La folla si era radunata in piazza Maggiore. Bandiere di tutti i colori, ma soprattutto rosse, il colore dei mattoni, e arcobaleno, il colore del sole nella pioggia. Si doveva protestare, era necessario. Finalmente il camion con il sound system ingranò la prima e il corteo si mosse lungo via Rizzoli, snodandosi come un pitone che avrebbe soffocato il padrone. Un gruppo di immigrati sans papier era stato cacciato da un edificio abbandonato, occupato per sopravvivere, e, non trovando altro alloggio, si era rifugiato nel tempio del Dio dei poveri, nella chiesa di San Petronio. Anche da lì però era stato cacciato, perciò era scattata la protesta. I diritti dei migranti erano i diritti di tutti: una casa e un reddito di cittadinanza a ciascuno, perché la ricchezza, qualsiasi ricchezza, e in special modo quella immateriale su cui si fonda la nostra società, è un prodotto collettivo, va ridistribuito. Questi gli slogan che ascoltavo trasognato, seguendo la manifestazione per il giornale. Il corteo girò per via Zamboni, perdendo la sua compattezza, sbucando poi, dopo altre svolte, in via Irnerio. Lì, forse per una lieve pendenza della strada, lo vidi in tutta la sua vastità. Mi sentivo perso, per fortuna davanti alla Zanichelli scorsi il direttore del giornale, alto e possente nel suo corpo da giocatore di rugby. Mi raccontò dei tempi suoi, quando faceva le lotte alla Ducati. Non sapeva spiegarsi come mai a un certo punto era finito tutto e la lotta riprendeva soltanto a strappi, ogni due tre quattro anni, come un vecchio motore, che sta per spegnersi. Quando parte però bisogna saltare in groppa e accelerare finché dura.

Il corteo girò in via Indipendenza, diretto di nuovo in piazza Maggiore per il comizio finale. Io tornai a casa, salutato il direttore, per scrivere il mio pezzo. Nello studentato trovai i miei giovani compagni, che fumavano erba del deserto e bevevano birra, come capitava spesso. Mi preparai una frittata e mi sedetti a mangiarla con loro. Gli parlai di ciò che avevo visto, mi scaldai, grazie anche ai fumi mistici, mi abbandonai a fantasticherie, a inni alla rivolta, finché la parola non ci morì nelle bocche secche. Prima di dormire, disteso sul letto, mi misi le cuffie e accesi la radio, sintonizzandomi su Radio Tre: dalle casse rimbombò una risata sinistra, poi una canzoncina…

La fabbrica di polli
si sente da lontano
il sordido richiamo
di una vita in batteria. Dietro a quei cancelli che cosa nasce prima l’uovo o la gallina?

le penne o i calamai? La fabbrica di polli produce
e non chiude

non chiude mai.
La fabbrica di polli
produce
non nuoce
quasi mai.
E una voce metallica: – Mentre nella fabbrica dei polli il macabro ciclo della vita e della morte non conosce pause Cappa & Drago sono soggetti a distorsioni spazio temporali…