Introduzione. Ed è subito magia!

Un evento magico è per definizione un fenomeno d’intellegibilità assente, cioè non può essere compreso né interpretato mediante l’intelletto. Ciò che accade impressiona. L’impossibile si avvera. Ma cos’è che chiamiamo magico? Uno sguardo? Un gesto? Un tramonto?

Qualsiasi circostanza, in realtà, potrebbe contenere questo carattere distintivo: ciò che la rende tale è il parere dell’osservatore, che, basandosi sulla propria esperienza, discrimina il possibile dall’impossibile. Il contrasto lascia increduli. Il giudizio è repentino: “Magia!”.

 

Magia, tecnica, arte: capacità di creare

Lungo la storia, il concetto di magia ha subito molte trasformazioni, ma è stata la sua accezione  popolare, ovvero la capacità di provocare fenomeni sovrannaturali, a dominare. Con l’ascesa del positivismo questa concezione è stata relegata tra le più infantili fantasie, opponendovi l’ineluttabilità della condizione di Natura. Nel pensiero moderno, ciò che è realizzabile può esserlo soltanto attraverso leggi fisiche che ne delimitano le possibilità e le modalità.

L’esperienza di tutti i giorni, in effetti, ci insegna che immaginazione e realtà spesso non coincidono. Nonostante ciò, durante i secoli, questa discrepanza è andata assottigliandosi. Dove volare era appannaggio di esseri alati, l’uomo ha costruito strumenti che lo avvicinassero al cielo. Dove l’occhio non è riuscito a distinguere, il microscopio ha concesso la visione. E questo grazie alla tecnica, che ha permesso al genere umano di esplorare nuovi scenari, trasformandoli, a volte, da fantastici (cioè dicibili, perché fantasia ha la stessa radice di in-fante, colui che non parla, dal latino far, fari, “parlare”) in reali (detto fatto).

Ma se c’è tecnica, c’è conoscenza, c’è sapienza e la magia, in senso popolare, svanisce, che del mistero è l’emblema. “Saper fare”, tuttavia, è il significato del suo etimo. Magis, Techne e Ars hanno, in fondo, il medesimo significato: capacità di creare. E la tecnica è stata sempre consustanziale alla magia: ogni mago o maga hanno la propria tecnica.

 

La medicina come magia

Tra le tante abilità tecnico-magiche dell’umanità quella che ha una connotazione peculiare, per il ruolo che riveste, è quella medica, che nasce, appunto, dallo stesso principio: il medico è colui che sa e, soprattutto, sa fare, ovvero conosce la tecnica di risoluzione dallo stato di malattia e sa applicarla. E in quest’accezione è mago. Reggente di un sapere che è pratico. Metodologico.

Per poter agire in tal senso, il sapiente ha dovuto riconoscere l’oggetto del proprio intervento e discernere, quindi, tra Patologia e Sanità. Ma come in mille altre occasioni, la vita ci ha regalato più opinioni che certezze.

 

Ipertensione e funghi allucinogeni. L’indeterminato confine tra sanità a malattia

Nel 1943 Canguilhem tenta, con Il normale e il patologico, di aprire la strada alla consapevolezza che la demarcazione è spesso difficile da individuare: è più che altro una considerazione mentale, un problema ermeneutico, cioè interpretativo. Bisognerebbe definire cos’è sano per parlare di malato, ma nonostante i tentativi, anche recenti (vedi i prontuari dell’Organizzazione Mondiale della Sanità), la vaghezza che si incontra rimanda all’ignoranza sulla materia. Ignoranza che è primariamente di senso. L’uomo di fronte alla realtà: caos o telos? Caso o fine?

Uno dei tanti esempi di come non esista una determinazione assoluta del patologico è il decremento progressivo, negli ultimi anni, del livello di pressione arteriosa corrispettivo di ipertensione: quali sfondi si nascondono dietro questa riduzione? Siamo certi che la correlazione con condizioni cliniche infauste non sia viziata da ragioni più complesse? Possibile che variazioni promosse nell’arco di così poco tempo abbiano implicazioni strettamente sanitarie? O si celano risvolti economici? Per non parlare poi di come l’ipertensione sia già di per sé ragione di dibattito: patologia o fattore di rischio?

Se questo argomento risultasse troppo specialistico per i “non addetti ai lavori” riflettiamo, allora,  sul potenziale allucinogeno del fungo della segale: l’Ergot. Quanti fedeli, nei secoli scorsi, si sono sentiti vittime di possessione demoniaca o tacciati di stregoneria, quando in realtà, in preda al delirio e corrosi dalla gangrena, la loro unica colpa è stata quella di aver ingerito farina infetta? Quali presidi sono stati applicati loro? Beh, vi lascio immaginare cosa possa aver compiuto il fanatismo inquisitorio.

Non si può negare, al contrario, che le convinzioni, in buona fede o tendenziose che fossero, non hanno arrecato soltanto danni. Ciò che trapela è che l’“artigiano del bios”, come potremmo definire l’essere umano, ricompone, immemore del tempo, l’ordine della vita secondo la propria visione delle cose, consapevole o no dell’arbitrarietà con cui vi si dedica.

 

La medicina come arte di relazione

Come trovare, perciò, in questo panorama instabile dei punti di forza, delle cartine tornasole che ci indichino dove e come muoverci? Un’identità di patologia che non sia imputabile d’erroneità? Di relativismo? Che non sia influenzata da vettori economici, convinzioni religiose o assunti filosofici?

Dall’incertezza che i vari confronti hanno suscitato, ma soprattutto in linea con la ricerca delle migliori cure applicabili, sorge verso la fine del secolo scorso l’Evidence-Based Medicine (E.B.M.): sistema di pratica clinica basata sulla risultante di evidenze sperimentali, contestualizzazione del medico e scelta del paziente, che è oggi lo stadio più limitrofo ad un’organizzazione sistematica dei provvedimenti terapeutici. L’indagine statistica, che sfida presupposti arbitrari, non può, però, eliminare del tutto l’insicurezza sugli accorgimenti: il metodo induttivo non correla con verità insindacabili, ma stabilisce soltanto temporanee approssimazioni, la cui precarietà è data dall’eventuale verificarsi di casi che ne dimostrino la fallacità.

Soltanto nella Fisica, già dai primi del Novecento, il processo deduttivo dà credito alla conoscenza. L’occorrenza di accomunare modelli matematici e fisici, infatti, non può essere cardine dell’attività clinica. Le variabili in campo sono sicuramente troppo numerose, e oltretutto sconosciute, per essere computate e inserite in un sistema che ne rappresenti gli andamenti.

Il sistema probabilistico d’altronde è, per sua logica, un approccio che lascia uno spazio vuoto. Irrisolto e indeterminato. Anche se a tutt’oggi è lo strumento più valido che possediamo per ottenere una funzionalità pratica della conoscenza, benché questa, per sua natura, sia parziale.

È inevitabile accorgersi, quindi, che la medicina è una disciplina empirica. E poi intuitiva e creativa (e visionaria, se si arrischia anche oltre l’indimostrabile). Non è una scienza. È un arte. È l’ars  sanandi, che fonda sulle scienze il proprio operare. Non può anelare ad una metodica che sia soltanto esecuzione di algoritmi in funzione di dati acquisiti, prescindendo dall’essere-umano-medico-mago e dalla sua relazione con il paziente. Questa relazione, infatti, è il vero il fulcro della terapia. Da essa, sola, si può generare ben-essere.

 

La formula magica

È qui che prende corpo l’opera. Ma in quale modo? Come si applica il magus per addentrarsi in questo rapporto e renderlo fertile? Non potrebbe farlo se non con le sue formule: formule scientifiche, applicate per la guarigione come formule magiche. Perchè se magia è saper fare, la formula magica è la via che porta all’effetto. E questo dipende dal formalismo con cui viene espressa. Il rituale ha leggi sacre: costanti fisiche, emotive e psicologiche, che non possono essere obliate.

 

Il potere medico delle piante

Lungo il viaggio alla scoperta delle tecniche che inficino il morbo, l’incontro con i poteri delle piante ha generato il più fertile apporto alla guarigione. Nasce, però, una domanda: come mai le erbe contengono essenze con la cui interazione possiamo rigenerarci? La risposta più semplice sarebbe quella di vedere tutti i sistemi biologici (animali, vegetali, batteri, ecc.) filogeneticamente collegati e conseguenza sarebbe, quindi, quella di riscontrare molecole capaci di essere attive in specie differenti. I terpeni, ad esempio, sono prodotti sia dalle piante che dagli insetti e nell’uomo attivano l’olfatto; il colesterelo è presente nella maggior parte degli esseri viventi (come tale o in forme chimiche similari) in qualità di componente strutturale, e non solo. Ma se prendiamo in considerazione gli alcaloidi, non li abbiamo riscontrati assolvere (almeno per ora) alcun compito negli organismi che li producono (l’oppio, l’amanita, lo stesso ergot, ecc.). Dobbiamo addurre che la loro produzione sia finalizzata esclusivamente ad influenzare cellule eterologhe? E a quale scopo? Se fosse così esisterebbe sicuramente qualcosa di più articolato di una concatenazione probabilistica. Comunque sia, indipendentemente dalla motivazione per la quale la flora sia per noi soccorso, ciò che evidenziamo è che la stragrande maggioranza dei farmaci in medicina, convenzionale e non, ne estrapola i principi a scopo curativo.

 

Dal veleno al farmaco

La natura compagna dunque, ma anche distruttrice, purtroppo. Perchè dov’è il farmaco v’è il veleno. In ogni substrato in grado di mutare le funzionalità del nostro corpo è inclusa questa bivalenza. I fattori determinanti lo switch variano da caso a caso: modalità di somministrazione, dose, numero delle dosi e durata, caratteristiche del soggetto, stato psicologico e contesto ambientale. Ed è proprio in questa complessa trama di parametri che il magus ha dovuto imparare a bandire il veleno (che è anche farmaco) dal farmaco (che è anche veleno), esercitando oculatezza e attenzione. Cercando di realizzare la formulazione più adeguata.

 

Effetto Placebo

In questa genesi di formule non possiamo, poi, dimenticare il Pacebo, nome generico affidato alle sostanze che non hanno alcun potere farmacologico. L’effetto Placebo è una modificazione della fisiologia ottenuta comunicando falsamente al soggetto che ciò che introduciamo in lui produrrà uno specifico risultato, organico o mentale. L’evoluzione rilevata una volta diffuso il Placebo, non può dipendere da questo, perché, appunto, inerte. Avvertendo l’individuo, invece, sulla veridicità dell’inoculo, non accade alcunché.

Il meccanismo biologico del processo è ignoto e i fattori responsabili ipotizzati sono la suggestione e le relative reazioni neuro-umorali: l’“effetto aspettativa”, così ribattezzato in psicologia, sarebbe il fattore scatenante i processi biochimici imputabili dell’alterazione.

Credere, quindi, che un dato evento si verificherà ne può determinare la realizzazione, pur non essendo presenti elementi concreti che lo inducano. Questa caratteristica è stata sfruttata dal magus per la risoluzione di molteplici risvolti. Le crisi isteriche, ad esempio, sono manifestazioni psicogene che non hanno durata fissa e prevedibile, ma dichiarando al malato in preda a un attacco, che questo cesserà all’occorrere di un fatto preciso, stabilito random dal medico (battuta di mani, spegnimento della luce, ecc.), potremo osservare la fine dell’accesso, provocando l’azione annunciata al paziente. Non è di certo una prassi di terapia, ma aiuta a differenziare la tipologia di crisi.

 

La magia della formula: il potere del linguaggio

L’esempio dell’intervento verbale del medico per sedare le possibili manifestazioni psicogene di un dato paziente sono l’altro aspetto che incontriamo nel rapporto mente-materia, ovvero il linguaggio. Abilità che non è, a questo punto, una semplice opzione.

La formula magica per eccellenza, non a caso, è quella verbale, a dimostrazione che nella nostra fisiologia il verbo riveste una valenza ben più profonda che il semplice definire e comunicare.

Esaminandolo da un punto di vista comportamentale denota sicuramente l’intrinseca attitudine sociale ma contemporaneamente anche il bisogno di esprimere individualità: uno con molti e uno tra molti. Tensioni apparentemente divergenti che esercitano, però, sul singolo una forza congiunta nella strutturazione di un’identità unica e personale.

Nominare concetti, sentimenti, oggetti, ecc., equivale non solo alla possibilità di inviare un messaggio, ma anche di entrare in un contatto conoscitivo nuovo, diverso, con l’immagine che abbiamo di loro. Passando da portatori passivi di stati d’animo, ad esseri consapevoli, meta-rappresentanti.

Nella psicoterapia, di fatto, è la parola a traghettare il paziente verso il risanamento. I contenuti emotivi del soggetto, l’idea di sé e degli schemi con cui codifica le relazioni sociali sono trasferiti in uno spazio in cui scrutare e vagliare tutti i lati della personalità. La relazione con il medico, se costruita sulla fiducia, diventa il terreno per la rinascita. Il vecchio Freud, seppur arcaico, ne intuì la rilevanza e definì Transfert la componente affettiva di questo legame.

Ritorna l’importanza del rapporto tra magus e malato. Un’entità terza che produce cambiamento. Affidarsi a qualcuno, esponendosi, vuol dire accettare il diritto all’esistere delle proprie sensazioni, emozioni o qualsivoglia status interiore, che trovano così una sede propria nell’interiorità della persona. Accade così che la coscienza scopra un’altra forma d’essere abbandonando preconcetti, paure e paradigmi che pregiudicano la sua libera espressione. Giungendo, infine, a uno stravolgimento dei comportamenti: i responsabili effettivi della sofferenza.

Distinto procedimento è, invece, quello rinvenibile nella recitazione dei mantra (pratica rituale originaria dell’India, compiuta per invocare divinità o fenomeni naturali). In questo caso la ripetizione indefinita di una o più frasi conduce alla perdita del loro significato, generando, così, una condizione di vuoto mentale: accesso a un maggiore distacco da sé e dalla concretezza. Analizzando il processo da un punto di vista trascendentale (la connessione con dimensioni spirituali), o volendone approfondire solo quello materiale (l’allontanamento da preoccupazioni, ossessioni o anche comuni e semplici pensieri), ciò che risulta invariato è che la produzione linguistica altera lo stato psichico. E anche questa volta è il preciso formalismo a far scaturire l’effetto e non semplicemente l’espressione verbale in sé: il mantra va intonato, con una metrica precisa e ripetuta.

Queste due modalità d’utilizzare la parola fondano il loro senso nella trasvalutazione delle concezioni, donando uno sguardo rinnovato e rinnovante.

 

Guarigioni casuali: il potere del simbolo

Ogni rito ha le sue regole, dunque, ma cosa succederebbe se ne esistessero alcuni il cui unico precetto fosse l’imprevedibilità? Quando non disposizioni da eseguire, ma il caso sembra essere l’artefice della trasformazione?

A volte ci troviamo coinvolti in situazioni in cui ciò che ritenevamo irrisolvibile, ciò che inquadravamo come un malessere esistenziale, come d’incanto svanisce lasciando di sé il più vago e stordito ricordo, senza che nessuno, noi o qualcun altro, si sia interessato ad eliminarlo.

Nella semeiotica medica i tratti che vengono presi in considerazione dal magus per l’indagine diagnostica, sono il segno e il sintomo. Il primo è osservabile in senso obiettivo, potremmo dire da chiunque, mentre il secondo è un dato esperienziale vissuto esclusivamente dal soggetto: esiste nella misura in cui esiste qualcuno a comunicarlo. Entrambi hanno una vocazione di parzialità rispetto all’entità (in questo caso la patologia) cui fanno riferimento. Elemento di differenti caratteristiche interpretative è, invece, il simbolo, che, oltre ad essere identificativo del quadro, può assumere, in specifiche circostanze, un valore terapeutico. Il discriminante sostanziale sta nel non essere un messaggio parziale: rimanda in maniera completa a ciò di cui è emanazione. Molti hanno individuato il crogiuolo della catarsi casuale proprio nel verificarsi di un episodio simbolico, grazie alla penetrazione assoluta che attua nella coscienza, travalicando qualsiasi razionalismo. L’eventualità risolutiva, però, sussiste soltanto nella dimensione in cui la contingenza sia simbolo di una dinamica psicologica che coinvolge il soggetto in prima persona.

Dalla narrativa all’aspirazione di scientificità, nel Novecento molta energia è stata spesa per trovare unione tra le esperienze dei singoli e l’attributo di universalità.

Nella raccolta di novelle Dubliners, James Joyce incentra il focus tematico appositamente su accadimenti che, inattesi e illuminanti, destano il protagonista dal torpore esistenziale, aprendo la strada aduna metamorfosi profonda. Nomina questa tipologia di avvenimenti epifany, epifanie, sottolineandone il carattere estemporaneo e inaspettato.

Jung, psichiatra d’avanguardia, ha passato più di metà della sua vita a studiare come il simbolo interagisca con la psiche dell’essere umano. Coniando, in collaborazione con il fisico Pauli, il termine “sincronicità” per descrivere una specifica gamma di fenomeni, si sofferma su un’inusuale relazione tra eventi, uno concreto e uno psichico (onirico o vigile), che, pur essendo correlabili per analogia o semantica, non possiedono alcuna apparente connessione causale. In particolare egli nota come questi accadimenti si stanziano nella vita dei suoi pazienti, proprio nei frangenti in cui il percorso psicoterapeutico sembra arenato, stagnando nelle reticenze ad affrontare il dolore. L’esempio dello “scarabeo d’oro”, famoso aneddoto riportato dallo stesso Jung, è altamente esaustivo: durante il resoconto di un sogno da parte di una sua assistita, in cui lei asserisce di ricevere in dono uno scarabeo d’oro, lo psicanalista sente un oggetto urtare la finestra. Voltandosi si accorge che uno scarabeo stava tentando l’ingresso nella stanza, battendo contro il vetro. I due insetti, quello del sogno e quello reale, non possono esser legati da causa-effetto o perlomeno non è riscontrabile un campo di forze che possa aver determinato l’appalesarsi di uno dipendentemente dall’altro. Sono, però, irrimediabilmente e istantaneamente associati dall’intelletto, aprendo una breccia nel mare di certezze che rinchiudono l’“io” in uno stato di malessere. Il sentore di una possibilità altra prende piede all’improvviso.

Secondo Jung, a determinare il loro mostrarsi congiunto è il significato che incarnano, sia simbolico, sia nel percorso terapeutico della malata: lo scarabeo è il simbolo della rinascita ed entra nella vita della donna proprio per esprimere, in primis, ed esortare, secondariamente, la sua eventuale evoluzione.

A rendere concepibile uno nuova visione è in questa classe di eventi un incontro che non cerchiamo, ma che amplia l’orizzonte sulla consapevolezza di noi stessi e dei nostri limiti. Limiti che non solo la realtà, ma più spesso la mente ci ha fornito.

 

Conclusione. Se non credo non vedo

Molteplici potrebbero essere ancora le situazioni da descrivere, ma per esigenze di brevità, possiamo sicuramente già esumare una costante: il sentimento della fede. In una divinità, in un’idea, in una persona. Nel bene e nel male, al mutare del contenuto ciò che non muta è la funzione che questo nostro credere sentendo l’immanenza di ciò in cui crediamo, sebbene ancora fantastico e invisibile, svolge nella vita, avendoci fornito l’opportunità di plasmare il mondo intorno a noi.

E la magia è, forse, quel metodo misterico, non soltanto esoterico (segreto) ma anche essoterico (pubblico), che ci rende credenti in maniera assoluta e irrevocabile. Probabilmente il compito più arduo è scegliere in cosa, ma questa è un’altra storia…

Intanto,

se non credo non vedo.