Press "Enter" to skip to content

Bestiario, IV, 1, Bon voyage – Johnson&co.

Mi sveglio seduto, mi sveglio allacciato, a mezzo metro dal naso uno schermo minuscolo è un film finché non tasto il poggiamano di sinistra – il mio – e seleziono il canale successivo.

Il canale successivo è l’oceano atlantico di Risiko. Una linea rossa si stacca dall’Europa meridionale, si inarca sopra Europa settentrionale e Gran Bretagna, punta l’Islanda e prosegue lambendo la Groenlandia fino a conficcarsi nel Quebec.

Oggi come oggi sono sospeso a 36000 piedi sull’Oceano Atlantico, intorpidito ed annullato in una solitudine esasperata dalla vicinanza di troppa umanità. Dormiveglia estenuante.

Una densità di vita esageratamente elevata a queste altitudini, a queste temperature.

Compensata da un silenzio soprannaturale, da una presenza regredita a stadio larvale, corpi accasciati uno accanto all’altro, immobili, in una penombra rischiarata solo dalle immagini di vite artificiali. Passeggeri. Transeunti. Nutriti singolarmente da valchirie in divisa, che scivolano lungo i corridoi tra i sedili e si chinano su organismi ottusi e confusi, che appena reagiscono.

La forzata vicinanza annichilisce, annulla la pulsione relazionale. La rende passiva ed inerte. Sei ore seduto ad aspettare che la ragazza bionda seduta due posti più in là si volti verso di me e mi chieda qualcosa, qualsiasi cosa. Mentre io da qui, quando sono sveglio, la guardo prima nell’insieme poi badando ai particolari, zoomando fino al neo che porta dietro l’orecchio destro, indugiando sulle labbra.

Ma non riesco a tenere gli occhi aperti con questo silenzio, mi assopisco ed una hostess, porgendomi due seni enormi, mi invita a scegliere tra vino bianco o rosso. Il tempo è sospeso. io sono sospeso fino a quando un odore acido di sudore invade le mie narici, pizzica i seni paranasali e si riversa in gola, trasformandosi in saliva rancida che anestetizza la lingua e l’epiglottide. Serve a poco coprire il volto con la coperta. Serve solo a verificare di non essere l’origine del secreto di queste ghiandole sudorifere invadenti. Mi escludo e mi espongo, sfilo il cranio da sotto le coperte e mi accingo ad un’analisi olfattiva del vicinato, slaccio la cintura e seguo ad occhi chiusi l’olezzo, mi chino sotto il sedile e striscio sulla mia sinistra fino quando sbatto labbra e naso su qualcosa di umido e spugnoso. L’odore acido si infila come spilli fino al cervello, mi stordisce mi paralizza. Nemmeno con la bocca riesco a respirare, un attimo prima di soffocare spalanco gli occhi inondo i polmoni di aria fetida e vedo i calzini bianchi, li vedo fasciare dolcemente i piedini della bionda che sta dormendo sopra di me, adesso, leggermente raggomitolata verso destra, con aria angelica.

Mi ritraggo, mi sfilo da sotto il sedile tra leggeri conati di vomito e l’immagine di lei che riposa. Riprendo posto e frugo nel bagaglio a mano per pescare una caramella. Appena lo apro l’orsetto di peluche che viaggia con me spalanca gli occhi e mi guarda esterrefatto. Ne parleremo appena saremo atterrati.

         

image_pdfimage_print
Condividi