Il seguente articolo è stato scritto per il primo numero della rivista Container – Osservatorio Intermodale (Diaforia, 2019, edizioni Il Campano); ringraziamo l’editore e i curatori Daniele Poletti e Luigi Severi  per la gentile concessione.

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Che si sarebbe trattato di un abbandono, di un congedo dal ritorno, non vi era stato mai dubbio alcuno. Non si può andare per mare a metà. Nel Container si muove lo spazio, lo spazio dimenticato è il mare. La talassizzazione del mondo mentre il mondo affonda, l’esistere umano non più chiamato ad essere della modernità polverizzata, deprivata dei sistemi immunitari posti in essere dalla metafisica classica: un processo irreversibile, senza terra cui giungere o far ritorno, senza un centro, un transumanar in mare aperto, verso un altro continente (dal latino continere, teniamolo a mente), un continente fatto d’acqua, di schiume, flussi, spaesamento. Questa l’informità dell’odierno globalizzato da tracciare, ricomprendere e relare, verso come, con quali ecografie, quale pensare la complessità, attraverso quale formalità del testo?
Di certo non il mondo come libro, non il libro come mondo, non il libro, non il mondo (Mallarmè sotto processo non sarà interdetto, inconfinato già abita il confine, ma non re-susciterà proprio adesso, Joyce tantomeno, che nessuno lo legge, perché illegibile in quanto processo, attualità, scrittura in atto) ma il tramutarsi in abbandono, verso una testualità colta nel suo farsi onda, passaggio -trapassare di forma nel deforme, nel difforme- e orizzonte interno lo sguardo, paesaggio intravisto, spazialità diffusa e interfaccia; alio alio dicevano già i Latini, essere qui e da un’altra parte, imparando ad abitare questo altrove che ci abita, prendere atto del processo della Relazione come poetica della condivisione, del condire l’essere detti, moltiplicando la lingua dall’interno, costellandola in linguaggio di lingue e linguaggi che, con movimento traslato ed opaco, riconduca e ritrasmetta la lingua stessa. E allo stesso tempo essere coscienti dell’impossibilità ontologica di accesso a tale processo, dominato dal caos e dal caotico tentativo di dominarlo, dalle restrizioni legislative della paura, dalle chiusure identitarie, dalla violenza del mercato della lingua unica e comune.
Metromorfosi sia detto: mutamento del metro, non lineare ma convesso -“l’essere è tondo!” Bachelard esclama ridendo, “è obeso!” rispondo reso in dismisura d’accenti deliranti, in zoppie del verso segno del tempo e del passo oltremodo incespicanti.
Un’operazione di dissequestro del linguaggio, muta voce del corpo isolato ed alienato, quando non definitivamente dismesso, della psicosi globalizzata, e dal linguaggio, quello della sovrapproduzione mediatica di fiction, rappresentazione continua di un infinito presente sotto assedio, assedio della storia che, sedimentando, si dimentica nel farsi.
Decolonizzare l’atto, il gesto linguistico che concerne l’agire poetico, attraversando il valico che conduca da l’essere nel al venire al mondo, alla sua sparizione nel momento del suo eccesso come immerso negli -orami futuri di Appadurai, nelle Foam-City di Sloterdijk, negli echi-mondo di Glissant:

«la cultura è la precauzione di chi pretende di pensare il pensiero restando fuori dal suo percorso caotico. Le culture in evoluzione implicano la Relazione, il superamento che fonda la loro unità-diversità.»1

Ricomporre certo, creolizzare le fonti, le sorgenti, come anche le correnti di riflusso, bere solo all’acqua dove perde, dalle falle del soggetto –o, tubatura del sospetto– mentre la falda sale in alto sfidando l’oggetto, e non arresta la sua corsa, fino al collasso della forma stabilita / del parapetto, secoli di terra fatta in frane, in sostrati di corpi morti -detonanti- l’istante è il millennio, «lancette ferme ad un passo dagli occhi»2 e non rendersene conto ; stare nella faglia, nello smottamento, l’estasi razionale del vortice della parola, fare parte dell’attrito, del ripensamento: «là dove per le generazioni fortunate parla l’epos in esametri e in cronaca, là per me c’è il segno dello iato, e tra me e il secolo c’è una frana, un fossato, pieno d’un tempo rumoreggiante».3
Oltre il rumore, il brusio indistinguibile dal silenzio, traguardo della iper-produzione di parole-immagini del turbo-capitalismo digitale, quello del controllo e della colonizzazione dell’immaginario, un vero e proprio sequestro del soggetto nell’oggetto, che ci garantisce, vili spettatori della morte altrui, il quieto benessere della rimozione.
Stare invece nello hiatus, nella cavità, nella spaccatura del diaframma, affondare nella crepa aperta della lingua  -cosa cede, sprofonda, cosa riemerge, si riforma- nella faglia emersa della gola? Cosa resta del tempo, della temporalità dell non-più-essere, se non il divenire dell’altro, nell’altro?
Nessuna traccia di quel nostro Tempo: il passato una zona rossa -da sfondare da presidiare- il presente il contagiato che al suo interno sopravvive -il corpo negato, ricontamina il passato- un modo oltreché un moto, incessante della Storia -la memoria della crisi, la crisi della memoria- un abisso di parola in cui cadere, lenti, un vuoto di presenza -questo infinito tendere e tenere- gli occhi rivolti al cielo, un cielo interno agli occhi, in attesa sempre di qualcosa, di qualcuno.

«Lo spazio non può più essere una cassetta posta al suolo ed attraverso la quale il tempo filtra in direzione del futuro(..), la caratteristica di tutto ciò che è spaziale è stata finora la definizione, il confine. Ed ora, poiché cominciamo a vivere e ad intendere lo spazio dall’interno, cioè in modo topologico, al caratteristica di tutto ciò che è spaziale sarà l’intersecare, il sovrapporre, l’ingranare.»4

Dentro il cielo dentro l’occhio comprimere uno spazio, concentrarlo in suono bianco, -larvale- archi-texture dell’evento testuale, che si ricreerà in altro spazio, che non dovrà necessariamente essere visto, veduto (che il dominio dell’immagine ha stancato persino gli ipovedenti) ma ascoltato con pelle, con battiti d’organi interni : vibrazioni topografiche da decifrare e decriptare nella sospensione di senso dell’esperienza, dell’evento come eventualità, che sempre è phoné e gesto di solidarietà, antropoema, osservanza del rito della socialità, della conpresenza, mai della società, termine esausto, che ha esaurito il proprio senso.
Fondere queste due assenze in geopoemi, indagare la distanza intercorsa da a a non: spazio teorico dell’annientamento –un ipermercato vuoto durante un terremoto, od assalito, ma con ordine, in file -chilo-metriche- da orde  che pandemiche– un barcone stipato zeppo che affonda, la città di Berezniki, Berezniki senza fondamenta.

 

Non la terra in territorio, base di conquista della Storia, ma l’assenza di territorio, uno stare al confino, nel confine che esteso a dismisura si allontana, annullandosi, nell’assunzione del confine nell’opera stessa, aperta ed estesa, verso il superamento dei generi e dei registri, della poesia come genere, come segmento della letteratura borghese e liberista, verso un’idea di verborama, di gesto linguistico immerso nei flussi, nel pericolo delle correnti, di chi non (si) osserva da riva, col culo in salvo, ma di chi vive immerso nella schiuma del Rip, dove si staglia la corrente, afrografie non fatica a chiamarle Sloterdijk; ripartire dalla poesia ma verso il testo come partitura che agita e abita il contesto, “sconcerto” che disattenda il transito intermodale delle forme caratterizzanti l’opera -che comunque accade altrove- e chi la osserva -che ne fa già parte-.
Verbalità che sedimenti nell’opera, si annulli in essa, che si addensi nella testualità del pensiero come transfert, quale «fonte formale di quei processi creativi che animano l’esodo dell’umano verso lo spazio aperto»5 e come dispositivo del divenire la nostra attualità di transfughi, nel tramutarsi in altro, ci ricorda Deleuze.
Il trapassare, non il contaminare, non il succedersi e il coniugare. L’infusione -ascesi molecolare- che trascolora, incolora come per eccesso di sostanza, la riforma che attualizza.
Fondere i linguaggi per abbandonarli in un’ottica transpersonale e transmediale, come arte dello svelamento del continuum e dell’opacità, discostata dall’assoluto dell’antica filiazione e la linearità conquistatrice. Verso una performatività dell’arte, di un corpo che incorporato, detto, scritto e postulato, nella gabbia che si è creato, si assuma la responsabilità dell’altro da sé, di chi da fuori lo osserva, si osserva ingabbiato.
Certo direte tutto già detto, appunto, fatto morto.
Ma il collasso è in atto. Non esiste risposta o reazione che produca regresso, un ripensamento, né un avanzamento, un progresso, ma solo puro spostamento, vuoto e spaesamento, non il terremoto ma le mille scosse di assestamento: essere sul punto di cadere nel mondo, nel caos dei mondi molteplici della Relazione in atto, dello scambio del particolare e dell’universale; dei flussi caotici di corpi morenti, dei riflussi vomitanti merci, non resta che simil-traccia, da rintracciare, da invocare o smascherare, se non nel virtuale della parola senza corpo nell’amazonia del nostro deserto, che è oceano, thalassa, non più nella piscina scoperta dell’eurocentrismo armato, nel contenente contenuto liquido, raffermo. Ma negli altrimondi dell’alterità disgregata, rigenerantesi nella morte dell’eroe – (a chi dire, dare il proprio nome? ), opposti eppur contingenti, delle culture in transito tra la vita e la morte, quasi vita e non ancora morte, degli umani spettri, spectrum, speculum, specchio.
Dalla caverna escogitare la fuga dal tormento, dalla tormenta di parole, il salario del racconto, la trama interna del discorso quotidiano, rimato dal battere dei tasti, per cui nulla è preso con mano, mai più stretto, plasmato da mano umana, ma già scritto, tradotto in like e dimenticato.

Quindi, quale poesia?

Post-poesia è un termine già vecchio, post-datato per non essere riscosso come un assegno scoperto, come se non ci fosse già un etichetta stabilita per chi non va a capo, ovvero prosa o frammento, «breve lunga breve breve lunga breve breve»6.. Avrebbe forse avuto senso far cominciare la post-poesia dall’avanguardia russa di primo novecento! Utilizzato oggi, inoltre, il suffisso post- stabilisce una consequenzialità e non una rottura nella mutevolezza, ma una evoluzione malsana, una febbre mal curata che diventa inesorabile polmonite.

A questa devastazione aggiungerei due mancanze ulteriori, altrettanto patetiche: il nostro provincialismo, attestato dall’assenza di collane di riferimento, soprattutto nell’ambito della traduzione di opere di autori altri, non ascrivibili alle solite poetiche di potere e all’Accademia secondo novecentesca, che riduce sin da principio, nel suo carattere fecondo di slancio conoscitivo e apertura di sguardo, l’orizzonte nuovo del fermento linguistico altro, delle cosiddette lingue creole, siano esse a rischio sparizione o in riformattazione, in mutamento; in secondo luogo la totale assenza di rapporti di interdipendenza, ibridazione e mescidazione con le arti visive, sonore ed installative, ed altrettanto con quelle del corpo, dal teatro alla danza alla performance.
Tommaso Ottonieri, in una recente intervista, ci toglie il pensiero di mente: «[..]Quel che mi pare importante, invece, è «importare» le energie dei differenti specifici, da uno spazio all’altro delle pratiche artistiche. Non importa tanto performare letteralmente, fisicamente, insomma (a meno che la performance non sia un preciso spazio di formazione del senso, e non il riciclo di discorsi pensati per altri supporti), quanto far sì che la scrittura, ogni tipo di scrittura (non solo la letteratura, ma le arti visive, la musica, la performance stessa…) incorpori nel proprio esprimersi lo spazio aperto delle possibilità, resi disponibili dagli altri generi artistici, e dalle tecniche e tecnologie per cui essi si dispiegano di volta in volta»7.
Non occorre quindi categorizzare nulla, né ricorrere a sterili quanto banali operazioni di accostamento di materiali, ma aprirsi al possibile, operando nella direzione della sperimentazione e della ricerca nell’ambito sconfinato delle nuove scritture
della complessità, con una comune tensione verso l’indistinto e l’incompiuto della poiein in crisi, verso la destabilizzazione dei generi e delle forme; gravitando nel tempo a venire per farsi carico di pratiche testuali, politiche ed artistiche ibride e consustanziali, che nell’agere poetico discutano e contestino l’atto dell’agire stesso, inscritto nella disfunzione del venire-al-mondo, sino a togliersi il fiato, rivolgendo contro se stessi e le proprie opere la smania, le ossessioni creative e rigenerative dell’arte.
Che non siano proprio queste le condizioni necessarie al superamento della stasi nichilista della pura superficie, dell’individuo senza individuo, dell’individuazione senza riserve, fautrice, con molti altri fattori socio-antropologici (di fatto ben assorbiti), dell’anestesia totale in cui grava la critica militante, del dominio della sterilità, seppur erotizzata, o quantomeno artificialmente fecondata (in provette francesi, di marca s’intenda) del discorso poetico contemporaneo?
Andare oltre, nella direzione di una poetica dell’atto meticcio, un’estetica di rottura e di raccordo, che viva della e nella relazione, sia in fase di gestazione ed assorbimento -immersi come siamo nell’aggregarsi senza centri dei discorsi- della narratività segnica del flusso senza evento, sia nella pragmatica estensione intermodale del suo rivelarsi, prendere forma di forme.
Occorre oggi immaginare l’atto poetico come il risultato di una partitura spaziale, un paesaggio di segni da intercettare, il luogo come fosse un testo, una relazione di forze -coesistenti nel luogo inesatto dove l’opera converge- la voce come corpo, un corpo attraversato che attraversa, la parola una ferita infetta, che rimargina e riapre -dal bianco e continuamente- a tracciare infinite cicatrici. Lo spazio chiuso è aperto, la parola fuoriesce dalle crepe, sanguinanti chiusura; clausura, negli spazi immensi del deserto, tascabile ma certo, eppur fertile di bombe.
«La mente tradisce i traditori occhi, la parole traditrice i loro tradimenti»8 ci rammenta l’ultimo Beckett, ad ogni battito di tasto, la mano controllata dall’oggetto, afferrata, che non afferra più, perde presa, non costringe che a una resa.
Un grido il paesaggio, da rinchiudere in un gesto, appena pronunciato, come un nome che a malapena s’intenda pronunciato, il paesaggio interdetto: Berenice, Berenice è la sua chioma scomparsa che altrove riappare costellazione.
Per ogni voce che resta rinchiusa, stipata nei container -continenti corpi in valico- nel corpo liquido che agìto -si agita e sfalda- si riapre la ferita, si richiude ad ogni verso, partitura, discanto intrinseco il processo.
Che non sia proprio, ci si chiede, una creolizzazione morfologica delle arti e dei linguaggi, di generi e registri, di piatta-forme, e la conseguente decolonizzazione dell’immaginario, l’unica risposta concreta che il mondo dell’Arte può opporre al dilagare dei nazionalismi e dei nuovi e tardo-fascismi, del totalitarismo monolingue e monocolore, dell’imperialismo high-tech, delle guerre senza guerrieri, delle carceri della solitudini, dell’isolamento dei nuovi interfaccia, dell’identità  in frantumi?
«Non c’ è che questo andarsene, da dire», recita un verso del poeta Giuliano Mesa, varrebbe come epigrafe, sintesi perfetta di questo mio testo, nessuna pretesa se non un pretesto, forse un dialogo interno il processo e il suo disfacimento.
Ripartire dalla poesia, dunque, dalla sua persistente sparizione, invocandola a gran voce, da lontano, mentre scompare inghiottita dai flutti, affinché si traduca in qualcosa d’altro e d’oltre, o che per altre rive riemerga, resti insabbiata come relitto fossile -impronta- che appare e scompare, perpetuamente riassorbita dall’onda.

 

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E’ possibile acquistare copia cartacea della rivista scrivendo a info@diaforia.org
Indice e maggiori info: http://www.diaforia.org/diaforiablog/2019/11/04/container-osservatorio-intermodale/

 

 


NOTE

1 E.Glissant, Poetica della Relazione, Quodlibet, 2007.

2 Verso tratto da Sinopia, Anterem Edizioni, 2016, di Luigi Severi.

3 O. Mandel’stam, Il rumore del tempo, Guanda, 2012.

4 V. Flusser, Per una filosofia della fotografia, Editrice Agorà, 1991.

5 P. Sloterdijk, Sfere I, Bolle, Meltemi, 2009.

6 Riferimento a un celebre verso del poeta Giuliano Mesa.

7 Vozes. Cinco décadas de poesia italiana (Editora Comunità, Rio de Janeiro 2017),intervista apparsa in Italia su Alfabeta2

8 S.Beckett, Senza e Lo spopolatore, Einaudi, 1972