Dalla sceneggiatura visiva al documento sonoro

poesia sonora

 

Audio Doc Sound Title vuole partecipare e farsi espressione del dialogo e delle relazioni. Così inizia: partire da una sceneggiatura visiva per approdare a un documento sonoro. Il visivo scompare per lasciare spazio all’uditivo. O, forse, a un altro vedere e sentire. Questo percorso è tentativo di intraprendere una ricerca inerente ad alcuni processi di produzione di senso. Ma è anche quella di sperimentare meticciati, ibridazioni linguistiche trasversali nell’uso di termini specifici all’interno di discipline espressive diverse. A partire dalla proposta di una sceneggiatura visiva e di un titolo sonoro. Esempio: per una pratica dell’ascolto, mi è sembrato del tutto naturale proporre un titolo sonoro in un ambiente sonoro. Prendo a prestito una frase dello scienziato e fisico teorico Werner Heisenberg, non per citazionismo ma per esemplarità ed efficacia: «Quello che osserviamo non è la natura in sé stessa, ma è la natura esposta ai nostri metodi di indagine». Si attiva spontanea una domanda: se noi cambiamo i metodi di indagine, cambierà anche la natura che osserviamo?

(Pietro D’Agostino)

 

 

Audio Doc Sound Title#3

personaggi sonori: Stefano Cogolo, Luca Tilli (suoni), Marta Raviglia (voce sola)
testi ed esecuzioni:
Giorgiomaria Cornelio, Alessandra Greco, Fabio Orecchini
ideazione, sceneggiatura visiva, montaggio e regia: Pietro D’Agostino
post-produzione: Marco Resovaglio

 

 

Sottotraccia

Alessandra Greco: Nel ringraziare Pietro D’Agostino per l’invito a contribuire con un lavoro di scrittura ad Audio Doc Sound Title#3, posso dire che nel corso del lavoro, nell’incontro e nel dialogo con le immagini, si è delineato un pensiero a lato, interno alla dialettica tra luce e ombra, una traccia che attraversava e ridefiniva vari livelli di comprensione: una dimensione anteriore al verbale; ridisposizioni di movimento e materia; corpo-scrittura>tattilità. La sceneggiatura visiva per l’audio-documento non aveva audio, le parole e le musiche avrebbero formato la partitura sonora solo successivamente, dunque un nuovo modo di praticare uno spazio. Era importante per me il fatto che l’unitarietà del testo sarebbe stata rimodulata nella relazione con i diversi contributi, in fase di montaggio. L’origine comune della sceneggiatura visiva ha senz’altro giocato il suo ruolo, nelle dinamiche generali delle variazioni ho ritrovato molti ritmi osservati nel mio studio. Sono nate interrogazioni su possibilità diverse di percezione e di descrizione di ciò che ci circonda e ci abita, e sono grata per questo.

Fabio Orecchini:  Denes Gabor, fisico ungherese premio Nobel nel 1971, concepì l’ologramma e la tecnica di cattura dell’immagine tridimensionale sul finire degli anni ’40, circa vent’anni prima che l’invenzione del laser (e il suo utilizzo in ambito scientifico) rendesse effettivamente dimostrabile la sua originale invenzione. Il termine olografia indica un metodo di descrizione, grafica o iconografica, completa di un oggetto. Mi interessa molto la possibilità teorica di cattura dell’immagine dell’oggetto, della sua interferenza luminosa, dell’immagine diffratta, congelata, della perdita del punto di vista dell’osservatore, e quindi della sua restituzione e riproduzione in forma aerea e tridimensionale, quasi a rappresentarne l’assenza, o ancora una sua virtualizzazione spettrale. «Ciò che si sottrae ai miei occhi non è qualcosa o un qualcuno di veduto, bensì proprio l’evento del divenire-visibile. Ogni fenomeno si afferma negandosi, si offre sottraendosi», scriveva Jacques Derrida. Con l’espressione «virtualizzazione spettrale dell’essere nella parola» è ancora Derrida a riferirsi al rituale della voce, allo spettro vocale inteso come esperienza abissale del confine vita-morte che si esercita nel corpo della lingua, per cui la parola perde il suo tenore analogico e diviene corpo per sé stessa, spettrale e dinamico snodo della tensione.
Rendere conto di una funzione di spazializzazione della scrittura, questa la possibilità che ci è stata offerta da questo lavoro.

Giorgiomaria Cornelio: «Sciancata è insieme la postura della scrittura e quella della voce. Ne consegue che dialogo sarà l’esercizio – funambolico – di questa originaria dissimmetria,  il montaggio che lega i monologhi intrecciati. Ciò che resta all’ascolto è l’accordo senza appartenenza: la vicinanza dei fiati nel darsi alla fuga».

Marco Ariano: Ho guardato le immagini, un’unica volta, dis-tratto. Le immagini sono piene di suoni, i suoni pieni d’immagini. Ma cosa riscatta il sonoro? Quando hai consumato le immagini, quando hai consumato i suoni, il resto è un comune intraducibile (il lavoro di una vita, un lampo). Ho registrato a distanza di tempo. Senza appunti, naturalmente. Quella traccia è un fondo sismico, grezzo, rinnegato. Liberiamo le relazioni da noi stessi, lasciamole comporre qualcosa d’imprevisto. Ascoltiamole. Questo è ciò che con Pietro condivido, la nostra amicizia, e forse l’amicizia come condivisione è la materia di quest’opera.

Alípio Carvalho Neto: La mia partecipazione al progetto Audio Doc Sound Title di Pietro D’Agostino è stata un’occasione unica per rafforzare una dimensione fondamentale della musica che viene spesso trascurata, quella del compromesso sonoro senza confini. Fin dall’inizio, la mia sensazione è stata quella di decifrare un film-partitura. Il percorso doveva inesorabilmente condurmi verso una prospettiva sui generis del suono: amplificando l’azione ermeneutica per leggere l’argomento visivo e il suo intimo rapporto con la forma di immagini proposta e penetrare nella occulta potenza musicale oltre la sceneggiatura, tenendola sotto l’occhio e l’orecchio. Senza dubbio attraverso questo progetto ho potuto esperire la musica come l’organizzazione di un panico sinestetico controllato, come metamorfosi di media verso l’immaginazione sonora e la libertà della mente che conta e racconta senza sapere.

 

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Gli altri Audio Doc Sound Title possono essere ascoltati qui.

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