È molto tardi o molto presto. Dalla finestra guardo fuori. Il cielo si è fatto color perla, il sole già galleggia da qualche parte sul latte dell’orizzonte. La gente si agita ancora. Balla, cammina, sfugge, ronza come uno sciame di calabroni dentro la musica elettronica. Il locale è scuro, i lineamenti sfumano nella penombra. C´è chi siede con le gambe accavallate sui divanetti di cemento, chi parla accostando le labbra alle orecchie del vicino. Chi si alza e va via, chi arriva.

Su un grande muro lì a fianco scorre un video con centinaia di bolle colorate che si moltiplicano, poi esplodono. Questa sera un’ape mi ha punto il cuore. È per questo, invero, che mi sono trattenuto qui più del dovuto, e ho rimandato la mia uscita dalla porta principale un quarto d’ora dopo l’altro, e le ore sono trascorse acquose.

Vado verso una portafinestra, mi attrae il cielo grigio ed elettrico incorniciato fra gli stipiti, il chiarore dell’alba che striscia fuori dall’orizzonte. Attraverso la portafinestra e sono su una terrazza e sotto c’è il fiume Spree che scorre silenzioso, grigio, piatto e profondo. Una grande fabbrica abbandonata, tutta di mattoni rossi, si staglia sull’altro argine del fiume, con una batteria di ciminiere dritte e incandescenti verso il cielo come ciclopici colonnati. Qualcuno mi ha detto che in quella fabbrica confezionavano la marmellata nella DDR. Ogni giorno dai suoi padiglioni prendevano il volo migliaia di barattoli di vetro riempiti di polpe gelatinose e colorate. Intorno a me, seduti sulle piastrelle della terrazza, o su delle panchine, gruppetti di giovani parlano lentamente. Sembrano molto calmi.

L’aria è fresca e la musica che pulsa dentro il locale accresce il silenzio della metropoli addormentata. Torno dentro, ballerò ancora un po’, dirò addio al Maria am Ostbahnhof. Sento che la serie di coincidenze che mi ha portato da solo qui, stasera, molto lontano da casa mia, sta per esaurire la sua forza detonante. Sguscio tra la gente che mi scorre intorno fino ad una piccola saletta, la musica rimbombaba forte in un accavallamento di cascate elettriche. Tutto ciò, se chiudo gli occhi, si configura in me come un fiume di trapezi concatenati, coni che montano su su su e si frantumano scrosciando in una cascata di frammenti fosforescenti.

In mezzo alla pista rimbalzo saltellando sulle gambe e cerco figure morbide e lisce.Tre diavole davanti a me si muovono con grazia robotica nella musica. Una è alta come una colonna dorica e ha le gambe foderate di calze rosse. La sua amica bionda è vestita di nero e ha grandi borchie dorate alle orecchie come una vichinga di burro. Ballano sfiorandosi con i corpi e si scambiano piccoli baci di tanto in tanto, nel frastuono. Io chiudo gli occhi e penso alle api che ti pungono il cuore, penso al polline che riempie la bocca e mi sento ridicolo per tutto ciò, oscillo il collo e lo torco, guardo ancora le gambe equine e tinte di rosso della diavola marmorea che ora appare e scompare nella mitragliata dei flash, e ogni suo movimento trafitto dalla luce che acceca è bianco e perfetto come una statua che compare nei sogni. Provo a percepirne l’odore attraverso tutte quelle esplosioni elettroniche e lo sento, è dolcissimo, sembra un fiore imbevuto di sangue. L’altra sua inquieta amica, la terza del cenacolo, ora entra nel centro della scena. Ha lunghi stivali neri e la gonna vaporosa come una corolla di orchidea. Si gira e danza verso di me, lontana, poi i nostri sguardi si incrociano, ma è solo un insignificante attimo. Sulla maglietta che le cade morbida sul petto e sul piccolo ventre decifro, trapunta in scintillanti paillettes argentate, la sagoma di un volatile. Ci sono due minuscole pietre rubino incastonate al posto degli occhi e una cresta rossa sopra il becco che sembra esplodere come uno sbruffo di lava. Le ali, stilizzate nello scintillio delle lamine di paillettes, si stendono semiaperte, dense di piume. Le zampe sono artigliate. Lo riconosco, è il tacchino, ribaldo, bombastico, scintillante e guizzante. Guardo per l’ultima volta le tre ragazze che ballano, sperdute in chi sa quali pensieri. Capisco che è ora di andare via, e me ne vado per sempre.

Fuori è giorno fatto. Il silenzio è intarsiato del canto degli uccelli sugli alberi.