Ad un certo punto la mia attuale futura moglie dorme sulla mia spalla mentre io guardo un film che non consiglierei a nessuno. La breve notte insonne ci riporta indietro e sei ore in avanti, e quando atterriamo a Parigi non ho chiuso occhio. Dormo in taxi e poi a casa, per tutto il pomeriggio. Poi usciamo a cena, mangiamo e dormiamo qualche giorno, poi mentre Berlusconi e Bossi vincono le elezioni incontro Mattia al Pantheon per una birra e per decidere come finire e come ricominciare, insieme cerchiamo di mettere, su due colonne di più e meno, pregi e difetti relativi della città nuova di Lovanio, dove se ne andrà, e di Montreal, da dove torno. Ad esempio, per la sua, birra e cioccolato sono +, umidità e meteorologia -, architettura -, vicinanza a Bruxelles +, dipartimento +, divertimento-, patate fritte non siamo d’accordo, costo della vita + (visto che costa meno), popolazione (molto vagamente, i belgi) io mi astengo, popolazione (più precisamente, fiamminghi, valloni e altri) +. Ci dedichiamo con solerzia a più-meneggiare lungamente il suo futuro, esaminando svariati indicatori. Poi gli spiego perché, da Montreal, torno. Non so se per sempre, ma adesso torno. Mi sporgo. Mi sbilancio.

Per ora, gli dico, dovrò muovermi, anzi credo di usare la parola “spostarmi” in continuazione. Per qualche mese, per questa ricerca che faccio, dovrò spostarmi in continuazione. Tornerò a Verona a casa dei miei, aiutandoli a scrostare la vecchia tappezzeria; rivedrò qualche amico e scaricherò voracemente gli aggiornamenti relativi a qualche mese di vita di ciascuno, li abbraccerò e berremo vino in giardino o nella nuova casa di Tommaso. Scenderò a Bologna a cercare Marco e Valerio, a mangiare con loro sui colli, andremo a salutare Guido. Lavorerò a Venezia facendo avanti e indietro in treno prima di trovare una stanza vicino al Ghetto, con un architetto ed un veneziano che mi accompagnerà in barca nella bocca della balena e nelle sue viscere, un martedì pomeriggio. Conoscerò in treno Martina che fa teatro, legge i Demoni e sta tornando a Londra, c’era andata a trovare un’amica e ci vive ormai da sei mesi. Non ci scambieremo né numeri né e-mail.

Alle 9.16 di una mattina a Venezia, due o tre ponti prima dell’ufficio, un piccione morirà in volo e cadrà come corpo morto cade, venendo a schiantarsi su quelli che sarebbero dovuti essere i miei passi; lo aggirerò e lo aggirerà dopo di me una giovane madre col passeggino, dirà che schifo per fortuna non ci è caduto in testa, le sorriderò mentre il suo bimbo sorpreso e mezzo addormentato farà pipì nel pannolino.

Andrò una settimana a Madrid a trovare la più cara amica e a mangiare il miglior couscous del Lavapies, quindi di Madrid, quindi di Spagna, rivedrò Cesar y Pelon con il suo nido di cicogne in testa. Passerò un’ora davanti al Giardino delle Delizie di Bosch, a fissare la visione di Tondalo e precisamente il cancanguro accanto alla giraffa, pronto a schizzare nel Prado e ad ingaggiare con il mio orsetto di peluche, simbolo della città, una feroce battaglia per decidere chi mi guiderà nel Vecchio Continente. Mi avrà aspettato a lungo.

Io aspetterò l’estate spostandomi in continuazione, chiedendomi che senso ha, pensando di smettere. Nel frattempo avrò una futura moglie, una ex futura moglie, poi ancora una futura moglie, una direttrice, una ex direttrice, un futuro capo progetto, un futuro collega, un ex futuro collega, un futuro lavoro, un’agenda con mesi di cose da fare e poi fatte, un ex futuro lavoro, numeri di telefono scritti a matita, delle responsabilità dei problemi delle soluzioni, una ex casa una nuova casa una stanza, appuntamenti, una ex stanza, la stanza di qualcun altro, un divano, un’altra casa, un progetto, una tracheite, un altro futuro progetto, un ex futuro progetto, un progetto futuro, un ventaglio di possibilità che si apre e si chiude da un giorno all’altro, che fa aria, che non la fa più, che si apre e si chiude come un piloro, come la gola della balena nel Pinocchio di Comencini, forse, come uno sfintere, come una pupilla; possibilità che pulsano e si spalancano e si richiudono come i varchi spaziotemporali che ti risucchiano quando vogliono, nei film. Così avrò una città, un’altra, un’altra ancora, biglietti di treno in tasca, indirizzi, indizi, tracce, piste, biglie, fretta, sonno, tempo, biglietti di aereo in tasca, andata e ritorno, andata semplice, una borsa, una valigia, mi sposterò in continuazione. Tornerò a Parigi sulle tracce del sacro, Joseph Beyus e il coyote, io e il cancanguro, incontrerò Mattia a Belville per una birra e per decidere come finire e come ricominciare.