Recensione a Christian Sinicco, Ballate di Lagosta. Mare del poema (CFR, Piateda, 2014)

In questo libro, fatto di più opere, del poeta triestino Christian Sinicco, c’è spazio per molte cose. Sono infatti diversi e variegati gli ingredienti che lo compongono, sia dal punto di vista formale – poesie con verso libero, sonetti, prose, prose poetiche, ecc. – sia dal punto di vista del contenuto. Diverse sono le tematiche, come le lingue (oltre all’italiano, compare infatti una poesia in dialetto), i linguaggi e assai duttile risulta l’uso della parola, che corrisponde a periodi differenti della vita dell’autore: i testi più recenti sono nella prima sezione intitolata Ballate di Lagosta, mentre i testi giovanili, anzi giovanissimi, compongono la seconda parte intitolata Mare del Poema. Questi sono datati 1997-1998, epoca in cui l’autore, a soli 22 anni, aveva già una buona consapevolezza poetica, nutrita da una passione per la letteratura che da sempre coltiva, in modo attivo e propositivo.

A partire dal titolo, il libro è punteggiato da nomi di luoghi (Spalato, Lastovo, Lucica, Pasadur, Ubli, Zagabria) che delineano una particolare area geografica, attraverso isole, fari, scorci in cui situazioni, persone, gesti danzano in equilibrio tra il reale e l’immaginario. Questa mescolanza ha il pregio di aumentare la sostanza delle cose, le fa lievitare sulla pagina, che prende movimento e concretezza, attraverso una scrittura, potremmo dire, icastica. Le incursioni nell’immaginario – che riconducono al dato reale sono legate al mito, alla leggenda, alla fiaba, alla storia, al culto nelle sue molteplici varianti. Questo delicato equilibrio è rinforzato da gesti che appartengono alla ritualità religiosa: «prendiamo il pane e lo spezziamo molte volte / perché il paradiso è vicino al braciere» e da simboli che riconducono al sacro». Il faro, ad esempio, «è bianco e si arrende / al grembo del mare», sta lì, piantato nell’acqua come una cattedrale per illuminare e proteggere i gabbiani e coloro che possono riempirsi della sua luce «ed è un assolo, / ma non ne comprendo la distanza / potremmo essere ancora pieni della sua luce».

Grazie all’ambientazione marina, alla luce speciale che certi luoghi custodiscono, alla venatura sensuale di questa scrittura, l’opera di Sinicco sprigiona riflessi carichi di colore e luminosità. Così i campi sono d’oro, «come i capelli delle slave / e di notte come una pelleluna», «Marija è vestita di porpora e si prepara alla festa / è una madre fiorita nel cuore di un’isola». Luce e colore sono i rimedi per affrontare l’abisso che incombe, perché tanta grazia non dimentica che «la vita è dura, l’ombra è il trauma / e la cecità decisiva». C’è il bacio, la carezza, la leggerezza in questi versi, c’è la speranza dell’azzurro e la lotta continua contro il nero, il sangue che non cessa di tracciare il suo solco nella Storia. Così da lieve si fa grave, la scrittura – specie quella in prosa – assume un tono epico e leggendario, rievoca antiche divinità e interventi profetici, «ma le profezie saranno ricomposte, tacciono nelle cose». Ecco che alcuni testi, nella parte finale, si compiono in vere e proprie rivelazioni: sono le fondamenta di un intero impianto, e proprio in esse si verifica il cortocircuito che ci costringe a rileggere il testo dall’inizio, poiché illuminato da nuova luce, e soprattutto da un senso nuovo. Sono questi i preziosi sigilli della poesia di Christian Sinicco, che sembra avere ancora molto da dire, essendo così impastata e ricca di richiami ai luoghi, alla storia, ai luoghi della storia. L’autore riesce a dare vita a un vero e proprio “Teatro delle meraviglie”, dove tutto può accadere, dove «i sogni premono, compongono, ricompongono», rigenerando senza fine la ricerca, la parola, il motore primo e ultimo della scrittura, quella tentazione della conoscenza che è respiro.

Rossella Renzi


da Ballate di Lagosta

 

dalla sezione La processione di Ferragosto

Prima della processione

non saranno nemmeno le sette e tutto il paese
porta il nome dei santi sulla bocca del prete,
anche l’abside acquista a mano a mano più luce
e tra chiesa e porticato si illuminano i volti

fuori il cielo chiarisce, purifica lo spazio,
un’omelia continua fissa la croce d’oro
con la tunica bianca, come contro l’azzurro
le nuvole passano durante l’offertorio

siete voi questi sogni che pensano l’esistenza,
le idee, e poi il sole gela questo rituale
sui vetri e le inferriate che si sono incendiate
sull’altare che rima la stessa litania

Ballata di Marija

fiorì la madre tra il finocchio e i suoi angeli gialli
fioriscono in processione a due a due uomini e donne
è fiorita la valle prima di quel suono di campane
il 15 agosto si staglia da secoli nelle pietre, ora e sempre
sul sagrato e poi giù per le case e le scale
sulla Bella di notte c’è ancora il tramonto di ieri
e di tanto in tanto il paese chiama Marija,
i pistilli ubriachi, le semenze di tomba

i campi di Lastovo il colibrì li ricorda
come covo di pirati – pare che nulla cambi
così con la squilla ti batti il petto
e il mare è il suo sarcofago e il ritmo

quale giorno sia, smemorato arrivi alla chiesa
quanti giorni sei stato nei sogni e ti sei fatto sorprendere?
è questa la sveglia: lo sanno il prete,
i cesari, la campana e la valle
e il medioevo alle spalle inanella i vitigni
se la processione andasse più su
penderesti dalla forca dei perdimenti nel forte francese
Marija non lo sa, e mi ha accolto lo stesso

Marija è vestita di porpora e si prepara alla festa
è una madre fiorita nel cuore di un’isola
petali di Bouganville la processione calpesta
scendendo al cimitero, salendo di nuovo alla chiesa

Marija è in ogni mattina e intona l’universo nei salmi
come il cemento della strada si è sparsa nel punto delle cose
è la voce del mio silenzio finalmente rapita
con una viola tra i capelli e sulle rughe

Fine della processione

entriamo in un piccolo cimitero e penso in una lingua non mia
parole che sembrano dure come i discorsi del prete:
recitano una parte che si ripete nella totale amnesia

poi si arriva ai Signore pietà, Cristo pietà, chiusi da questa parete
di uomini e donne scesi dalla sommità del paese e dalla chiesa
e sogno una grande processione che chiami l’Europa, quando suona

una campanella, il prete tira la sua corda tesa
più e più volte, e seguita con una preghiera, questa volta atona –
intanto la marea che entra nel Mediterraneo si insanguina

come un’aorta porta il sangue di Cristo tra tutte le capitali
e per un attimo credo che l’orazione duri tutta la mattina –
fissando le lapidi di pietra e i fiori avvolti dai giornali

ci dividiamo come un unico corpo tra le tombe, e io non so più pregare:
per alcuni è un cammino di conoscenza, per altri solo di speranza
e il cimitero è così affollato che non si trova un angolo per amare

dalla sezione Canzoni di Martino per Catarina


Rap di Martino

a Lastovo Music Island performance
feat. Mihajla bay 2007

è raro trovarsi in un mare così grande
consumati dolcemente dalla vista delle isole
perché non vivere eternamente in questo sole
guidati fino all’alba in un eden di ghirlande
restare vicinissimi alle onde, fingendo di lasciare chi sprofonda
come quelle vele vagabonde, lanciate in sogno sulla sponda
è bello attendere la musica
una volta che si sbarca sull’isola
considera la cura antitossica
se sapessi come ho perso la bussola

soffro la sete questa sera
bevimi se proprio sei vera
Mihajla sparirà in una notte nera
baciando chi ti dice che c’era

una barca a vela ci sveglia sul molo
usa il motore per attraccare al riparo
sei tra sfasciumi e carene del denaro
che ti domandi perché alzarti in volo
tu apriresti le ali, i giovani che combattono la gravità
sfiorano il bocciolo dei mali, sanno di questa atrocità
spolpato sulle pietre della storia
non sanguino per l’economia
considera la sua anatomia
saprai che cos’è un’allegoria

soffro la sete questa sera
bevimi se proprio sei vera
Mihajla sparirà in una notte nera
baciando chi ti dice che c’era

Favola portoghese

ora io la seguivo come un nemico a cavallo
in una favola portoghese perduta in un medioevo
sulle sponde dell’oceano dove un cuore cristallo
viene ripescato con le reti: i sogni in cui cadevo
si fermavano a un molino a vento sulla riva,
come una macina continuavano a mescolare
i suoi occhi neri e la pelle bianca; dopo si apriva
una porta e una barchetta era pronta ad attraccare:
sugli approdi di un’isola slava ai confini della terra
scendeva con il suo cavallo una graziosa figura
e riprendeva a correre, aumentava l’andatura:
così era stato quell’amore, una rincorsa, una guerra

Un asso di cuori è la tua bocca

abbiamo giocato a carte
ma le mie erano scoperte
e tu a posto del sentimento
un joker dal ghigno rosso

in questo gioco sei stata
più sveglia e intraprendente
perché non ho capito niente?
perché non serviva a niente

un asso di cuori è la tua bocca
dice che l’amore è una lama
le labbra che mi mordo sono attimi
e i sorrisi hanno ucciso la partita

sei distesa e ho lanciato
tutte le mie carte all’aria
e la bellezza è caduta
sul re di picche sul cuore

la verità stava sotto
nascosta e inspiegabile
perché non ho capito niente?
perché non serviva a niente

un asso di cuori è la tua bocca
dice che l’amore è una lama
le labbra che mi mordo sono attimi
e i sorrisi hanno ucciso la partita

dalla sezione La casa sulla strada

Sonetto di Silvestar alla figlia Sibylla
al porticciolo di Lučica in un giorno stupendo

consumeremo come la cenere
sulla sua coscia scura e sussurrata
la menzogna che non so dissolvere
e le teologie su cui saresti nata

se comprendi l’origine del futuro
che si batte nel ventre vicino a me
i calci andranno all’attacco del muro
contro il regime di amen e lacrime

spuma tra le sue gambe e questa baia
che allatta la tua testa con il seno
o spogliati come i santi sulla ghiaia

con un pugnale di parole osceno
svuota l’oceano e conduci centinaia
di uomini bellissimi sul terreno

Sonetto di Serena a Silvestar
alla pineta della baia di Portoros

siamo il seme di una vita più bella
che sfiora il ventre tra gli aghi di pino
tienimi per mano e resta vicino
sentirai come il mondo si modella

così disegni un cerchio e io lo chiudo
circondi il rosa della confidenza
con l’emozione della sua presenza
che sedurrà il seno che denudo

un battito che confonde tra le ombre
la disarmonia o la legge iniqua
affinché possa salire la febbre

sotto una nuvola e la luce obliqua
la resa umana di queste palpebre
che trema come una culla sull’acqua

dalla sezione Il faro

Il faro

I.

sembra che possa cadere nel mare
come se esistesse
un richiamo segreto
e i gabbiani lì volano alti
e poi osserva
si lanciano a picco sulla scogliera
in una fessura
o di nuovo verso l’orizzonte
che ci sparge in un incanto
e i vetri rotti, le ruote e le bottiglie,
uno specchietto retrovisore infranto,
sono la genealogia della civiltà
come se Icaro
fosse stato accatastato
nelle vicinanze di piccole palme da dattero
ed è un assolo,
ma non ne comprendo la distanza
potremmo essere ancora pieni della sua luce

II.

quando gli dirai addio
vedrai alla sua destra
un abitacolo bruciato,
una cappella dove abita
un dio sorprendente
che ribolle di ammaccature
e che dorme, colora la pelle
di un usurato sacco a pelo,
tra gli avanzi di una colazione
si scalda al sole, è un seduttore
per essersi impossessato
della vita senza chiedere permessi:
ha occhi marroni e carnagione scura
in equilibrio tra la macerie

III.

tutto sarà al suo posto
al centro dell’apertura
da cui hai paura
a lanciarti nel vuoto,
dietro c’è solo il faro,
ma non è importante
che tu ne prenda nota
è bianco e si arrende
al grembo del mare

da Mare del Poema

Il mare della storia è un corpo affondato.

L’infinito che spesso caccio via lo circonda.

L’infinito si apre sotto, non cado.

L’infinito è dove mi volto: se fosse un frammento, direi ciò che è, ma è molto.
Nel silenzio al segreto mi dispone.

Mi parla, di tutta la sua luce, senza paura.

Abbraccia la forma della parola, schiude la forma della parola.
Il mare della storia al fondo si deposita.
Nascerà una montagna bianca.

Christian Sinicco, nato a Trieste il 19 giugno 1975, poeta.
Ha pubblicato: passando per New York (Lietocolle, 2005); Ballate di Lagosta Mare del Poema (CFR, 2014) con note di Alberto Bertoni e Cristina Benussi. È in uscita il libro d’arte Città esplosa (Galeria Bordas) con uno scritto di Giancarlo Alfano. Ha partecipato a molti festival (AbsolutePoetry, Pordenonelegge, Poesia Festival, Librixia, Festival di Istanbul, di Zagabria, di Mallorca) ed è stato tradotto in diverse lingue. Nella sua città natale ha diretto Iperporti – Scali internazionali di letteratura e co-organizzato Trieste Poesia e Oh poetico parco. Nel 2013 ha fondato la LIPS, sigla che ha riunito tutte le scene del poetry slam italiano, ed è stato eletto suo presidente.
Caporedattore e collaboratore di Fucine Mute fino al 2006, dal 2009 è redattore della rivista Argo, con cui ha curato la più ampia panoramica sulla poesia in dialetto dal 2000 ad oggi, L’Italia a pezzi (Gwynplaine, 2014) e con cui realizza l’Annuario di poesia.
Altre poesia da Ballate di Lagosta si possono trovare su Poetarum Silva.