Un appello a chi di dovere ⥀ Luke Ballordo chiede uno scivolo per i matti

Pubblichiamo un appello di Luke Ballordo, le cui schizoprose abbiamo raccolto qui, contro le barriere ideologiche che la società frappone tra sé e chi soffre di disagio psichico

 

Una malattia psichiatrica è qualcosa a cui chiunque pensa e che, sotto sotto, chiunque vive – anche i meno avvezzi, in cui la «normalità» è solo una psichiatria inesplosa che si manifesta, appunto, nella follia dell’essere piatti: colori diversi, ma pur sempre piatti. Anche gli stessi malati anelano alla salute; non parlo di coloro che innalzano i calici al cielo sbraitando «alla salute!», e neppure di chi, coprendosi educatamente la bocca, dice «salute» a un altro. Eppure, grossomodo tutti dimentichiamo che una gran fetta delle sofferenze più rare si sconta al chiuso, al riparo dallo sguardo dei perbenisti. Le «normalità» si espiano dentro, protette dall’ostentazione della normalità stessa, mentre fuori restano i prati e le montagne, così scevri da difetti.
Ci sono difetti catalogabili come «normali» e altri non classificabili. Si tende sempre ad aggirare o arginare quelli anormali, quelli «strani». Pare che, appena finita di pronunciare questa orrida parola – «psichiatrica» – ci si svegli di soprassalto da un brutto incubo, con il pallore negli occhi e le pillole nello stomaco, esclamando e sussultando sudati: «O Signore! Pussa via!» Un’indicibile schifezza innominabile che farebbe gelare il sangue a chiunque, chi più chi meno. Oppure, a volte, si schiva l’incubo ridendoci sopra con noncuranza, ignari del fatto che una psiche che sta per rompersi non è una gamba già rotta: bisognerebbe correre ai ripari anche per l’anima.
Sì, la psiche. Embè? Al solo suono del termine ci si stupisce: «Ma cos’è ‘sta robaccia?» E basta aggiungere le sei lettere di «-iatria» che subito ci si vergogna persino che le proprie labbra l’abbiano partorita. In effetti, «iatria» risuona un po’ come la «latrina» della medicina; sfido chiunque a non ammetterlo sottovoce, poiché ad aprire le finestre non si respirerebbe per l’olezzo del trovarsi faccia a faccia con se stessi, senza schemi, senza aspettarsi nulla e accogliendo tutto. Come vorrei che l’avessero fatto a suo tempo i miei amici d’infanzia, che mio malgrado devo chiamare i miei «mai amici» d’infanzia o il mio «mai mondo» d’infanzia. Io sono qui, incarcerato nella sala d’aspetto della normalità.
Ma, a differenza delle altre malattie rare, la psichiatria è l’unico settore della medicina che non dispone né di una farmacia, né di un pronto soccorso dedicato. È una malattia presa troppo sottogamba e considerata «rara» solo perché classificata come «non classificabile», per qualche arcana ragione. Sta di fatto che, per ogni mio sintomo, devo necessariamente rivolgermi alla prima persona che ho di fronte e devo anche farmene carico, come se fossi l’unico responsabile di ogni mia crisi. Eppure io le prendo con metodo, le medicine. Ma se a uno viene un «coccolone» o un capogiro… poverino! Se uno invece sta male in un altro senso… «ma sta’ zitto, prenditi questo tranquillante e basta».
Il passo dal sintomo al ricovero è troppo breve, mentre chi ha un’unghia incarnita ha la farmacia sempre a disposizione. Ci vorrebbe una farmacia anche per noi; ovvero, non necessariamente qualcuno disposto ad ascoltare, ma anche solo una chat in cui l’idea stessa di essere ascoltati faccia bene. Anche se ciò non avvenisse, poterlo supporre ci aiuterebbe a capire che esistiamo, o almeno a ipotizzarlo. E invece, appena «impazzisco», no: bisogna chiedere il permesso prima di inviare un messaggio.
Comunque, occorre precisare che i messaggi che invio non sono il fattore scatenante, ma solo un effetto collaterale del sintomo: come il tipico pugno sullo specchio, una valvola di sfogo che però, nel caso dei messaggi, riscuote al massimo qualche brontolio altrui. Se nemmeno un cane morde se abbaia, perché dovrebbe farlo il mio di abbaiare? Così, però, è una cura che non si augurerebbe «manco ai cani».
Credo che i miei sintomi siano a sé stanti, cioè prescindano dall’oggetto o dalla persona contro cui si riversano. L’unica differenza è che se cerco stabilità in una persona vicina, ricevo un «statti zitto e prendi il pasticcone», mentre con una chat finisce lì, non vado a riguardare ciò che ho scritto. Qui si confonde il mio «riguardare» con la revisione degli scritti che faccio quando sto bene.
Perché quando uno ha un malore e sviene tutti gridano: «Oh santo cielo, aiutatelo, vi supplico!», mentre se uno viene sottoposto a TSO, umiliazioni, sputi, minacce e lanci di pomodori, allora va bene? Non ci siamo proprio. Nella vita, o una cosa è fatta bene o non ci sono scuse. Questa iniziativa – farmacia o pronto soccorso dedicato – dovrebbe partire dall’alto, dalle istituzioni. Oltre agli scivoli per le carrozzine, se ne costruisca uno anche per i «matti», anziché lasciarli degenerare per poi addossare loro la colpa, esponendoli allo scherno di tutti.

(Luke Ballordo)