Avvertii la rotazione della terra. Il Tutto si decomponeva e ricomponeva, circolando, compatto. Di quanti gradi si è spostata? Al posto delle ore dovremmo calcolare il tempo in base alla rotazione terrestre: sono passati trecentosessanta gradi, dovremmo dire al volger del giorno. Svelato il segreto del tempo fu la fine del tempo, scoppiò l’Apocalisse.

Un serpente, uscito dal nulla, mi saltò in bocca, strisciandomi in gola. La coda oscillava fuori dalle mie labbra, tanto che attirò in picchiata dal cielo un enorme gallo, che l’afferrò, credendolo l’estremità d’un verme. E se lo portò fra le nubi scarlatte.
Un foglio volante allora mi schiaffeggiò la faccia. Non mi ero ancora riavuto dall’assalto del serpente che fui costretto a scappare. Un turbine di pagine e mattoni e motori alto fino al cielo stava devastando la città.

Ero in piazza Verdi. Attorno a me prima c’erano giovani e bottiglie vuote. Fuggita, urlando, la gioventù come di fronte all’avanzata dell’esercito venuto a reprimere una sommossa, ero rimasto solo con le bottiglie che rotolavano spinte dal vento sul selciato, suonando una musica terribile.
Il turbine aveva spazzato via le due torri, i palazzi che furon dei locali patrizi e le chiese, le insegne del traffico limitato e le auto blu. All’improvviso un rombo mi assordò e fui sbalzato indietro dal gran vento. Picchiai la testa al suolo con violenza. Quando riaprii gli occhi attorno a me era un cumulo di macerie e nel cielo si era dissolto il turbine.

Al posto del turbine, in alto, fra le nubi, si componevano e decomponevano figure mitologiche in lotta fra loro, in una gigantomachia, in un scontro di civiltà, in una guerra. Un branco di uomini pregava verso un feticcio. Un altro branco si chinava sul selciato e si risollevava cantando verso una pietra. Un altro ancora contava il numero di giri che faceva un’enorme moneta frullando per aria. Dietro al feticcio, alla pietra e alla moneta stava un nembo, un nume, un dio che chiamavano onnipotente onnipotente.

Io ero immobilizzato sotto un cumulo di pagine e mattoni. Dovevo avere le gambe rotte e la testa spaccata. Sentivo caldo al collo, quando dal cielo discese di nuovo il gallo che beccò tutte le pagine e tutti i mattoni come chicchi. Mi afferrò con una zampa una gamba e mi portò in alto. Io mi strinsi a lui stretto per non cadere.

Vidi da presso le zuffe verso cui urlavano i branchi umani. Vidi che il feticcio, la pietra e la moneta erano composti da milioni di tele miliardi di fogli fra loro cuciti con corde spinose, saldati da olio infuocato e metallo fuso. I fogli e le tele vergate da uomini chini su banchi e dritti davanti a cavalletti si alzavano da terra per effetto del gran vento che era rimasto prigioniero sotto terra fra le macerie.

E dall’alto vidi gruppetti di esseri umani con i capelli rasati inseguire bimbi di colore e fra loro un tacchino. E vidi esseri umani con cose in pugno di cui premevano le leve, lanciando rapidissime palle acuminate e fra loro un gigantesco orsacchiotto di pezza assorbiva i colpi. Il sangue però continuava a scorrermi lungo il collo e persi i sensi e caddi giù nel vuoto. Mi salvò un grifone.