Durante il viaggio di ritorno verso Trocadero, nel vascello svuotato dalla merce, Ben-Atar fu colto dall’angoscia. Ne fui colto anch’io, in quello stesso preciso istante quando, levati gli occhi dal libro, vidi il motivo di tanto rumore improvviso. Non era la solita comitiva vociante di italiani, coi loro Invicta colorati, che parlano a un volume doppio rispetto ai turisti del resto del mondo. Non era il personale della RATP, che si muove in squadre di cinque o sei persone, per acciuffare chi viaggia senza biglietto, rischiando insulti e aggressioni. Non era nemmeno un terzetto jazz, con tanto di contrabbasso – non si vedono più tanto spesso – capace di allietare anche la giornata più marrone, che poi un fantastico ritmo gitano ti rimbalza nelle orecchie fino a sera. Nel mio vagone, tra la calca, si facevano largo due strani personaggi. Un uomo, vestito come un cavaliere, con la cotta di maglia e con lo scudo appeso al collo, era inseguito da una donna discinta, lo sguardo sconvolto dall’ira, che lo picchiava sul capo scoperto, graffiandolo, gridandogli parole di odio, parole di rabbia e di abominazione, parole di altri tempi.

– La mort ne souffist elle mie pour toi, felon chevalier deputaire ! Tu as bien desservi ceste painne ! Je t’ensiverai jusqu’au Jour du Jugement ! –
Scalza, sconvolta, i capelli biondi arruffati, sgomitava tra la folla, straziando il capo del suo antico amante e rinfacciandogli l’amore che lei gli aveva offerto e che lui aveva rifiutato, sdegnoso.

– Tu avais dans tes mains la fleur de ma jennesse. Pucele, je t’ai offert mon amour et tu m’as laissée tomber comme une saulcisse fumée ! –
I due avanzavano rapidi, facendosi largo tra il disagio degli onesti passeggeri che li guardavano attoniti, ascoltando increduli le parole misteriose della donna. In poco meno di un minuto, percorso il vagone da un capo all’altro, uscirono alla fermata successiva, correndo e gridando come erano entrati, lasciando dietro di sé, così almeno mi parve, un forte odore di urina.

Fu solo allora che mi accorsi di chi mi stava seduto di fronte, aldilà del corrimano centrale, ritto come il palo della lapdance: era un uccello gigantesco, simile a un grifone nell’aspetto e nel piumaggio scarlatto. Scosse la testa in segno di disappunto, alzandosi sulle zampe che teneva incrociate. Poi, con una scrollata di spalle, chiuse il suo libro e scomparve anch’esso in mezzo alla folla.