Il Maestro morì qualche mese dopo la nostra ultima visita ed io, che avevo già lasciato Bologna, ormai saldamente nelle mani di Guazzaloca il macellaio, per Ancona, mi rifugiai a Parigi. Là mi aspettava Mattia, seduto ad ammirare il panorama di tetti blu e la piramide da una finestra del Louvre. Parlammo a lungo, mentre passeggiavamo nei supermarché o sedevamo nei bistrot o nel suo studio spalmavamo foie gras su fette di baguette addolcite dal Bordeaux.

Un giorno prese un pullman da Berlino e venne a trovarci Marco: tutti e tre andammo al Centre Pompidou e scoprimmo il sangue del poeta, il testamento d’Orfeo e altre fantasticherie strabilianti di Cocteau.
Infine, in una fine d’anno, arrivò Filippo e brindammo, ballando lungo un boulevard, al nuovo anno, a un anno nuovo, chissà quale, di quale calendario.

Quando venni a sapere che a Bologna avevano preparato un rito in memoria del Maestro per rievocare i suoi pensieri, le sue parole, i suoi testi, decisi di tornare, almeno per un giorno, almeno per quel rito. Non presi posto però in un vagone letto, decisi di salire sull’ultimo treno per l’Italia, fermarmi a Ventimiglia e ripartire all’alba con un Espresso.

Così, dopo aver attraversato la Francia da Nord a Sud, scesi nella città di confine. Al confine. Tra un territorio e l’altro. Tra la vita e la morte. Passai per quel passaggio, varcai quella porta, buia come la morte, pronta a rischiararsi come la vita e viceversa. Pensavo forse proprio a questa equazione di matematica essenziale, quando mi ritrovai nel bel mezzo di un orinatoio a cielo aperto. Tappandomi il naso e socchiudendo le palpebre, chissà se per impermeabilizzarmi ancor di più, lo superai, scoprendo all’improvviso, dopo aver di nuovo aperto bene gli occhi, un ponte.

Al di là del ponte sorgeva la città vecchia, modellata pietra su pietra sul dorso di una collina. Mi avviai, convinto che avrei potuto mangiar qualcosa da qualche parte e scrivere pensando al Maestro, da lui ispirato. Commosso salii sul ponte e vidi un cigno.
Un cigno: mai visto un cigno camminare su un ponte, come un umano. Da dove era arrivato? Per lui quella roccia sospesa per aria che noi chiamiamo ponte non era un ponte. Ai cigni i ponti non servono. Qualsiasi essere umano che lo avesse osservato camminare, però, non avrebbe potuto fare a meno di scambiarlo per un proprio simile, soltanto più piccolo del normale, con un paio d’ali e di zampe in più, ma non così differenti dal proprio paio di braccia e di gambe. Anch’io lo umanizzai. Quando si fermava per riposarsi, però, ritornava un cigno. Guardai di nuovo il fiume e ne vidi un altro. Non era più un miracolo quel cigno sul ponte: era volato dal fiume e sembrava essersi perso. Nessuno in quel momento poté dirmi se era un gesto abituale o se davvero si fosse perso e quello fosse uno sbaglio di natura. Allora io pensai che quel cigno fosse il Maestro morto e subito rinato in quel goffo uccello maestoso.

Quando cercai di avvicinarmi per parlargli, volò via, con le sue grandi ali piumate.