Antonio Paolacci, Salto d’ottava, Perdisapop, 2010

ottava-250x350Prima di iniziare a leggere Salto d’ottava, incuriosita dal titolo ho fatto una breve ricerca e ho trovato questa definizione: il salto d’ottava indica il passaggio da una nota alla stessa nota di un’ottava maggiore o minore; in questo modo il suono rimane lo stesso, ma la vibrazione cambia. Antonio Paolacci non poteva scegliere un titolo più azzeccato di questo. I due uomini  protagonisti di questa storia, tra ruderi di periferie e scorci metropolitani alienanti suonano le stesse note, ma con vibrazioni diverse. Mat è un adolescente armato di skate e All Stars sdrucite che salta tra ammassi di cemento, portandosi dentro una lucida consapevolezza cinica e disincantata sulla sua generazione. Matteo, produttore cinematografico non per scelta, ma quasi per dovere chiuso in un mondo finto, alienato fino al punto di non ricordarsi il giorno del suo compleanno. Entrambi hanno ventiquattro ore di tempo per raccontarsi al lettore, entrambi hanno come punto di riferimento il Rottame; una fabbrica abbandonata dove Mat trova un cadavere e Matteo deve girare un documentario. Una  storia che lascia un vago senso di inquietudine, quasi stordisce per la scrittura diretta e senza mezzi termini che ha il coraggio di svelare sotto le maschere dei personaggi le facce nude di chi legge creando un immedesimazione a cui è impossibile sfuggire. Questo, secondo il mio modesto parere, è il vero talento di Paolocci. Chi si trova nelle pagine diSalto d’ottava non può non ritrovarsi nelle stesse ansie di Matteo, subire la sua stessa frustrazione per quel mondo perfetto che non si è scelto. E lo stesso vale per Mat che cerca una rivoluzione, un cambio di vibrazione sopra lo skate, rendendosi conto della rivolta immaginaria che la sua generazione cerca di fare. Una scrittura audace, innovativa, che tesse i fili di due storie parallele non a caso, ma con una sottile intelligenza; ricca di spunti e punti in comune. Paolacci porta nella sua scrittura parte del suo background da damsiamo, restando cosciente e lucidamente critico verso la sua generazione con questo racconto che si legge in poche ore, lo si divora anche se si ha come l’impressione che sia la storia a divorare il lettore.Elena Cirioni