La sveglia suonò alle 7.30, balzai dal letto di scatto: quando devo lavorare non fatico ad alzarmi. Eliori aprì gli occhi, borbottò qualcosa sulla colazione, si girò su un fianco. Quando la salutai, sulla porta dello studentato, era ancora insonnolita, nonostante il caffè. Si sarebbe dovuta custodire in fretta, però, e andare a studiare di sotto: se qualcuno l’avesse trovata nell’appartamento, durante la mia assenza, sarebbero stati guai. Potevo dormirci solo io lì dentro. Io e quel bravaccio del mio compagno di stanza, che per fortuna quella notte non era rincasato.

Era l’ultimo sabato del tirocinio, Eliori mi era venuta a trovare per festeggiare nel fine settimana. Ero raggiante e attraversai la foschia bolognese come un lampo, in sella al mio fedele motociclo. Di solito mi fissavo sempre a guardare quel rigattiere all’incrocio, nel punto in cui via delle Lame incide via Marconi, dove un giorno trovai dei vecchi fascicoli su Cimabue, Giotto e Simone Martini per l’esame di storia dell’arte. Avevo girato tutta la città prima di scovarli, era un luogo magico. Quel giorno invece tirai dritto, perché il semaforo era verde e se davo gas potevo superare anche il prossimo, infilandomi alla svelta in via Nosadella per non arrivare troppo tardi.

Per un attimo, non potendo ammirare neanche le tombe dei copisti davanti all’abside di San Francesco, rimpiansi il tempo in cui abitavo in via D’Azeglio e non frequentavo la specialistica: giravo sempre a piedi, come un vagabondo. Era più piacevole, ma anche correre con lo scooter non mi dispiaceva: mentre passavo davanti agli archi lo spostamento d’aria creava un suono simile a quello di un treno in corsa. Dà l’illusione di essere in moto, di non cedere il passo, di non finire ai margini, soli e sudati, come mi sento invece, a volte, durante le marce forzate da casa all’università, incrociando i venditori ambulanti e gli straccioni buttati sopra i loro stracci.

Parcheggiai davanti al liceo Righi, fra i motorini e le automobiline degli studenti, e corsi per le scale, come al solito in lieve ritardo. Quel giorno il programma diceva di affrontare la lettura dei Promessi sposi. Diligente, dopo che l’insegnante titolare mi aveva lasciato il posto in cattedra, cominciai a raccontare dei due polli maschi castrati con carne grassa e tenera, portati in pegno da Renzo a un avvocato arrogante e cavilloso ma di scarsa dottrina. – Con la storia dei due capponi che si beccano – spiegai – Manzoni volle rappresentare i poveri che litigano fra loro come povere bestie prigioniere di una sventura. È una metafora – notai, aggiungendo, fra me e me: il senso trascende l’immagine. – La castrazione dei capponi – continuai – è il simbolo della povertà che priva gli uomini dei beni e li rende aggressivi -.

Gli adolescenti parlavano fra loro, furtivamente, oppure mi ascoltavano, attenti, quando i due capponi uscirono dalle mie pagine, volando in mezzo all’aula, inferociti. Gli adolescenti cominciarono a scappare, la scuola venne sconvolta dalla fuga dei capponi che saltarono volarono continuando a inseguirsi per beccarsi lungo le scale.

Per fortuna intervenne il vicepreside, il quale, non potendo autorizzare uscite ingiustificate neanche ai capponi, si rivolse perentorio ai due castrati, inibiti al sesso. I capponi oscillarono, avanti e dietro, avanti e dietro. Mossero a scatti il capo capponesco. E scapparono via.

La scuola tornò silenziosa. Tornai in classe e vidi che gli studenti si erano risistemati sui banchi, ordinati e composti. Una bidella passò e gettò del grano su tutti i banchi.