Era tardi, era notte, erano le due circa, non so. Cercavo cose da mangiare ma era tutto chiuso. Ricordo che ero sul ciglio di una spaziosa strada ma non c’erano macchine che vi scorrevano dentro. Lungo il marciapiede deserto mi sono trovato davanti alle luci di un’insegna decorata da una grande bocca rossa e carnosa dipinta su uno sfondo giallo. Sono entrato. Varcata la porta nell’anticamera un signore dall’aria sudicia e strabica, stanco e assente come chi non parla più da mesi o anni, ha allungato la mano da un tavolo per chiedermi cinque euro di ingresso. Ho sbirciato dentro e lo spazio mi è apparso immerso nelle sue luci opache, come un acquario da salotto ornato di grandi alghe ondeggianti negli angoli bui. Allora ho pagato e sono entrato, senza percepire coscientemente cosa stessi facendo. Il locale, ora che vi ero in mezzo, era grande come un comune soggiorno di una casa fievolmente illuminata.
Dietro al bancone c’era una ragazza molto carina, orientale, con i capelli neri colore di seppia e la fronte larga e liscia come una pietra fluviale. Si chinava per asciugare i bicchieri, poi camminava su e giù per la pedana del bar. La guardavo sorseggiando un bicchiere di birra, che lei, mentre ero confuso e incantato, mi aveva servito silenziosamente. Alle mie spalle notai la presenza impercettibile di un giovane uomo con una giacca a vento grigia, che assorto guardava sopra di me lo schermo di una televisione.Dentro il televisore scorrevano le immagini di due persone che si accoppiavano. La donna piegata, e l’uomo che con movimenti ritmici la prendeva da dietro, entrambi con la bocca spalancata in una smorfia libidinosa. Con il bicchiere in mano sono andato a guardare cosa ci fosse dietro un varco che si apriva in fondo sulla sinistra, sul lato più scuro del salone. Scansai una tenda e c’era una sala buia, fitta di sedili di legno, isolati tra loro da alti schienali. Era deserto, solo un uomo con degli occhiali spessi sedeva sperduto nello spazio siderale di quella stanza e non si curò di me quando entrai, guardava qualcosa in alto alla mia sinistra. Nell’aria pulsava una musica elettronica abbastanza soave, e dentro, in mezzo alla musica, c’era un singulto asimmetrico di gemiti rauchi, sospiri e urletti ridicoli. Una luce artificiale mi bagnava le spalle. Mi voltai e vidi un grande schermo attaccato al muro dove si avvitavano dei corpi rosa e gialli. Si muovevano in un grappolo di oscillazioni diversificate, come un lungo lombrico che si contorce su se stesso sopra una pietra. Era una grande orgia, amorfa. Una zoomata si concentrò su una particolare penetrazione genitale e nella mia mente arrivò autocosciente la consapevolezza di essere in un postribolo. In un night, in un cinema porno in un go-go bar, in tutte queste cose assieme, in un luogo dove gli uomini vengono a toccarsi e a spremersi le parti più nascoste del corpo.

Elettrizzato dal nuovo stato di lucida coscienza tornai indietro, tornai verso il bancone, mi appoggiai su uno sgabello e arrivò subito una nuova ragazza orientale, quasi impalpabile nel suo consunto abito da sera fuori moda, nero, che metteva in risalto il biancore del suo collo sottile e i suoi occhi insonni. Si avvicinò e mi bisbigliò in un orecchio una frase, mi disse se avevo voglia di sedermi insieme a lei, si girò un attimo verso il varco da dove ero appena tornato, come a indicare la possibilità di andare insieme fra i sedili del cinema porno. Aveva un’espressione mite, anche allegra in parte. Rise senza motivo gettandomi le braccia al collo e in un soffio amaro e metallico assaporai il calore che usciva dal suo fegato pieno di alcool. Ma io non mi curavo di lei, avevo occhi solo per la delicata barista dietro al bancone e per la sua camicetta azzurra. Mi feci servire ancora da bere, e volevo dirle qualcosa, qualsiasi cosa, ma le parole mi rimanevano strozzate nella gola in un grumo. Guardavo le sue piccole mani indaffarate. I suoi piccoli occhi, i suoi piccoli seni, mentre l’altra, la sua amica, si era seduta sullo sgabello accanto al mio senza dire niente, e accavallava le gambe magre come due braccia e si accarezzava con una mano il collo e il mento.

Entrarono altri due uomini, giovani anch’essi, taciturni. Non salutarono nessuno ma si misero seduti in un divano vicino a noi. Pochi secondi dopo un’altra ragazza sovrappeso spuntata fuori da non so dove si era riversata addosso a loro. La ragazza aveva i capelli biondi e le braccia nerborute, la sua pelle era olivastra. Quando si piegava le si formavano sulla pancia dei rotoli di grasso. Con le cosce sfiorava i suoi nuovi amici stravaccati sui cuscini. Io continuavo a bere, e ogni tanto guardavo la televisione imbullonata alla parete sopra di me, dove un’altra coppia si esibiva in un amplesso ricombinando i corpi sguaiatamente nudi in posizioni sessuali routinarie. Mi venne in mente di un mio vecchio amico che mi diceva di scrivere un racconto, un giorno, su una bella donna, anzi una donna bellissima, una donna portatrice di morte. Chiunque se ne fosse innamorato era condannato a morire, presto o tardi, di morte violenta o per suicidio.

In quel momento la piccola prostituta tailandese che non mi aveva abbandonato un attimo mi prese una mano e se la portò sulla sua coscia che era morbida, magra, frolla, e mi guardava con occhi supplicanti. “Gehen wir, gehen wir los”, andiamo, andiamo via, continuava a ripetermi sottovoce all’orecchio. E l’altra, dietro il bancone, era indifferente a tutto e preparava una bottiglia di spumante con tre bicchieri per i clienti stesi sul divano. In quel momento un odore forte mi arrivò dritto dentro il naso, un odore spugnoso, denso e organico, che ormai avevo imparato a riconoscere.
Si irraggiava senza possibilità di dubbio dalle piccole gambe della concubina al mio fianco. Era l’odore del suo sangue, che sgorgava forse dalla ferita con cui si sacrificava a me.

Allora capii che non potevo continuare a far finta di niente. Guardai ancora il suo viso, anche lei aveva la fronte piatta come un sasso levigato da un fiume. La presi per mano, scendemmo in tutta fretta delle scale che si inabissavano varcando una piccola porta oltre il bancone, mi guidò dentro una stanza delle dimensioni di una cabina d’una nave, piena di specchi. Mi chiese dei soldi, trenta euro, cinquanta, non ricordo e io glieli diedi e poi le iniziai immediatamente a baciare il collo, lentamente, come fossi una lumaca che le strisciava sulla pelle. Le slacciai la lampo del vestito che cadde come una foglia secca e tutto il suo minuscolo corpo mi apparve nella sua sconcertante spigolosità. La spigolosità dei piccoli seni a punta, delle anche magre, dei piedi, dei peli pubici radi e arrufati. Ero in piedi davanti al letto poi mi sbottonai i calzoni mentre lei si chinava silenziosa a prendere qualcosa in un cassetto e aveva la pelle della schiena tesa, arcuata e ambrata.

Poi mi prese in mano il pene accarezzandolo piano e soffiandoci sopra, sulla punta, con le labbra dolcemente contratte, poco alla volta, con piccoli soffi regolari. Strinsi i pugni e mi guardai allo specchio, riconobbi con estrema lucidità la mia immagine riflessa, riconobbi i miei occhi annegati nell’alcool, il mio viso, la mia espressione sperduta e florida mentre dentro quella luce soffusa la mia concubina mi infilava sapientemente un cappuccio di lattice.
Bum Bum Bum. Di botto sentimmo sbattere violentemente la porta. Bum Bum. I colpi insistevano violenti come se qualcuno stesse sferrando dei calci sul legno dell’uscio. Bum Bum Bum. Lei velocissimamente tirò su il suo vestito e si coprì il corpo con un gesto timido e impaurito. Strillò nella sua lingua asiatica qualcosa, era il grido d’un’aquila e il muggito di un bue e io ero immobile con i pantaloni calati e ancora stordito. Continuavano a sbattere Bum Bum Bum e tutto quello che stava succedendo mi pareva perfettamente concatenato, come l’epilogo di una sequenza che rivela la sua ineluttabilità logica nell’atto di completarsi.

Lei a malapena vestita e spaventata senza chiedere nulla aprì la porta e dietro vedemmo che non c’era nessuno, era tutto buio e deserto. Ma trascorso qualche secondo sul fondo del corridoio riconobbi qualcosa di scuro e piumato, che stava accovacciato nell’ombra. Era ancora il tacchino, con due piccoli occhi scintillanti e il grappolo carnoso a penzoloni sotto il collo lungo e sottile, dondolante ad ogni scatto. Per un attimo ci guardò, le sue squame luccicavano sulla microscopica fronte. Feci un lungo passo in avanti e allungai la mano per toccarlo ma lui si ritrasse indietro con un salto, e poi ancora un altro salto e un altro e in pochi secondi si inabissò nel buio del corridoio finché non sentii più le sue zampe raspare sul pavimento.

Era tutto finito, ora dovevo solo rivestirmi. Accarezzai la mia giovane amica ed ebbi in quel momento la tentazione di darle un bacio. Poi lo feci, la baciai, e sentii il calore della sua piccola morbida lingua toccarmi dentro la bocca. Allora me ne andai, scappai via salendo le scale e attraversai la sala del locale dove fluttuavano ancora la barista con la camicia azzurra, i film porno, le prostitute, il vecchio all’entrata con i suoi soldi. Tutti mi scivolarono intorno in una sbavatura di colori liquefatti. Fuori era buio pesto, era caldo. Pankstraße era deserta, illuminata solo dalle insegne di qualche locale ancora aperto.