La celebre serie “Plastic Pleasures” dell’artista Niba torna sotto i riflettori per riflessioni urgenti sulla femminilità radicale

 

 

Niba Opera

«Qui le cose hanno perduto da gran tempo la loro ombra (la loro sostanza). Non le illumina il sole, ma un astro più irradiante, senza atmosfera, un etere senza rifrazione – è forse la morte che le illumina direttamente, e la loro ombra ha forse solo questo senso?»

«Come rispondere all’apparenza pura, se non riconoscendo la sua sovranità? Struccare, strappare questo velo, intimare alle apparenze di scomparire? Assurdo:
è l’utopia degli iconoclasti. Non c’è nessun Dio dietro le immagini, e persino il nulla che esse ricoprono deve restare segreto. La seduzione, la fascinazione, lo
splendore ‘estetico’ di tutti i grandi dispositivi immaginari consiste in questo: nella cancellazione di ogni istanza, foss’anche quella del volto, nella cancellazione di ogni sostanza, foss’anche quella del desiderio – nella perfezione del segno artificiale.»

A fissare Medusa si rimaneva pietrificati; doveva essere davvero seducente, la gorgona, per risultare così insopportabile all’occhio umano, per far tanta paura da sconvolgere ogni cellula del corpo e tramutare la carne in roccia.
Fino a che punto possiamo essere percossi da tanta bruttezza o da tanta bellezza? Turbati da un eccesso? Probabilmente fino a quel punto in cui due opposti convergono irragionevolmente, e noi, spettatori eletti o maledetti, in modo irrimediabile, siamo sedotti. Convergere, in un simile caso, vuol dire confondersi l’uno nell’altro, senza senso, come nel sesso quando supera sé stesso, o nella parola quando scavalca il nesso.
O forse no, forse «le diagonali, o le trasversali, della seduzione, possono certo spezzare le opposizioni dei termini, ma non portano a un rapporto di fusione o confusione (come fa la mistica), bensì a un rapporto duale: non una fusione mistica di soggetto e oggetto, o di significante e significato, o di maschile e femminile, e così via, ma una seduzione, vale a dire un rapporto duale e agonistico.»

Potrei avere tendenze agalmatofile e finire con l’eiaculare al loro cospetto o, molto più tradizionalmente, essere sadomasochista, e godere solo al pensiero dei supplizi che le tre sarebbero in grado di ricevere o procurare se venissero magicamente animate dalla loro creatrice. La questione però è tutt’altra e ha ben poco a che vedere con il piacere sessuale: lontananze stellari separano la mia vista dai loro volti inesistenti, mentre enormi potenziali di piacere e dolore scheggiano verso me senza mai raggiungermi, annullandosi in schianti reciproci per sacrificare ogni sensazione alla seduzione.

 

«Contro ogni ricerca di una femminilità autentica, di una parola di donna e così via, qui vien detto che la donna non è niente, e proprio in questo consiste la sua potenza.»

Nel mondo sociale gli ornamenti di cui sono vestite sarebbero semplici veicoli, corazze inequivoche alla ricerca di reazioni; al contrario, in questo freddo
scenario, le tre stanno giocando con i loro stessi segni al fine di inghiottirli e superarli: “l’attrazione per il vuoto è al fondo della seduzione; non l’accumulazione dei segni, né i messaggi del desiderio, ma la complicità esoterica nell’assorbimento dei segni.” La spudorata mostra della propria parure finisce col trionfare nella totale illusione, nella più alta accezione di femminilità:

«la femminilità come principio di incertezza. Essa fa vacillare i poli sessuali. Non è il polo opposto al maschile, è quel che abolisce l’opposizione distintiva, e quindi la stessa sessualità così come si è incarnata storicamente nella fallocrazia maschile e come può incarnarsi domani nella fallocrazia femminile.»

Sono stati assegnati loro anche dei nomi, ma non li pronuncio, per immotivato timore, o per paura che il nominarle possa svelare, anche solo in minima parte, il segreto che giace nascosto nel buio delle loro orbite. Perché è lì che risiede il loro potere, nel nulla insondabile in esse celato, nella loro spietata assenza, nel fatto che non potrò mai conoscerle.
Quante volte le viscere hanno vacillato di vergogna tra tempeste di sangue, contorte dal desiderio o cullate da uno sguardo; ma gli occhi parlano troppo, si
tradiscono, e troppo spesso assolvono alla loro funzione kerigmatica, confessando esili interessi e timide intenzioni. Gli unici occhi capaci di sedurre veramente sono quelli persi nel vuoto o fissi altrove, come nel morto.
Bè, le tre non ne hanno affatto di occhi, nessuno sguardo per desiderare, ma voragini spaventevoli, e questo fa di loro dei perturbanti dispositivi di seduzione, costruzioni immorali, transessuali e sovrasensoriali. Perfettamente inutili, come l’arte stessa fin dalle sue origini.

L’idolo è sempre femminile,
La seduzione è sempre sovrana,
ed io,
continuamente respinto dalla loro scolpita immobilità,
non farò altro che temerle come crudeli sovrane o adorarle come idoli indiscussi.

«Ciò che voglio non è amarti, accarezzarti e neppure piacerti: è sedurti – e non voglio che tu mi ami o mi piaccia: voglio che tu sia sedotto.»

 


Tutte le citazioni presenti vengono da “Della Seduzione” di Jean Baudrillard, libro indispensabile di cui questo testo vuol essere un dichiarato omaggio.
Quanto scritto non sarebbe stato possibile senza il lavoro di Niba, che dai suoi esordi ad oggi, non ha mai smesso di sedurre.
La ringrazio con ammirazione.


L’articolo Attraverso tre sculture di Niba è apparso originariamente nel n.5 di T-mag.
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