La chiamano primavera, è la neve che si scioglie a metà aprile. Scoiattoli famelici saccheggiano i sacchi della spazzatura buttati in strada, mentre gli aperitivi si fanno in terrazza. Un emerito filologo viene in visita dall’Europa, con memorie e allucinazioni dall’oltretomba, mi affascina e mi riscalda con la visione infernale di una gola di fiamme che trangugia peccatori. Ci serviamo un negroni e usciamo a camminare per la strada, la domenica soleggiata inonda il quartiere di gente. Risaliamo Mont Royal trascurando accuratamente vetrine e locali, attraversiamo Avenue du Parc e iniziamo ad arrampicarci sulla montagna, fino al lago dei castori ; la neve sotto gli alberi resiste e si secca, mentre il sentiero é una poltiglia dove temerari monrealesi si impantanano per il primo footing della stagione. Padri di famiglia trascinano e rovesciano bambini in slitta, noi saliamo lentamente con lo sguardo fisso sulla città che si apre sotto di noi, in silenzio, mentre discutiamo del disarmante senso civico del canadese, che non spinge, che parla per convenevoli, che si nasconde per usare il cellulare, che rispetta le file : racconto della perversa consuetudine di imbarcarsi sugli autobus uno per uno, in fila indiana, disciplinati anche quando in inverno, a meno venti, il vento ti spella la faccia e ti si ghiacciano i peli del naso.

La pendenza del sentiero aumenta sensibilmente, con il fiato corto e meno parole iniziamo a salire la scalinata in legno che si inerpica fino in cima, ancora qualche decina di metri. Saliamo lentamente ora, ad ogni passo la temperatura sembra diminuire di un grado, ignorando le leggi della fisica e della geografia. Il sole si abbassa e si sente quasi solo il vento. Un passo. Saliamo lentamente guardando giù verso la città, il fiume é ancora mezzo ghiacciato. Un altro passo, quello laggiù é il porto, le navi ci addormentano in novembre, scaricano e caricano senza fretta, aspettano il disgelo. Un altro passo. Poi da sotto di noi, dal fondo della scalinata « ehi, voi due…muovete il culo ! ». Il filologo si volta e rimane esterrefatto, mi volto anch’io e faccio lo stesso. Dietro di noi si srotola una fila interminabile di gente, praticamente immobilizzata dalla nostra lentezza dal fiato corto. Ci guardano in silenzio, aspettano che il treno si rimetta in marcia o che ci facciamo coscienziosamente da parte, ma nessuno fiata, ci guardano. Solo dal fondo della fila quello continua : « allora … rincoglioniti !…siete dei turisti, sì ? muovetevi o fate passare, cazzo ! ». Io e il filologo ci guardiamo, facciamo un passo di lato e il treno si rimette in marcia, la locomotiva ora è una cicciona con una tuta fucsia e un berretto celeste. I vagoni ci sfilano davanti, una famigliola imbacuccata, una ragazzina ipnotizzata dall’I-pod, una coppia prematrimoniale, lui davanti lei dietro, che parlano di comprare una libreria, un podista con gli occhi strabuzzati, un san bernardo che porta a passeggio un giovinotto, fino all’ultimo : è un castoro, visibilmente stizzito, con le borse della spesa sotto braccio che sta tornando a casa. Ci passa accanto e sussurra « cagacazzo » spalettando con la coda.

Dalla cima della montagna, con il cielo terso, l’orizzonte ha una profondità che non conoscevo. Il sole sta tramontando, non faremo in tempo ad arrivare al lago dei castori, poi magari disturbiamo, è meglio di no, scendiamo per cena.