Katell. Ho ancora negli occhi lo scintillìo dei bicchieri di cristallo, gli specchi sul soffitto e dietro i divani di pelle che sembrano moltiplicare le luci e anche il rumore delle posate. Piatti dal diametro spropositato, dove si elevano piccole sculture di salmone con intarsi di verdure variopinte, sottilissime, come tante piccole oasi in un deserto di porcellana. E una vaschetta, della stessa porcellana grigio-azzurra, piena di un liquido color petrolio. Un intruglio a base di soia. Cucina fusion, franco-thailandese, très à la mode.

Katell. Due mani bianche, sottili. I movimenti sicuri, impercettibili, sulla tovaglia di pizzo. Immacolata. L’ultimo sorso di Châblis. Il bicchiere lungo quasi quanto la bottiglia, vuota, che galleggia capovolta nel cestello del ghiaccio. Due occhi azzurri, non potrebbe essere altrimenti. L’ultimo sguardo furtivo, mentre appoggia il tovagliolo sulla tavola. Immacolato. L’ultimo sguardo, prima di ordinare il dessert.

Katell. Dice che è un nome molto comune in Bretagna, il suo paese. Sarà, Katell, ti credo, ma hai preso il taxi da sola. Ho chiuso la porta che avevi già la testa appoggiata sullo schienale di pelle. E adesso mi trovo davanti una notte che non vuole lasciarmi dormire.
Le strade del sesto arrondissement. Luci assordanti, ovunque. Saint-Germain-des-Prés, il cuore elegante della Ville lumière. Bistrot affollati. Volti da copertina di Vanity Fair.

Fumo una gitane camminando a passo spedito, ma non sono concentrato. E non ho una meta. Il polsino della camicia sporge due o tre centimetri dalla giacca. Perfetto. Fumo con la sinistra.
È un peccato – c’est du gâchis – ma Richard ti aspetta alzato, lo so, lo farei anch’io. E forse è tempo che mi metta in cammino verso casa, verso le colline di Belleville, alla ricerca di un taxi. Di venerdì sera non è facile. Non sarò fortunato come te, Katell.

Al diavolo. Accendo un’altra sigaretta, mi infilo in un locale e mi siedo al bancone, le spalle rivolte alla strada. La donna accanto a me parla un inglese asiatico. La sua amica la ascolta. Non sembra avere molta voce in capitolo. Ha gli occhi a mandorla più grandi che abbia mai visto. E’ lei che mi lancia il primo sguardo, neanche tanto furtivo, mentre appoggia il cocktail sul bancone. E’ qui in vacanza ? Non parla francese ? Diamoci del tu. (Capirai…) Dopo un minuto avrei già voglia di prenderle la mano, Katell, ma non credo che ne avrò il coraggio. Tra il vociferare e la musica assordante scoppia in una risata artefatta, lo sguardo al soffitto, lasciando cadere una cascata di capelli neri, lisci, orientali.

Poi si rivolge all’amica che per un pezzo è rimasta in silenzio, ma la musica è troppo forte ed è impossibile comunicare in tre. Non voglio sembrare invadente e finisco la mia birra, pronto a ordinarne un’altra, certo che il dialogo riprenderà quanto prima. Ma quest’ultimo sorso ha uno strano sapore, pare quasi salato, e mi dà uno strano senso di disgusto. Aldilà del bancone c’è un gran fermento. Cerco di attirare l’attenzione della cameriera bionda che però scompare all’improvviso, piegandosi sulle ginocchia, alla ricerca di qualche superalcolico. Il tempo di lanciare uno sguardo in direzione della mia vicina, ed ecco che da dietro il bancone si alza una testa coperta di piume scarlatte: è il grifone, col becco adunco e gli occhi fiammeggianti, che mi rivolge uno sguardo agghiacciante. Lo spavento mi fa barcollare sullo sgabello, perdo l’equilibrio e urto la spalla della vicina, facendole cadere il bicchiere dalle mani. Un fracasso. Frantumi. Sento il peso di tutti gli sguardi. E sento avvampare le gote. Possibile che nessuno l’abbia visto? Che nessuno abbia visto il grifone? La donna sembra molto seccata e mi volta le spalle in modo deciso. Mi faccio largo tra la folla, che ha ripreso a vociferare, e in un istante mi ritrovo sul marciapiedi. Forse è tempo che mi metta in cammino verso casa, verso le colline di Belleville.

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