualche goccia, e le braccia sono sembrate raggi che brillavano da essi, io e Maja abbiamo preso le nostre cose e ce ne siamo andati. Abbiamo cercato di vestirci passando in mezzo alla calca. Avevamo fretta di uscire, in superficie. Fuori, senza pensarci, abbiamo accelerato il passo e ci siamo fermati poi in una piccola piazza un centinaio di metri più in basso, vicino alla città, dove di solito ci sono dei taxi. Mi sono voltato di scatto. «Cosa è stato?» ho detto. «Cosa?» ha fatto lei. «Non so,» ho detto. Per un po’ siamo rimasti immobili guardandoci negli occhi, poi ci siamo abbracciati. «Va tutto bene?» le ho chiesto. «Sì,» ha detto Maja. «Ma davvero, cosa è stato?!» ha aggiunto, e imbarazzati abbiamo iniziato a ridere singhiozzando.

«Cosa c’era poi in quell’altro spazio? È successo qualcosa?» ho chiesto quando ci siamo spostati di nuovo. «Solo un altro spazio e una sala da ballo più piccola. Non mi è del tutto chiaro,» ha detto Maja, «all’inizio era anche bello, abbiamo parlato un po’ con quei serbi, persino ballato, poi però è venuta una donna che era proprio di pessimo umore. Di fronte a tutti ha iniziato a raccontare una sua tragedia con un uomo violento, che continuava a maltrattarla. È dovuta fuggire con la figlia e sono arrivate qui, dove adesso cambia uomo un giorno sì e uno no. Occhio a quello, a questo, diceva, è violento solo con gli altri, con lei invece è sempre tenero. Se però per caso avesse incontrato il suo ex – che non vedeva da anni e non sapeva dove fosse –, l’avrebbe ammazzato all’istante. Per dire. E in ogni caso era ubriaca e si offriva, come dire, a tutti. Ma non era del nostro gruppo, era macedone, una certa Vasilija o qualcosa del genere, non è poi importante…» ha detto Maja.

«Vasa!» ho sussurrato tra me e me. «Ah sì, per altro, ho dimenticato di dirti una cosa. Ne ho abbastanza. Il prossimo anno festeggiamo in Germania. Mi hanno offerta una residenza,» ho detto un attimo prima che ci sedessimo nel taxi.

Alle spalle avevamo delle settimane faticose, l’ultima in particolare. Dicembre, come al solito, nell’attesa delle riunioni familiari e le rivendicazioni di uno stato d’animo natalizio, si era protratto senza fine. Maja girava per la casa, imprecava nel disordine e faceva progetti – il posto più indicato per l’alberello, la data del pranzo con i genitori, il menù –, io cercavo di fare il possibile per ignorarla. Mi comportavo come uno che non vuole rivelare che a metà di una settimana lavorativa festeggia gli anni, perché i suoi colleghi non lo sanno o se ne sono dimenticati, e in questo caso è meglio non sapere. Due anni prima, suppergiù, con Maja ci eravamo detti chiaramente i nostri punti di vista: più lei insisteva con l’importanza delle feste e dei pranzi, più io mi richiudevo in me, nel mio triste spazio senza valori, e passivamente cercavo di allontanarla il più possibile.

Così le nostre feste natalizie avevano avuto l’aspetto di un compromesso inatteso: Maja alla prima occasione (al primo bicchiere di vino) aveva riconosciuto che tutto quel circo era di fatto eccessivo e che si sarebbe potuto fare anche a meno di tutta quella robaccia, se avessimo litigato di meno e io avessi dimostrato un minimo di comprensione, a me invece il suo sforzo alla fin fine un po’ mi intimoriva – cosa che anche al secondo bicchiere di vino mi era difficile riconoscere. Quest’anno è stato particolarmente teso. Assuefatti ormai alla vita con il lattante, eravamo sempre esausti e l’appartamento era sempre in disordine. Bastava la più piccola allusione e già esplodevamo. Difficile dire quando fosse arrivato il culmine: l’alberello che pareva un giocattolo, l’errore di aver invitato contemporaneamente, di certo per l’ultima volta, entrambe le famiglie, o il fatto di esserci addormentati alle dieci a Capodanno. «Perché stiamo ancora assieme,» aveva detto a un certo punto Maja. «È un amore asinesco,» avevo risposto con un sorriso forzato, mentre mi era balenato in mente che forse ero andato troppo in là. Maja mi aveva solo guardato con gli occhi sgranati. «Cocciuto,» avevo detto, «più forte di una data o di un mese casuale.»

Nei primi giorni di gennaio stavamo entrambi un po’ meglio, contenti di aver lasciato dicembre alle spalle. In realtà ci eravamo entrambi calmati. Così qualche giorno dopo ho proposto di chiedere alla vicina di tenerci il figlio il venerdì sera, noi saremmo usciti a bere qualcosa. «Come un tempo, ti ricordi, quando eravamo giovani,» le ho detto. Quando il piccolo si è addormentato e la babysitter si era sistemata comodamente sul sofà, per accentuare lo sforzo e la premura ci siamo vestiti quasi come per Capodanno e ce ne siamo andati. «Non staremo a lungo» ha detto sulla porta Maja.

Nei dintorni del locale che avevamo scelto era tutto deserto, perciò abbiamo deciso di camminare ancora un po’ per la città, perché nel locale vuoto, riservato solo a noi due, non ci cogliesse di nuovo il cattivo umore. Quando dopo nemmeno un’ora siamo tornati, c’era gente con i giacconi in strada e dal locale si sentiva della musica. Attraverso la finestra del pianoterra vedevamo il dj che ballava. Maja ha fatto per voltarsi, io invece per testardaggine ho spinto la porta e sono entrato. Era pieno di gente. Siamo passati tra i tavoli, camminando accanto al lungo banco. Bei giovani, vestiti in modo accurato ma non cerimoniale, probabilmente venivano dal lavoro, senza la famiglia, sorseggiavano birra dalla bottiglia. Ho fatto un cenno verso un angolo con due tavolini, dove stava seduta una donna in un provocante vestito attillato, attorno a lei solo delle panche vuote. «Possiamo sederci?» ho chiesto, e nello stesso istante, senza attendere la risposta, ho trascinato Maja con me sulla panca. La donna ha mormorato qualcosa di incomprensibile o di irrilevante e dopo qualche istante ci ha spiegato che stava aspettando altre persone, ma per il momento non c’era problema. Si è dedicata al suo cellulare, io sono andato al banco a prendere da bere. Quando sono tornato sulle panche c’erano degli uomini che non badavano a noi, Maja si era spostata un po’ a lato e fissava rigida davanti a sé. Mi sono seduto, cercando di far finta di divertirmi.

Bevevamo lentamente, senza provare davvero piacere, e intanto la nostra tavolata si riempiva. Quando abbiamo finito la prima birra eravamo già stretti uno all’altro sulle panche, la tavola era colma di bicchieri. Facevamo fatica a sentirci, in quel baccano. Qualcuno si è accorto che i nostri bicchieri erano vuoti e ha gridato se volevamo qualcosa da bere. Da chissà dove ha tirato fuori una bottiglia e con un largo sorriso ci ha fatto un cenno. «Un po’ di grappa serba?» Io e Maja ci siamo guardati, il tipo intanto aveva già chiesto che gli portassero altri due bicchieri, riempiti immediatamente davanti a noi. Ho alzato le spalle e iniziato a brindare con quegli sconosciuti.

«Siete amici di Zvezdan?» ci ha chiesto una donna curva sotto due braccia maschili sollevate, sorridendo. «Zvezdan? Chi è? A dire il vero ci siamo ritrovati qui del tutto per caso, altrove non c’era più posto,» le ho risposto restituendole il sorriso. Mentre spiegavo la situazione il tipo che ci aveva offerto da bere si è messo ad ascoltare la conversazione, urlando allegramente che non c’era nulla di male, che eravamo tutti amici e che c’era da bere per tutti. Maja le ha chiesto se per caso fosse il compleanno del tipo con la grappa. «Il suo compleanno? No, no, oggi noi festeggiamo il Capodanno. Il Capodanno ortodosso!» ha detto la donna ridendo. Poi si è alzata, ha gridato qualcosa e assieme agli altri ha sollevato il bicchiere. Con le sopracciglia sollevate ho guardato Maja. Mi ha sorriso. «Abbiamo trovato un’altra occasione! Buon anno nuovo!» ha detto. L’ho baciata sulla bocca, poi abbracciati per le spalle abbiamo sollevato anche noi il bicchiere. Le nostre grida si sono fuse con le urla attorno a noi.

Dopo un po’ stavamo parlando con metà della tavolata. Bevevamo velocemente, senza tenere conto di cosa ordinavano o da dove riempivamo i bicchieri. C’era sempre qualcuno che usciva a prendere aria, alcuni sparivano in un altro spazio che era in qualche modo nascosto dietro uno stretto passaggio e dove c’era, come ho saputo più tardi, anche una piccola sala da ballo. Là ad un certo punto è scomparsa anche Maja. Con la coda dell’occhio ho notato la coscia nuda di una donna in un vestito attillato, Maja stava parlando con lei e un attimo dopo erano sparite entrambe. Ho disteso le mani e le ho appoggiate alla spalliera della panca. Con gli occhi chiusi cercavo di immaginarmi il punto in cui si annulla la differenza tra il rumore e il silenzio.

«Con tua moglie siete una bella coppia», ha detto uno. Ho aperto lentamente gli occhi. Un tipo dai capelli scuri mi stava fissando, prima non mi ero proprio accorto di lui. Sedeva di fronte a me, all’altro lato della tavolata. «Siete sposati, vero?» ha detto.

Ho avuto bisogno di un momento per ritornare in me, poi l’ho osservato un po’ meglio. Aveva una bella barba e uno sguardo dolce ma penetrante, che stranamente mi stava facendo passare la sbornia.

«Sì, sposati, tre anni. Tu?»

«Separato,» ha detto continuando a fissarmi.

«Hmmm…» ho mormorato iniziando a guardarmi attorno.

«Spero tu sia capace di valutare bene ciò che hai; gli anni in cui io e mia moglie stavamo assieme sono stati i migliori della mia vita», ha detto. Ho pensato che forse non stava fissando me ma attraverso di me, la parete, un altro spazio, un altro tempo.

«È vero, ho una moglie stupenda, ma so di non essere sempre il marito migliore. Negli ultimi tempi, da quando abbiamo il bambino, il nostro legame è messo a dura prova», ho detto, e con un gesto teatrale ho allungato la mano al bicchiere, che ho vuotato d’un fiato. Poi ho ne preso un altro tra quelli più o meno pieni che c’erano sul tavolo e anche di quello non è rimasto nulla.

Il tipo è rimasto qualche istante seduto tranquillo, poi ha detto che avevo ragione, e lui stesso ha svuotato un bicchiere, prima di riempirli entrambi.

«Cosa avete, un maschio o una femmina?»

«Un maschio».

«Congratulazioni!»

Ho sollevato il bicchiere per interromperlo, ma questa volta non mi ha seguito.

«Oggi qui siamo quasi tutti serbi, ma anch’io la maggior parte di loro non li conosco. Adesso vivo solo, fuori Lubiana. Sto facendo una casa sul Carso», ha detto.

Ho cominciato a pensare come potevo fare per fermarlo e quando sarebbero tornati gli altri.

«Mia moglie, Vasa, era macedone. Le volevo un bene immenso. I miei genitori in realtà erano contrari al matrimonio, ma lo sai, l’amore è cocciuto», ha continuato. Sorpreso dalle sue parole, ho sollevato la testa, ma il tipo non si è fatto turbare. «Nonostante tutto ci siamo sposati e dopo un anno abbiamo avuto una bambina. Anche se avrei preferito un maschio, è stato il momento più bello della mia vita. Adoravo mia figlia. Tu mi capisci, hai una moglie e un figlio, sai cosa significa. Oggi i giovani non si sposano più.»

Iniziavo a sentire la mancanza della ressa, volevo essere di nuovo parte del gruppo nel quale potevo parlare con tutti e con nessuno. Nella ristrettezza non c’era spazio per l’angoscia. Eravamo solo degli sconosciuti che si rallegravano con un pretesto comune. Nulla di concreto.

«Ma i tempi erano duri. Non c’era lavoro, già lo sai», ha ripreso il tipo che non si faceva turbare. «Molti dei miei conoscenti se ne sono andati all’estero. Dopo qualche anno ho deciso di andarci anch’io. Ma se non hai i documenti anche all’estero è difficile trovare lavoro… Lo sai perché i tedeschi hanno quel successo? Per via di noi meridionali. In Germania ho fatto vari lavori in nero, soprattutto nell’edilizia, aiutavo nei magazzini, cose così. Ho vissuto per mesi nei container vicini ai cantieri, dove con altri operai illegali ogni sera riscaldavamo il gulasch in scatola, come dei camionisti qualsiasi. Di fatto vivevamo davvero come in un camion. Come dei profughi. Dei senzatetto. Questo non riesco a immaginarmelo, ma anche i senzatetto hanno i propri territori che difendono con la vita; beh, come gli operai in nero difendono il proprio lavoro. Se c’è una baruffa tra operai, tutti si voltano dall’altra parte, conosco questa cosa, oh sì, anche troppo bene! È come un tacito accordo. Che se la diano di santa ragione tra di loro, gli illegali, chi se ne frega. Se non hai i documenti sei un cane. E se serve i cani si mordono tra di loro fino alla morte. La situazione è tesa, prima o poi qualcuno tira fuori un coltello e…

Nonostante tutto mandavo ogni mese a mia moglie una busta con dei soldi. Sgobbavo, capisci, le mandavo più soldi di quanti ne guadagnano, là, due famiglie, a me invece non rimaneva quasi nulla. Ma niente di male; sai cosa mi dava forza? Mia figlia. Il pensiero di mia figlia. Era l’unica cosa che mi teneva in vita. In vita, capisci? Là a nessuno interessa se giù hai una famiglia, che magari dipende da te. Se corri in giro con la tuta da lavoro perché tua moglie possa comprarsi un vestito nuovo. Se a volte per cena hai solo una sigaretta, perché tua figlia possa mangiare l’anguria.

Ma va bene, il passato è passato. No? Tutti abbiamo una macchia sulla coscienza, tutti abbiamo il sangue sotto la pelle. Quella volta nei container… Non era facile, davvero no. Che ognuno si occupi dei propri problemi e lasci in pace gli altri, non devi immischiarti nelle cose che non ti riguardano… La famiglia è sacra… Beh, dicevo, il passato è passato, non puoi cambiarlo, anche se ti piacerebbe. Adesso sono qui in Slovenia, sto facendo una casa, ovviamente in nero, dove trovi il permesso, qui comunque lavoro ce n’è poco. La differenza è che adesso i soldi non li mando a nessuno, capisci? Se posso, li metto da parte. Non lo so, per la pensione o per altro, tanto non ho nessuno, nessuno. Perché ti dico una cosa: alla moglie e alla figlia non manderò mai più nulla!

Per farla breve, quando dopo due anni sono tornato mi ha detto che non ne poteva più. Le ho chiesto cosa non poteva. Aveva un altro? Non ha risposto. Le ho chiesto cosa aveva fatto dei soldi che le avevo mandato. Ha iniziato a piangere. Ha iniziato a dire come era dura per lei, sola con la bambina. Le ho chiesto cosa le mancava; viveva in una casa, aveva il frigo pieno e la figlia aveva dei vestiti lavati freschi. Cosa le mancava, porco Giuda! Stava in mezzo alla sala da pranzo, in una lunga veste nera, con le braccia incrociate, sulle guance scorrevano le lacrime. Avrei potuto prenderla a botte. Volevo ucciderla, capisci? Ma mi trattenevo, seduto al tavolo. Ho imparato che devi mantenere i nervi saldi. Il sangue freddo. Le ho solo detto di andarsene, non volevo vederla mai più. Con la figlia se ne è andata quello stesso giorno.

Il giorno dopo sono sparito anch’io. Nulla mi teneva legato a quel posto, non avevo più nessuno. Prima volevo dare fuoco alla casa, ma poi ci ho ripensato. Che se la tenga, se vuole. Probabilmente anche lei se ne è andata da tempo, lasciando il Paese. Ecco, e io sono arrivato qui. Solo. Se prima era il pensiero di mia figlia a salvarmi, adesso mi disturba. Anche se non posso smettere di pensare a lei. Non la conosco, non so come è diventata. Questo non perdono a mia moglie, capisci? Ha un altro, fa male ma non è la fine del mondo. Ma si è presa mia figlia. Mi ha preso tutto quello che avevo. Potrei ucciderla, per questo. Ucciderla. Anche per questo motivo sono scappato via, sapevo per certo che l’avrei uccisa, se l’avessi incontrata. L’amore è cocciuto. È capace di tutto. Se è resistito a quegli ostacoli che avevamo all’inizio della nostra relazione, poi può anche uccidere».

Quando ha finito ha sollevato in modo impercettibile la testa, continuando a fissarmi con quegli occhi la cui dolcezza iniziava a spaventarmi, così come la sua apparente tranquillità. In tutto quel lasso di tempo non si era mosso.

Ho compreso che in quel momento non si aspettava da me alcuna risposta.

Riuscivo a immaginare come avesse potuto, nella stessa posa, rimanere seduto a sangue freddo nella sala da pranzo, torturando la moglie con quella voce che pareva tanto più pericolosa quanto più era controllata. Quando ti rendi conto che respiri a fatica perché la voce ti si è attorcigliata come una serpe, è già troppo tardi. Lo vedevo come all’improvviso era saltato da dietro il tavolo e senza dire nulla aveva strozzato la moglie, mentre i suoi occhi emanavano un amore immacolato.

In quel momento sono ritornati anche gli altri membri della tavolata. In un attimo ci siamo ritrovati nuovamente ammassati e i bicchieri erano di nuovo sollevati, di nuovo pieni. Il tipo ha continuato a fissarmi ancora per qualche istante dritto negli occhi, come se attorno a noi due non ci fosse nessuno, e nessun rumore. Ero paralizzato. Percepivo solo un tremore dentro di me. Poi si è messo a ridere e si è voltato. Qualcuno gli ha porto un bicchiere, che un attimo dopo era già sollevato, unito a tutti gli altri.

*

Racconto estratto dal libro “Dvojna napaka”, Cankarjeva založba 2016.

         

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