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Azzurra D’Agostino

Azzurra D’Agostino è nata a Porretta Terme nel 1977. La sua prima raccolta di poesie è stata D’in nci’un là (I Quaderni del Battello Ebbro, Porretta Terme, 2003); sono seguite Con ordine (Lietocolle, Faloppio, 2005);  D’aria sottile (Transeuropa, Massa, 2011). È anche autrice drammaturgica e di racconti. Suoi racconti ed interventi critici sono stati pubblicati su varie riviste e antologie, fra cui «Nuovi Argomenti» vol. 51 (Mondadori)  «l’Almanacco dello specchio» (Mondadori);  Bloggirls (Mondadori); Best off  (minimum fax) e In un gorgo di fedeltà, interviste a venti poeti italiani  (Il ponte del sale).

da D’in nciun là
Mi’ nòn am’ dsgiva:
“al sèèt tè, che mé
san stè in tì partisèèn?”
“nòn, mé ed politica
an capiss mja gninta”- disiva me
“ma infàt ai’n’era mja d’la politica;
a’i eren dì bosc negher
indovv ti stèvi òr e dé e setmèni
con ‘na fèm un bùr e ‘na pòra
e’d mòrìr adòss
comm’ i’ han sulament al bésti”
-am rispondeva lù.
Mio nonno mi diceva/ “lo sai tu, che io/ sono stato nei partigiani?”/ “nonno, io di politica/ non capisco niente” – dicevo io/ “ma infatti non c’era della politica;/ c’erano dei boschi bui/ dove stavi ore e giorni e settimane/ con una fame un buio e una paura/ di morire addosso/ come hanno soltanto le bestie”/ – mi rispondeva lui.
QUESTIONARIO:
Ci sono differenze significative tra la sua produzione di poesia in dialetto e quella in italiano (se presente)?
Si. La produzione dialettale ha un campo tematico più ristretto, ma il cui cuore profondo è più direttamente raggiungibile tramite il dialetto che non l’italiano, è la forma stessa a fare da tramite.
Con quali poeti contemporanei (dialettali, italiani, stranieri) intrattiene un dibattito costruttivo? Con quali ha semplicemente condiviso un percorso di gruppo (blog, riviste, associazioni) o di scambio di opere letterarie? Quali poeti italiani e/o dialettali l’hanno colpita di più?
Il colloquio avviene o è avvenuto più serratamente, con intensità e cadenze temporali diverse, con: F. Loi, M.Gualtieri, P. Cappello, M. Benedetti, A. Anedda, M.B. Tolusso, F. Matteoni, G. Mazzoni, M. Cucchi e molti altri. Ho condiviso un’esperienza di rivista cartacea (che trattava nn solo poesia) con A. Cellotto e A. Breda Minello.
I poeti che mi hanno colpita di più sono oltre i precedenti Rosselli, Baldini, Bertolaso, Tito Balestra, G.M. Villalta, M. De Angelis, M. Santagostini, Symborska, Milos, Dickinson, Enzensberger, Carver, Penna, Sereni, Caproni, Campana, Rilke, Holderlin, Herbert, Campo e molti altri, è impossibile per me fare tutta la lista ed è poco probabile che io sappia precisamente quali e come mi hanno influenzato, se non per l’esordio, seguito da Gualtieri e Cappello, e certe riflessioni di Mario Benedetti in seguito.
Quale l’immaginario o le immagini più diffuse, nella sua opera in dialetto? Ci sono differenze tra l’immaginario che usa in dialetto e quello delle sue opere in italiano o in prosa (se presenti)?
L’immaginario dialettale è più concreto e si avvicina di più alle opere in prosa, dei racconti che scrivo. E’ legato a storie, dialoghi, immagini della realtà, ricordi. L’immaginario della scrittura in italiano oltre tutto ciò si nutre oltre che di questo anche delle modalità di scrittura colte in italiano, di filosofia, narrativa, di scritti teatrali. Anche se il dialetto occupa solo una piccolissima parte della mia pur esigua produzione, scrivere in italiano mi risulta dunque più difficile perché ha a che fare con un maggior fardello e una diversa consapevolezza.
Quali teorie (estetiche, politiche, etiche, critiche, etc…) sono presenti all’interno della sua poetica? Il suo modo di lavorare a un’opera di poesia (il processo formativo che ha usato) è stato influenzato da queste teorie? Se sì, può descrivere anche le modificazioni della sua scrittura/operatività in poesia, in dialetto, nel corso degli anni?
Negli ultimi anni si fa sempre più urgente la necessità di una presa di posizione sul reale inteso come presente caratterizzato da aspetti guasti, malsani. Specie in Italia. Cerco comunque di tenere le teorie da parte.
Nella costruzione dell’opera conta per me il filo interno, l’atmosfera, la continuatività di senso e di ritmo. Questo vale soprattutto per l’italiano.
Il dialetto ha in qualche modo già in sé una visione del mondo che non necessita di grosse ulteriori strutturazioni.
Il suo modo di scrivere in dialetto è rappresentativo del parlato della sua area di appartenenza (paese, città, provincia, regione)? Quali le differenze con il parlato? Ha introdotto altre lingue/linguaggi/codici/segni nella sua opera in dialetto? Ha recuperato espressioni linguistiche arcaiche?
Il modo di scrivere è rappresentativo del parlato della mia zona anche se non essendoci sulla stessa alcun precedente letterario ed essendo il dialetto dell’appennino emiliano ormai quasi del tutto scomparso, ho pochi referenti e riferimenti. Ho avuto una consulenza su come scrivere certi fonemi, ma dopo la pubblicazione del primo libro. Ho introdotto parole inventate, storpiature, dialettizzazioni.
In percentuale, quante persone pensa parlino in dialetto nella sua area di appartenenza (paese, città, provincia, regione)?
Gli anziani oltre i 70 anni.
La sua regione presenta leggi di tutela del dialetto o supporta le pubblicazioni in dialetto con qualche legge? E’ in grado di illustrare queste leggi (o dare i loro riferimenti)?
C’è una legge regionale di cui non ricordo gli estremi che incentiva la produzione di studi e testi sul dialetto. Sono ad ogni modo contraria a tutte le operazioni di ripristino posticcio del dialetto, sono contraria alle promozioni malate delle lingue minori e agli abusi di senso che vengono attuati da partiti politici dagli ideali ignobili come la Lega Nord, che ha del tutto
travisato e traviato la concezione del dialetto come appartenenza a qualcosa.
         

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