Via Zamboni era chiassosa quel giorno, chiassosa come sempre. Era inverno e le sciarpe e gli occhioni e i cappotti usati degli studenti e delle studentesse e delle carcasse umane che calpestavano le sue strade, nel denso soffio statico della nebbia, sembravano un pulviscolo di foglie, staccate dai grandi alberi dei palazzi medievali tutto intorno. Brillava l’infinita tonalità di rosso che dipinge Bologna.

Camminavamo sotto il portico, coi visi arruffati. Anche quella mattina tutto era il frutto d’un arabesco di destini incrociati. Ogni volta che Marco tornava da Berlino e ci davamo appuntamento in via Zamboni, ci incontravamo per caso a porta San Donato.
Parlavamo e ridevamo, ridevamo e parlavamo, ridevamo e camminavamo. Anche loro, i centomila studenti che gonfiano le strade e i portafogli bolognesi, camminavano per il rassicurante reticolo di stradine di quest’isola che non c’è, coi piedi avvolti in calze multicolore.

Improvvisamente cominciò a piovere e alle orecchie ci giunse un lamento, sembrava il gloglottìo di un tacchino che chissà come era sfuggito al macello, perdendosi nella nebbia. Marco sorrise, io rimasi stupefatto. Il lamento ricominciò e mi accorsi che non era un tacchino, bensì lo stomaco del mio caro amico, evidentemente affamato. Gli proposi allora di andare a mangiare un’economica pizza. Anche la pizzeria era piena di studenti. E tre di loro ci allungarono degli adesivi che inneggiavano al rifiuto della precarietà, negandola, annunciando una prossima manifestazione. Avrei voluto gridare. Tacqui. Aspettammo la pizza e quando arrivò l’andammo a mangiare davanti alla Pinacoteca.

– Siamo scheletri – dissi a Marco mentre mangiavamo la pizza – rivestiti di carne, ambulanti e parlanti -. Lui accennò con il capo verso un angolo della piazza davanti a noi. Guardai e vidi lo scheletro di un pollo spolpato, che si scosse e venne verso di noi. Emise un coccocò, poi un coccoprò, quindi, lasciando nell’aria un insopportabile odore di merda, si afflosciò.