Prendendo l’aperitivo con Jean-Michel mi resi conto che per lui l’escatologia è una specie di scatologia elettronica, cioè l’atto di parlare di cacca e pipì su Internet. Forse è anche per questo che decisi di dedicare la mia ricerca allo sviluppo delle concezioni escatologiche del medioevo, dalla letteratura apocrifa alla letteratura visionaria, alla letteratura allegorica. E cominciai a leggere alcuni manoscritti latini e alcuni manoscritti francesi. Ma i manoscritti erano pieni di errori, perché i copisti, poveracci, erano molto stanchi. Allora ho cominciato a confrontarli, parola per parola, per capire chi aveva copiato da chi e poter scegliere così il manoscritto migliore, quello di cui mi potevo fidare. Adesso ho trent’anni e il mio libro sull’escatologia medievale non è ancora finito. Ma lo sarà presto. Nel frattempo insegno all’università, un corso di letteratura francese medievale.
“Ma a che cosa serve ?” Mi chiede Jean-Michel, che cammina alla mia destra, con aria un po’ ingenua. “Ma a che cosa serve ?” insiste Claire, che cammina alla mia sinistra, e il suo tono è assai più provocante. Stiamo attraversando la Senna, sul Pont-au-change, verso l’Ile de la Cité, e io comincio a innervosirmi, perché questo argomento l’ho già affrontato più di cinquecento volte. E ricomincio con la solita apologia delle arti liberali, della letteratura, della musica, della filologia, le arti che rendono l’uomo libero e non lo rendono servo. “Quindi non servono a nulla e soprattutto a nessuno ! Non servono come non serve sognare, come non serve leggere un romanzo, come non serve imparare una canzone a memoria. Come non serve sapere cosa significa ‘ciao’ o ‘signore’ o ‘onorevole’. Come non serve conoscere il nostro passato, per poter capire un po’ del nostro presente. Come non serve mantenere viva la nostra memoria, che tanto non serve più, tanto c’è google”.
Mi affanno perché non riesco ad esprimere quello che vorrei. Sono cose di cui si parlava spesso, quando ero studente, quando ho cominciato ad alimentare questa incomprensibile passione per i manoscritti medievali. Trascrivere. Analizzare le varianti. Ma allora si trattava solo di un esercizio, per ottenere un diploma. Laurea, master, dottorato. Adesso è tutto diverso. Gli studi sono finiti e sono pagato dalla società per insegnare e per fare ricerca. E adesso il qualunquismo di chi giudica inutile quello che faccio diventa più aggressivo e violento.
Continuiamo a camminare in silenzio e penso quanto vorrei che Marco, Filippo e Valerio fossero qui al mio fianco. Ci siamo riuniti da poco a Bologna, in un’occasione poco felice: il funerale del nostro vecchio professore, del nostro maestro. Con un gesto rapido mi sfioro la coda dell’occhio e rispedisco al mittente una lacrima che vorrebbe manifestarsi in un momento poco opportuno.
I miei due compagni hanno l’aria perplessa, vedo i loro sguardi che si incrociano e noto una punta di sarcasmo. Cerco di darmi un contegno, tiro un lungo sospiro, a pieni polmoni, e all’improvviso mi giunge alle narici un forte odore di urina, acre, dolciastro, penetrante, tanto forte che mi fa pensare a un risotto con gli asparagi. Eppure questa volta lo accolgo con piacere, quasi con sollievo, chiudo gli occhi e sorrido, impercettibilmente. E-scatologia? google? cacca e pipì? Riapro gli occhi ed ecco che un’ombra gigantesca si riflette sull’asfalto e avvolge le nostre tre sagome. Loro due alzano lo sguardo e rimangono agghiacciati, Claire lancia un grido ed entrambi si piegano sulle ginocchia, coprendosi il volto con le mani. “E’ un grifone – spiego senza scompormi – è una specie di incrocio tra un’aquila e un leone e si nutre assai volentieri di esseri umani”. Non ho finito la frase che il mostro plana su di noi in picchiata, aprendo gli artigli. Istintivamente mi abbasso anch’io, piegando le ginocchia, ma lui ha già afferrato i miei due compagni, Jean-Michel e Claire, e sta già volando via, verso il tramonto, scomparendo in un’immensa voragine oscura.