Sprofondavo per le scale mobili verso le linee più interrate della metropolitana e Alexanderplatz traspariva dalle vetrate della stazione, in un discoprirsi di forme e di spigoli e di corpi affogati nella luce. Presi la U7 direzione Hönow e il treno ora viaggiava attraverso stazioni ricoperte di piastrelle colorate. Seduti ovunque intorno a me c’erano ragazzi che sembravano abitanti di avamposti stellari. Avevano lunghe gambe atletiche fasciate da tessuti plastificati e luccicanti e ai piedi indossavano stivali bombati con suole di gomma alte fino a 15 centimetri. Sembravano ragazzini spaventosamente sviluppati, dei cosmonauti che invece di passeggiare su Uranio fluttuavano nel sottosuolo coi visi glabri e ovalizzati dalle capigliature dure e appuntite per il gel.

Scesi alla stazione di Tierpark. Sul fondo dell’ampia e azzurrognola galleria che portava verso la superficie c’era un mosaico. Raffigurava il mondo o un pianeta. Era una sfera lastricata di triangoli scaleni e attraversata da profondi solchi razionalizzanti e violenti. Era un relitto della DDR. Poi, oltre le scale, sbucato dalla U-Bahn, mi ritrovai nel mezzo di un mercato, tra pentole, cataste di formaggi, tendoni, il farneticare fra i bancali e l’aria del mattino senza tremore. Intorno alla piazza si stagliavano file di palazzi nuovi, di Plattenbau, in un infinito proliferare di balconi dai colori irreali. Sulle altissime facciate assemblate con pannelli di cemento non vibrava nes- sun tremolio. L’immobilità squadrata della loro presenza cancellava la percezione dell’ombra.

Non c’era molta gente sulla piazza, alcune donne si aggiravano tra la merce scolorita dal freddo. Lo zaino pesava, imboccai un vialetto dove gruppetti di anziane mi camminavano af- fianco, con cappelli cotonati e striati di viola e giacche a scacchi e occhiali dalla montatura di plastica, feticci del socialismo reale che ancora viveva nelle cose. Un signore portava a spasso il cane nell’aria iridescente. Era una periferia gialla, rosa salmone, turchese, color pesca, panna e amaranto. Accanto al tronco di un albero, sotto le sue fronde ingiallite, un giovane dalla pelle nera aveva in testa un cappellino da baseball, io lo raggiunsi fra le foglie e gli chiesi dove fosse Sewanstraße. Lui fu molto gentile, mi guidò oltre il piccolo boschetto mu- rato fra i palazzi.

Ci infilammo attraverso un passaggio largo meno di due metri ma altissimo perché era tra gli spigoli di due torri di cemento che collimavano perpendicolarmente tra loro e fuori dal passaggio si apriva un immenso cortile, grande che lo sguardo non poteva abbracciarlo tutto, incorniciato da un unico blocco di edifici rettangolari mentre tanti portoni equidistanti fra loro scandivano lo spazio a perdita d’occhio.

Il ragazzo mi guidò verso uno dei portoni, ma era sbarrato. Me ne accorsi perché feci pressione sulla maniglia blu che rimase piantata come un’incudine. Lì c’era il segretariato dell’ostello dove avrei dovuto prendere le chiavi della mia futura stanza. Era sabato. Sarebbe rimasto sbarrato fino a lunedì. Non conoscevo nessuno a Berlino. Ero appena arrivato in Erasmus. Erano gli ultimi giorni di settembre del 2001.

Tentai di spiegarlo al mio nuovo amico africano che mi disse vieni con me, in un idioma difficilmente comprensibile. Mescolava le parole in tedesco ai fonemi africani del suo dia- letto materno e il suo parlare risultava ondulato su miti e contratti ululati. Si voltò sui suoi passi e mi accompagnò dentro uno dei tanti portoni intorno al cortile. Sosteneva, nel flusso aspirato e spigoloso delle sue parole, che mi avrebbe trovato ospitalità per due giorni e io lo guardavo senza capire. L’interno del palazzo era fatiscente e sporco e nel buio fra le rampe di scale che salivamo i bulbi degli occhi del mio nuovo amico sembravano sempre più bianchi e più grandi, il suo corpo s’assottigliava e diventava fragile nella penombra come quello di un ragazzino timido e intraprendente. Suonò un campanello e aprì un uomo anche lui nero di pelle. Parlavano nella lo- ro lingua africana. Dietro la soglia, attraverso la porzione di spazio lasciato libero dal corpo di lui, intuivo il pulsare di un appartamento abitato. Sentivo dei rumori, era tutto in penombra. Qualcuno lavava i piatti. Il lavandino scrosciava, qualcosa ha tonfato poi un bambino quasi correndo ha attraversato il corridoio e mentre pescavo con lo sguardo in quella profon-dità inesplorata mi arrivò una folata improvvisa d’odore denso e umanoide, caldo come un ricordo infantile legato ai gio- chi con la terra bagnata.

l ragazzo nero si congedò dal suo amico fermo sulla soglia di casa e poi mi fece segno di seguirlo, spiegandomi che non c’era posto, lì, per ospitarmi. Attraversammo ancora il grande cortile dove splendeva bianca la luce del sole di settembre. Camminavo pensando a dove sarei andato a dormire e questa volta immaginai di vederlo davvero. Era vivo e smerigliato di colori, era proprio lui con tutte le sue ali rinsecchite e strette sul corpo, la sua pelle squamata, il collo oblungo e le zampe artigliate. Ruzzolava tra lo scivolo e l’altalena del piccolo Kindergarten, aveva le piume della coda aperte a ventaglio. Ad ogni scatto della testa il suo grappolo di carne sotto al gozzo penzolava come una colata di muco scarlatto e paonazzo. I suoi occhi erano due piccole pietre nere insensibili che scin- tillavano dal fondo di un lago. Lo fissai per un attimo, poi il tacchino con un goffo salto si imbucò dentro a un cespuglio e scomparve. Mentre ero imbambolato, il mio nero amico mi distolse richiamandomi con la sua voce sincopata verso il cammino che mi attendeva. Non ero ancora arrivato.