La prima cosa che vidi furono le pareti dei palazzi senza finestre, poi delle torri in lontananza. Una distesa di scatole che erano delle case e un piccolo angelo dorato che volava sulla città, solitario e leggero, così potente. Una torre più lontano sembrava un fiore metallico o l’elmetto di un astronauta prussiano. Tra ampie curve di strada e rettilinei il pullman scivolava sotto ponti di cemento e semafori e cartelloni che tentavo di decifrare con indolenza. Fra dei palazzi di vetro ci imbucammo nell’autostazione, lo ZOB. Era un ampio parcheggio, e un altro paio di pullman con tutta la gente intorno si preparava a partire. Noi viaggiatori che scendevamo accalcandoci sulla pedana eravamo tutti intorpiditi. L’aria ghiacciata mi mordeva le orecchie e lentamente un uomo basso e tarchiato con la pelle scura e il collo macchiato di pustole mi passò la valigia. Mi caricai lo zaino e iniziai a camminare. Ad un uomo chiuso dietro a una lastra di vetro chiesi che cosa dovessi fare per raggiungere l’indirizzo che mi ero trascritto su di un foglietto e lui mi disse di scendere nella U2.

Dentro la fermata di Keiserdamm non c’era quasi nessuno, solo qualche persona avvolta in un cappotto grigio che aspettava sul ciglio del binario, con delle borsette di cuoio a tracolla o dei giornali in mano. Un uomo di tanto in tanto si portava alla bocca un bicchiere di carta fumante. Il treno che arrivò era completamente giallo. Fu preceduto d’un istante da un silenzioso soffio d’aria effuso dalla bocca della galleria. Le sue porte aprendosi fecero il rumore di uno starnuto strozzato. Dentro eravamo in pochi. Il treno era lungo, sinuoso, pieno di cinghie penzolanti e di sbarre che lo venavano in orizzontale e in verticale. Non c’erano scompartimenti, era tutto un unico corridoio profondissimo e la gente in fondo appariva miniaturizzata dalla prospettiva. Mentre sedevo, alle narici mi arrivò silenziosamente un odore di sangue, l’odore di terra e di pancia di una donna che sanguina da una ferita. Mi guardai meglio intorno. A pochi sedili da me c’era una ragazza dai capelli corti, rossi. I sui capelli erano troppo rossi e troppo corti. Chi glieli aveva tagliati doveva essere una persona spietata, capace di amputare la sua vittima fissandola allo specchio. Improvvisamente scoppiai a ridere da solo. Qualcuno se ne accorse e mi guardò di soppiatto, non capendo.

Di stazione in stazione il treno si riempiva di gente. Arrivò un uomo con un grosso libro in mano. Il titolo sulla copertina era in cirillico e l’uomo non distolse mai lo sguardo da quel libro. Solo alla fermata di Bahnhof Zoo si alzò e se ne andò, quasi correndo. Il treno era ormai affollato e sopra il sedile quell’uomo aveva dimenticato il suo libro con le scritte in cirillico. Io mi precipitai per prenderlo e ridarglielo, ma feci appena in tempo ad alzarmi che il treno era ripartito e l’uomo scomparso per sempre. Aprii il libro a caso. Sotto il naso mi ritrovai la stampa di un grande tacchino. Gagliardo, con il collo teso e con le due zampe unghiate e squamose che affondavano per terra. Per chi osava fissarlo aveva negli occhi un’espressione feroce. Stetti a contemplarlo il tempo che il treno impiegò a coprire una fermata. Poi lasciai il libro sul sedile e vidi la ragazza dai capelli rossi e corti andarsene, la osservai di spalle mentre usciva e poi oltre la vetrata mentre camminava immersa in un orizzonte sonoro a me estraneo.

Le strade di Berlino sfilavano e sfilavano. I palazzi, riconobbi Potsdamer Platz, il buio delle gallerie, stazioni diverse, un fiume orlato di prati e vialetti. Isolati di case dai colori tenui, ponti di ferro, porte e finestre, le persone per strada. Su un muro della fermata di Klosterstraße c’era un cartellone con un viso di una donna in bianco e nero e sotto c’era scritto: “Strahlende geht die Welt zugrunde”. Riuscivo per la prima volta senza accorgermene a tradurre quella frase: “Splendente va il mondo alla rovina”. Poi il treno rallentò di nuovo. Eravamo dentro una grande volta di vetro. La voce al megafono annunciava la fermata di Alexanderplatz. Afferrai il mio zaino e scesi anche io.

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Fotografia di Sergio Marcelli, www.sergiomarcelli.eu

Questo racconto è anche in La regina non è blu.