Alla fine si ode una voce fuori campo: è un uomo che racconta di quando era ragazzino, a Roma nel 1944 durante la guerra, di come aveva rischiato di farsi ammazzare per una cipolla. Tutto era accaduto lì, in quelle strade lontane nel tempo, sconosciute e insieme  familiari. La voce registrata “dal vivo”, come testimonianza reale di chi ha vissuto quel momento storico assoluto, riporta le immagini al presente, suscitando trasalimento chi l’ascolta, quasi fosse quella di fantasma. 

Proprio su quella voce udita per tanti anni, nascono le storie dello scemo di guerra portate in teatro dal figlio di quell’uomo: Ascanio Celestini. «Mio padre mi raccontava che» è il principio e la fine, è la sostanza di uno spettacolo fatto solo di storie raccontate con affascinante affabulazione. Il palco è spoglio, la scenografia sono soltanto due pezzi di lamiera e quattro lampade al neon che delimitano un piccolo spazio, al cui interno sta una sedia di legno rossa. Ma tutto ciò è sufficiente, perché l’attenzione è completamente catturata da quel singolare soggetto in abito scuro e pizzetto lungo, che parla velocemente e con premura, quasi sottovoce, forse per non disturbare i defunti evocati nelle sue storie; primo fra tutti suo padre. Celestini comincia lo spettacolo senza preamboli, narrando con compiaciuto accento romanesco gli aneddoti più autentici, che verranno di volta in volta  ripetuti, come quando il padre, da regazzino in tempo di guerra, aveva rischiato più volte di essere ammazzato per aver giocato con le bombe inesplose, o per aver pisciato in testa ad un soldato tedesco. Nelle vicende del regazzino/padre spuntano altri personaggi, reali come i volti più comuni della città, e irreali, come i personaggi delle favole: il barbiere dalle mani belle, il cane che era resuscitato, il soldato con la macchia rossa in faccia «che pareva ‘na carta geografica», il giovane Giubileo, anche lui con la chiazza sulla faccia. I personaggi appaiono e scompaiono nello svolgersi delle storie che ritornano, s’intrecciano e s’aggrovigliano, ogni volta le stesse e ogni volta diverse, con più aneddoti e protagonisti, immaginarie e così tragicamente reali. C’è «la società del maiale» che investe gli ultimi risparmi per comprare l’animale vivo e tutto intero, per far fronte alla fame costante in tempo di guerra. Ci sono i lupini, che non si capisce perché si mangiano, dal momento che non hanno sapore, e anche se li metti a bagno nell’acqua salata, non solo non si insaporiscono, ma fanno diventare insipida pure l’acqua col sale. L’ironia è della più endemica e genuina, ma anche della più feroce: si apre come uno strappo su un tessuto doloroso pieno di morti, sangue, feriti, fame, desolazione e macerie… una tela intrecciata sui racconti dello scemo di guerra, che cita anche episodi noti, come il bombardamento di San Lorenzo e il rastrellamento del Quadraro, quando vennero deportate centinaia di persone.
La narrazione si fa visione: la cipolla, le patate, i lupini, il maiale si materializzano, contrapponendosi agli aloni misteriosi che condiscono certe storie, come quella della mosca parlante. Le vicende sono tante e una sola: la guerra, vista con scanzonata ingenuità e purezza dagli occhi di un bambino, che per trent’anni la racconta, rendendola materia preziosa e irripetibile, degna di teatro e letteratura.

Rossella Renzi