La marina, al crepuscolo di Sardegna, si faceva sopportabile: l’afa allentava per qualche respiro in più; era possibile pure sdraiarsi al sole, la catena della memoria permetteva delle distrazioni, le ragazze rilasciavano la tensione degli sguardi assolati e il volto non assumeva quella luminosità d’immagine, benedizione e dannazione della vita umana; c’è sempre da osservare qualcosa in chi decide di distendersi.
Anch’io mi sdraiai, volli godermi qualche refolo d’aria un po’ più dolce; scelsi il fondo della spiaggia, lontano dai piedi umidi del bagnasciuga, poco prima del canneto che s’infittiva a tal punto da non poter scorgere nulla al suo interno; dei granelli di sabbia tacciavano il vento, ancora troppo intenso per rilassarsi completamente, per lanciarsi, come spilli, sulla parte destra del viso. Qualcuno del posto mi aveva detto che era il grecale, il quale, quando soffia, “può portare addirittura la nebbia nelle giornate più calde e sempre le alghe”; infatti la mattinata, fino al mezzogiorno, era trascorsa in un atmosfera non proprio di mare, mentre la mucillagine ancora impigliava; si percepiva caldo il vento e se ne lamentavano tutti, tra le canne dettava un rumore di metallo e pensavo che qualsiasi spostamento in quel groviglio fosse causa sua; invece, ciò che avevo ritenuto insindacabile fino ad allora, fu smontato: i rumori erano provocati anche da un essere, se mi è concesso definirlo tale, mai osservato prima: avevo sempre pensato che soltanto l’uomo avesse la posizione eretta, pure se si distende nel sonno, nell’amore, nella morte. Di quello strano animale, che dopo qualche tempo di studio chiamai Sauvage, ne capii lentamente i comportamenti, anche se erano espliciti, se non addirittura eclatanti; notai, tra le prime cose, che aveva un richiamo di branco, vi era un capo, deciso per meriti ancora poco chiari.
Durante il giorno, ero passato spesso vicino al canneto, ma non avevo percepito nessun rumore particolare, dedussi allora che fosse un essere notturno, dall’attività di veglia che andava dal crepuscolo all’aurora.
Grazie ad esso mi resi conto che il mio lavoro non aveva vacanze.
Decisi di seguirlo, di capirne i comportamenti, di censirne la quantità, di descrivere le differenze di razze; questo lo posso dire sin da ora: esiste solo un tipo di razza, ancora non so se per selezione spontanea o per un’eliminazione della razza più debole.
Notai che, durante il periodo estivo, in particolare nella settimana a cavallo di Ferragosto, il numero era abbastanza rilevante nella parte nord-est della Sardegna, soprattutto tra le contrade di San Teodoro.
Il luogo di ritrovo, lungo la via principale, era un locale che faceva da aperitivo e da prediscoteca; arrivavano a fiotti e le loro prede erano le femmine umane. Tale caccia impregnava tutto il loro tempo ed energie, potevano essere distratti solo dal ruzzolare di un pallone da calcio. I loro spostamenti erano in gruppo molto decisi, badavano soltanto chi fosse di sesso femminile, gli altri rischiavano di essere travolti come da una mandria di bisonti. Non ho ancora studiato se vi è difesa contro i loro atteggiamenti.
Veniamo più al particolare di quel che ho notato:
Erano tutti maschi e pare che fossero loro, essendo l’unico sesso, ad entrare in calore, poi intuii che il ciclo biologico del desiderio di accoppiamento non si assopiva mai e che, in quel periodo particolare dell’anno, gli ormoni fossero di numero maggiore nel sangue (non ho ancora avuto modo di verificarlo).
Quando erano intenti nella caccia avevano un’intensa luce negli occhi e la loro sudorazione, per noi assolutamente inodore, veniva invece percepita dagli altri Sauvages a distanze anche consistenti.
Studiando i comportamenti, notai che i loro sensi erano distribuiti in modo del tutto anomalo: la vista e l’olfatto godevano di uno sviluppo del tutto straordinario, pure se finalizzato esclusivamente alla ricerca della femmina umana. L’udito, invece, mi pareva notevolmente attutito: ne ebbi la conferma in modo, lo ammetto, più casuale che scientifico, quando un oggetto, ne ignoro il motivo, deflagrò dietro quattro Sauvages intenti ad osservare gli spostamenti di una giovane, e l’esplosione, non solo non li spaventò, ma neppure attirò la loro attenzione. Quanto al gusto, la quantità di liquidi che ingeriscono, ma soprattutto la miscela e gli intrugli che usano fare per dissetarsi, evitando con cura l’acqua potabile, mi avevano indotto a teorizzare un forte assopimento delle papille gustative. Per ciò che concerne l’esperienza tattile, non sono riuscito, lavorando in condizioni non di laboratorio, a tracciare un profilo che vada al di là di una personale opinione, e dunque non degno di essere riportato in questo scritto.
Mi decisi ad effettuare un esperimento per verificare nella pratica le mie intuizioni. Convinsi una giovane ragazza, che pareva rientrare nella tipologia di preda ambita dai Sauvages, ad aiutarmi. Le chiesi di vestirsi in maniera succinta (fondamentale era che si scoprisse le gambe) e di vaporizzare sulla pelle un profumo commerciale che mi ero procurato per l’occasione. La giovane accettò ma naturalmente richiese che venissero adottate tutte le misure di sicurezza necessarie a garantire la sua incolumità. Ecco cosa feci: sistemai la ragazza dietro un grosso palo, al centro di una zona verdeggiante, che per comodità chiamerò zona X, poco distante dai luoghi abitualmente frequentati dai Sauvages. Mascherai con degli sterpi un automobile, ai margini della zona X, e misi alla guida un complice mentre un altro avrebbe dovuto attraversare, con passo spedito, un accampamento Sauvages con un pallone sotto al braccio. Io mi appostai con cinepresa e binocolo su una collinetta che mi dava un’ottima visibilità. Probabilmente i miei colleghi avrebbero contestato i miei metodi, ad avviso dei più, imprudenti e improvvisati. Fortunatamente tutto si svolse senza incidenti. Ma torniamo all’esperimento: il ragazzo con il pallone da calcio fu seguito fino alla zona X, come prevedevo, da una decina di Sauvages. Rispettando fedelmente il mio piano, il ragazzo, raggiunta la zona, calciò in alto il pallone e rimase immobile (infatti, per questioni di sicurezza, era importante che si mantenesse nell’assoluta immobilità in modo che il branco focalizzasse l’attenzione su di un unico oggetto in movimento). I Sauvages raggiunsero il pallone e cominciarono ad inseguirlo ed a colpirlo senza la minima organizzazione; sapevo che le dinamiche del giuoco, il quale implica l’applicazione ed il rispetto di regole precise, erano estranee a questa specie. Non avevano percepito la presenza, ad una trentina di metri da loro, della ragazza e mi resi conto che, probabilmente, avevo sopravvalutato le loro capacità predatorie. Ma era solo questione di tempo, e forse di fortuna, dal momento che il vento cambiò direzione e l’atteggiamento dei Sauvages mutò radicalmente. Poco prima erano intenti ad osservare, senza peraltro intervenire fisicamente, un loro componente che, forse a seguito di una colluttazione violenta, era rimasto a terra ed emetteva un rantolo acuto e grave al tempo stesso. Poi uno di loro (è probabile che si trattasse del capo ma non mi ero ancora soffermato sullo studio dei tratti distintivi della leadership all’interno del gruppo) ha richiamato l’attenzione di tutti. Annusava nervosamente l’aria, voltandosi con scatti secchi in più direzioni fino a quando ne scelse una ben precisa, ed era proprio verso il palo che nascondeva la giovane donna. Sicuramente ne avevano percepito il profumo, ma nessuno si mosse fino a quando il solito vento non sollevò i capelli della ragazza, portandone una ciocca alla vista dei Sauvages. Immediatamente presero a correre verso di lei, ed altrettanto immediatamente azionai il segnale luminoso concordato in precedenza con l’autista, di modo che quest’ultimo poté mettere in moto la macchina, raccogliere la giovane, e fuggire. In seguito, dal resoconto dell’inseguimento, scoprii che la loro velocità era quasi doppia a quella dell’uomo e la loro resistenza molto maggiore alla nostra. L’esperimento mi confermò ciò che avevo potuto intuire circa il particolare sviluppo dei sensi del Sauvage, ma anche molto di più. Infatti, il Sauvage rimasto a terra nella zona X, morente, abbandonato da tutti, mi diede modo di capire che in loro era del tutto assente un sentimento tipico del genere umano e di molte specie animali: la pietà.

