Un commento di Tommaso Grandi ad «Allergia» di Massimo Ferretti (Giometti & Antonello, 2019)

 

Fatica il grammofono e stride, suona un disco, un richiamo: alle «sale da ballo / da accendere con i miei soldini / per inventare l’Oblio o qualcos’altro»1. Il grammofono suona, suona e ascolta, ascolta come il poeta la preghiera che viene sicura dal mondo e che non può assecondare: «devo scrivere e vorrei ballare»2 lamenta Ferretti, in una trattoria-mondo piena di gente stanca, che per reagire mangia, s’abbuffa, nutre la vita come reazione unica al dolore dell’inconsistenza. È una «tragedia antica», storia di una catarsi impossibile. L’uomo è fatto per vivere, «nato per la caverna e per la fionda, per il cielo intenso»3; è nato per danzare, per la libera incoscienza dello stato naturale, per il ritmo di una zoé antica che macina esistenze nel fragore del lampo. Destino tragico, quello dell’uomo, che più non può vivere la vita che gli è propria ma vivere deve, deve rialzarsi, a suo modo, nella notte senza luna e senza stelle. «DEOSO HA ALZATO / LA CRIPTA ISTORIATA!»4, ha levato al cielo i suoi occhi, ora vede le cose «brutte e dolorose» del mondo; sconta il peccato di Adamo, la conoscenza a cui l’ha condannato il Destino e scrive. Scrive all’epoca delle macchine, della morte autorizzata dalla legge, «nell’orrore del tempo imprigionato»5; scrive e grida che resterà. Vivrà oltre l’aria avvelenata del mondo cercando di scansare gli ostacoli più difficili e, se ciò non fosse possibile, anelerà al nulla; forse mente, Ferretti, quando scrive a Pasolini:6

Se ho registrato il «sentimento della morte» l’ho fatto per celebrare la vita. Io ho sempre desiderato vivere: e più stavo male, più volevo guarire.

Sono parole che si accordano certamente al pensiero del ’59, al tempo del Calendario di figlio di famiglia, ma che contrastano con l’invocazione di Deoso di sei anni prima: «O patria dell’ombre, non ti chiedo / strade di morbidi velluti, / ma se gli ostacoli sono venuti a dilaniarmi, / ghermiscimi e annullami nella tua stretta». Sì, perché quello di Deoso-Ferretti è un corpo che «avvelena l’aria che respira», un corpo affannato dalla malattia, ma che al tempo stesso avverte il contrasto tra la vita e la Storia, tra una civiltà che è chiamata al progresso e che altro non è che potenza7. È in quest’attrito che il poeta vive, scrive, perché se vivere significa parlare8, «una matita può essere la vita»9. Ferretti desidera la vita, ha occhi di Furore, che bramano la narrazione di un io oltre il fluire della Storia; o, meglio, desidera raccontare l’Oblio nella moltitudine, nell’unico luogo dove alla presa della Storia è possibile sfuggire: «Gioia infinita di sentirsi / nel coro; di dire: anch’io canto / con loro»10 nonostante la consapevolezza di essere solo, nel proprio dolore e tra i poeti, nella «folla assurda e senza volto»11 dei «sacrestani delle muse benedette». Ma cosa significa per Ferretti fare poesia,  essere un poeta nel mondo del tempo imprigionato? La risposta è tutta in sei versi, nella constatazione di un mutamento profondo affidata a  Breviario di bravo ragazzo 1958:

Tra l’incubo della pagina bianca
e la pena della pagina nera, cosa c’era?
C’era l’illusione di parlare
di qualcosaltro di diverso
dal «qualcosa» che sono io
e che è la sola cosa che so e che debbo fare

La volontà di parlare di «qualcosaltro», diverso da sé, dei tempi di Deoso, si è rivelata un’illusione. Ferretti è cambiato, come confida nel Breviario, e la rabbia antica, che divorava il mondo così come il cibo sotto le bombe de La croce copiativa, ha «imparato a comporla in un silenzio / esatto tellurico opprimente»12; sta imparando le «Tattiche del Branco», è attratto dalla società poetica e da questa si sente respinto: è un «ragazzo-massa e intellettuale», «un fiume che ha raggiunto il mare» e, nella vastità delle acque, si aggrappa all’io come a una zattera tra i flutti. Si affida al romanzo – ne scriverà due, Rodrigo (Garzanti, 1963) e Il gazzarra (Feltrinelli, 1965) – inteso non solo come genere letterario, ma come problema del «narrare in sé»13, costretto necessariamente a fare i conti con un «organismo letterario» che avverte minaccioso e che sente incombere con la sua Storia, la sua «Tradizione» sedimentata e irreversibile. Per questo Ferretti cerca nella narrazione la distanza, nell’io la scintilla di novità che, accompagnata a «una struttura nuova», liberi dal peso della Storia; celebra il lutto della propria adolescenza e attesta, in giorni battuti in cui invecchia senza dolore, la scomparsa del Furore sotto i colpi della ragione:

ho scelto la ragione alla violenza,
l’età adulta alla calda adolescenza,
la democrazia alla dittatura,
il presente alla vita futura

ma quanto costa cara questa riva14

A Deoso si è sostituito Massimo Ferretti, al pudore di Aischina, il gravare della tradizione; la rabbia dionisiaca ha incontrato la misura e, in un esercizio di continuo svelamento dell’io, confluisce in un racconto dell’Oblio, degli abbracci rubati con La serva giulia, della corsa sotto un temporale d’agosto con La tedesca minorenne, dell’amore inconsistente con La laureanda in scienze politiche. Il dasein di Deoso15, l’esserci nel mare dell’essere che grida l’impossibilità del tempo in cui è stato gettato, si riversa e si comprime nella nuova misura della narrazione di Ferretti, nell’«archivio degli errori»16 di una vita vissuta nell’allergia alla Storia, nella presa di distanza distonica e furiosa frenata dall’evoluzione dell’io nella maturità. Sospeso tra il Furore e la Storia, come il suo sperimentalismo tra l’impegno di Officina e la verve progressista neoavaguardistica, Ferretti si salva nei suoi versi; si salva nell’esposizione elettrica dei ritratti amorosi della Piccola antologia sperimentale, si salva e si perde nell’esposizione autorale del Donchisciotte della Rabbia e, nei Versi urbani, semplicemente si perde, nell’arido tempo monocorde del soggiorno romano. Il furore del suo sguardo si spegne nella terra dell’«area fabbricabile»17 che osserva dal balcone, si placa, per poco, e trova la pace nella «deserta tranquillità sceneggiata / dalla luce mortale dei lampioni». Tra camere senza finestre – «sono quelle che costano meno»18 – treni, navi, oppio e liquori, l’io si riversa in un pensiero sconnesso, a scatti, baluginante come il suo esserci, come una monade centrifuga nel turbine. In quest’eccentricità, in quest’impossibilità di partecipazione che culmina e deflagra negli anni romani, suona profetica l’ultima stanza del secondo componimento:

L’inchiostro che conservo in frigorifero
verrà adoprato come colorante
dei brindisi nel giorno delle nozze –
o servirà a correggere le bozze?19

Ferretti medita già sul silenzio, sul ritiro dalla scena letteraria che avverrà molto più tardi. L’Oblio s’è adattato alla misura annichilente della Roma liminare, all’esposizione di un io ridotto a interrogativo, sospeso, tra la Storia e la Tradizione. Qualcosa nel grammofono si è rotto, inceppato, la misura ha forse spento l’ultima narcisistica fiamma di Furore:

             E il disco gira come il mio quaderno
per il brivido che prende da una spina –
e il coito elettrico di una presa meccanica
è silenzioso come la mia penna20

Deoso, figlio della paura e del genere umano, è morto; è tornato al sonno ignoto, alla cripta sacra e l’eco della sua preghiera s’ode a mala pena nella periferia dei «semafori sbarrati»21. Del cuore che una volta esplodeva «dentro una bolla d’ottone», dell’abisso che Ferretti bramava risalire avvolto nella rabbia di Deoso, resta un’ironia amara e opprimente:

Una volta era
l’abisso –
la parete opaca e inesplicabile,
mentre il cuore scoppiava
dentro una bolla d’ottone…
Ora mi do tre ore di tempo
due giorni per ripensarci
una settimana di cura
un mese di convalescenza –

e continuo, continuo, continuo…22

Continua e si trascina nella monotonia assordante del ripensamento: il Furore è spento, la potenza elettrica del grammofono ridotta a un motivo inerte. L’intera città-mondo romana, la sua leggenda, la storia tutta, sono compresse nella narrazione dell’io dei Versi urbani, nella distanza incolmabile che lo sguardo riduce al filtro materico di una secrezione, a un frammento di corporeità che come «un’arpa di nichel o d’argento»23 riflette l’unica evidenza dell’impossibilità della vicinanza, della partecipazione. Ma non era già tutto scritto? Ferretti non è il poeta che, poco più che ragazzo, ci ha fatto spettatori della propria fine? Già nel 1952, al tempo delle sue prime prove in versi, il Principe-Ferretti ci aveva condotto sul luogo del suo eterno silenzio, lasciando, alla processione dionisiaca della Falloforia, la propria incontrovertibile verità: l’intero ciclo della vita, il tempo incatenato della contemporaneità, la tempesta della Storia contro cui brucia la rabbia di Deoso, altro non sono che una lotta vana, una preghiera rivolta al vento e ridotta allo scarno epitaffio di un gatto.

Sotto quest’erba giace il Principe; un gatto
meraviglioso grigio e nero che visse
per la bellezza e morì per l’amore.24

È contro questa stessa impossibilità che il Dioniso di Chiaravalle torna a infrangersi nei Versi urbani, contro quella «parete inesplicabile» che desiderava superare in un impeto di furore, gridando a squarciagola la propria volontà di restare; quella stessa impossibilità che aveva provato a superare nell’Oblio piccolo del racconto dell’io, tra amori accidentali e adulterati, liquori, febbri e giorni spesi e che, dopo anni, si ripresenta immutata. A Ferretti, non resta che ripercorrere la strada degli esordi, l’attraversamento furioso e ironico di un tempo inalterabile. In un’operazione che ricorda da vicino il Pasolini di Trasumanar e organizzar – quel Pasolini con cui, in fondo, forse non è mai stato in grado di comunicare – Ferretti abbandona la poesia mentre la scrive, scrive della propria fine mentre prova a sopravvivere e sorride, consapevole di lasciare niente di più che una «una spiacevole ironia su tutto ciò»25. Il resto è silenzio e oscurità, nulla, dove s’intravede il volto di un ragazzo.

ho proclamato il Gusto del Furore,
della rivoluzione senza scopo
che riceve la paga più felice
quando si accorge d’essere infantile
e che sconta il buio del suo vuoto
nell’amarezza di non servire a niente.26

 

Note

1 M. Ferretti, La croce copiativa, in Allergia, Macerata, Giometti & Antonello, 2019, p. 71.
2 Id., In trattoria, in Allergia, op. cit., p. 48.
3 Id., Polemica per un’epopea tascabile, in Allergiaop. cit., p. 32.
4 Id. Deoso, op. cit., in Allergia, p. 15.

5 Id., Polemica per un’epopea tascabile, in Allergia, op. cit., p. 32.
6 Id., lettera a A Pier Paolo Pasolini, Jesi, 1 luglio 1959, in Allergia, op. cit., p. 176.
7 Id., La croce copiativa, in Allergia, op. cit., p. 74.
8 Id., Nenia per un soffio e venti candeline, in Allergia, op. cit., p. 39.
9 Id., Quattro traduzioni da una lingua morta, II, in Allergia, op. cit., p. 84.
10 Id., Ballata interrotta, in Allergia, op. cit., p. 37.
11 Id., Lode d’un amico poeta, in Allergia, op. cit., p. 45.
12 Id., Breviario di bravo ragazzo 1958, in Allergia, op. cit., p. 118.
13 Id., lettera Ad Antonio Porta, Jesi, 13 maggio 1965, in Allergia, op. cit., p. 181.
14 Id., Calendario di figlio di famiglia 1959, in Allergia, op. cit., p. 118.
15 M. Raffaeli, Postfazione ad Allergia (1994), in Allergia, op. cit., pp. 159-166.
16 M. Ferretti, I colori del gelo, in Allergia, op. cit., p. 112.
17 Id., Versi urbani, III, in Allergia, op. cit., p. 140.
18 Id., Versi urbani, I, in Allergia, op. cit., p. 135.
19 Id., Versi urbani, II, in Allergia, op. cit., p. 137.
20 Id., Ad un giradischi, in Allergia, op. cit., p. 128.
21 Id., Versi urbani, VI, in Allergia, op. cit., p. 145.
22 Id., Versi urbani, VI, in Allergia, op. cit., p. 147.
23 Id., Versi urbani, V, in Allergia, op. cit., p. 143.
24 Id., Falloforia del Principe, in Allergia, op. cit., p. 30.
25 P.P. Pasolini, La nascita di un nuovo tipo di buffone, da Trasumanar e organizzar, in Tutte le poesie, a cura di W. Siti, Milano, Mondadori, 2015.
26 M. Ferretti, La croce copiativa, in Allergia, op. cit., p. 70.

Immagini

  • Massimo Ferretti a Camerino, in Allergia, Macerata, Giometti & Antonello, 2019.
  • Massino Ferretti a Roma, gennaio 1963, in Allergia, Macerata, Giometti & Antonello, 2019.