Sceso dall’autobus entrai nel primo hotel che incontrai sulla strada. Era una delle tante porte che si affacciavano su un lato lunghissimo di un isolato con i muri color panna. La gente camminava lungo il marciapiede in un pulviscolo di teste oblunghe, sportine della spesa, occhiali, giacche, stringhe di scarpe, bocche e nasi, andature difformi in vestiti slavati, sconci, abbottonati. Ero a Lichtenberg. Nella hall dell’hotel mi consigliarono di rivolgermi altrove, tutto era estremamente curato e raffinato e le loro camere erano così costose. Mi mandarono verso il fondo della strada, dove, dicevano, c’era una pensione. Allora continuai a trascinare per un po’ le mie valigie. Più mi spingevo in là, nelle strade secondarie, più le persone diventavano rade.

Posavo lo sguardo su piccoli giardini al pianterreno, curati e ombreggiati da fitte chiome d’alberi che crescevano alle spalle delle case, su cassette postali rosse, semplici macchine  parcheggiate. Un ragazzo con i capelli rasati a zero ascoltava musica con due fili elettrici attaccati alle orecchie. Affianco, il suo cane si annusava la coda, di tanto in tanto. Poi fui calamitato dall’insegna azzurra di un grande ristorante turco. Dietro al bancone, immersi nella luce del piccolo neon, tanti spiedini di carne rossa paonazza aspettavano che qualcuno venisse a strapparli da quel freddo artificiale.Verdure, cipolle, mattonelle azzurre. Un uomo con i capelli ricci e neri mi sorrise mentre passava lo straccio sul distributore delle bibite. Ancora, sul marciapiede, chiesi a un anziano con gli occhiali indicazioni per la pensione che cercavo. Si era fatto pomeriggio inoltrato ormai, anzi iniziava ad imbrunire e lui emetteva frasi in una lingua a me inespugnabile e faceva ampi cenni con le braccia mentre osservavo la composizione geometrica della sua fronte. Mi imbucai in una strada ingabbiata fra blocchi di edifici identici per altezza e per colore e per spaziatura delle rifiniture. Sulla balaustra di una finestra al secondo piano c’era un uomo seduto, di schiena. Aveva il dorso tozzo, fasciato da un bomber azzurrognolo. La sua testa, rasata, spiccava come una cipolla nel vuoto della finestra aperta e oltre le sue spalle curve, appesa alle pareti della casa, vidi nitida una grande svastica nera in mezzo ad un cerchio bianco e, tutt’intorno, uno spazio rosso, rettangolare. Era una bandiera attaccata al muro, una bandiera nazista. L’uomo sedeva immobile, aveva delle ciambelle adipose che gli coronavano il collo e la nuca, forse era intento a parlare con qualche altro pargolo del Führer, come lui. Che buffo, che esotico pensai. Sono in un quartiere sperduto di Berlino est dove una volta c’era il realsocialismo e le monomarche di stato sugli scaffali dei negozi e oggi ci sono i neonazisti che abitano tutti insieme nella strada dove passerò la mia prima notte berlinese, forse è meglio non uscire stasera, forse è pericoloso.

Cento metri dopo, arrivai alla mia pensione, incuneata den- tro un piccolo cortile. Un cartello attaccato alla porta spiegava che le chiavi dovevano essere ritirate nella Knipe, nella birreria sulla strada. Entrai nella Knipe allora, e dentro mi aspettava una curiosa sorpresa. Ebbi il primo contatto ravvicinato con la gioventù del rione. Quando aprii la porta di legno della birreria, come un vento mi è soffiato caldo sul volto quella vampata mestruale che da due giorni si era inalata nel mio cervello. Da dove viene, pensai, forse ne ho le mani impregnate? Di riflesso mi sono portato la punta delle dita alle narici, ma l’odore non sembrava venire da lì. Alzai lo sguardo. Sulla mia destra, seduto su un alto sgabello, c’era un ragazzo con un impermeabile nero, di pelle. Aveva le mani incrociate e appoggiate al bancone. Era pallido, molto alto probabilmente, con un naso aquilino, grande e ossuto, e mi fissava con i suoi occhi azzurrissimi. La sua testa era rasata. Solo sopra la fronte si era lasciato crescere un ciuffo di capelli che teneva ordinatamente piegato a riporto. Mi guardava, e poi sibilò un commento a voce alta che io non capii. Ma tutti nel bar scoppiarono a ridere. Scoppiò a ridere la barista dietro al bancone, con le sue due belle treccine nere appoggiate alle spalle, scoppiò a ridere il gruppetto di baldi giovani intorno al tavolo da biliardo, anche loro con i loro bomber, i loro jeans attillati, i loro anfibi neri, le loro zucche rasate e in pugno le aste del biliardo; l’unico che non rise fu il cavaliere dagli occhi azzurri, che continuava a guardarmi schiumando disprezzo, col collo teso e piegato verso di me ed io che lo fissavo fino a perforare il nero delle sue pupille vuote. Ed ecco che d’improvviso vidi la sua testa quasi venirmi incontro, era il suo collo che cresceva, sempre più sottile e vibrante di tendini, e i suoi occhi si facevano di vetro, sempre più piccoli, sempre più piccoli e tutto il suo cranio si assorbiva in un pugno raggrinzito: dal colletto dell’impermeabile gli spuntavano delle penne bianche e quando il suo ciuffo di capelli sopra la fronte si compattò in un budello di cartilagine pendula e quando da sotto il collo gli esplose un grappolo di cartilagine e quando le sue mani intrecciate sul bancone divennero due zampe os- sute e squamose, sì, allora lo riconobbi, lo riconobbi essere il mio tacchino. Scoppiai a ridere immediatamente e insieme a me ridevano tutti, ridevamo tutti insieme. Ma durò un attimo, poi tutti tacquero. Tutto tornò come prima. I baldi giovani si rimisero a giocare a biliardo, il marcantonio dagli occhi azzurri e il ciuffo a banana tornò a contemplare il bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto che aveva di fronte, senza più es- sere tacchino, ma con le sue sembianze di uomo. La ragazzina dietro al bancone mi chiese i documenti, registrò il mio nome in un libraccio e poi mi diede la chiave. Così me ne andai via, senza salutare nessuno.

 

*

Foto di Mauro Meggiolaro, 2015