Come è caldo stasera, sembra che spiri il vento dalle fessure dei marciapiedi, sembra che i bei giovani a spasso e le facce dolci e biondine delle cherubine che mi vengono incontro si stiano per liquefare in un rivolo in cui anch’io forse mi squaglierò, un attimo prima che tutto sia finito, prima di ripartire ancora. Sono viola le case, e i tetti muggiscono nel buio serale, non basta lo sfrecciare delle metropolitane sopra le nostre teste a destarli dal loro muto sbocciare alle stelle. Anche questa sera cammino lungo le strade di Prenzlauerberg e attraverso fitti sciami di giovani di belle speranza che si dondolano intorno ai tavolini delle caffetterie, tutti acconciati con le capigliature asimmetriche e le magliette multicolore.

Sulla Kastanienallee entro in un chiosco rigonfio di giornali dai titoli dentati e di merce luccicante che schiuma e cade dai banconi, stappo una bottiglia di birra scura con l’accendino e mentre sono lì a guardare la gente che scorre sul marciapiede, un viso conosciuto entra dentro il chiosco. È un ragazzo italiano che fa qualcosa come il fotografo e che io un po’ conosco. Insieme a lui, al suo fianco, c’è una fanciulla dalla pelle color mozzarella e vestita come una melanzana che gli blatera addosso discorsi all’apparenza appassionati. Anche lui mi riconosce, si stacca dalla sua amica a forma di melanzana e immediatamente mi invita da qualche parte, ad una festa dice, e mi dà una pacca dietro la schiena. Andiamo.

Io li seguo a qualche passo di distanza, non si curano di dirmi niente, dove siamo diretti, nulla, parlano soltanto tra loro e fanno discorsi intelligenti, credo. Da un portone grande come la bocca di una balena di cemento esce un gruppetto di gente. Sono tre uomini e una donna e ci vengono incontro sorridendo raggianti. Si abbracciano e parlano coi miei due compagni di marciapiede. Si conoscono, ma non si capisce se si sono trovati lì per caso o avevano un appuntamento. Dei quattro, i più loquaci sono due ragazzi spagnoli con i jeans a zampa di coniglio, quelli stetti stretti sulla caviglia in fondo. Il terzo è un tizio con degli occhiali immensi che gli trasbordano dalla faccia e una giacca marrone a scacchi e il viso un po’ a scopettone per via di una masnada di capelli polverosi e secchi che gli penzolano dalla testa. Ma lui non dice granché, sembra un po’ addormentato. C’è anche una tipa che rimane appartata in penombra, sfuggente. Ora siamo una allegra combriccola in questo antico quartiere est della Berlino più cool e pop, attraversiamo le strade e facciamo conoscenza tra noi sorridendo, mentre le luci continuano a sfavillare e i tram a passare e il blu liquido dalle finestre buie ci guarda come ci guardano le crepe delle case non ancora coperte da un nuovo strato di stucco.

Sulla Schönhauser Allee faccio conoscenza con la tizia rimasta fino allora in disparte che è altissima e pallidissima e ha i capelli spinosi, neri, corti e ritti come un procione e mi sorride con due labbra morbide e belle come una vagina. Entriamo dentro un portone nella Pappelalle, l’uomo con la giacca marrone mi spiega di essere russo, gli altri scoppiano a ridere, il mio amico italiano prende a braccetto la ragazza dai capelli appuntiti. Saliamo le scale e entriamo in un appartamento bianco con alle pareti grandi quadri pieni di spruzzi di colore e un pianoforte a coda in mezzo al soggiorno. Ci sediamo intorno a un tavolo, uno dei due spagnoli va al pianoforte e inizia a suonare musica che rimbalza sulle vetrate delle finestre mentre fuori le facciate delle case ed i balconi traboccanti di piante trascolorano nel buio. Intorno al tavolo la ragazza con la bocca bella mi versa un bicchiere di vino e mi racconta che è arrivata dalla provincia, dal Brandeburgo e adesso qui non sa che fare, che ci sta pensando ma poi si fa silenziosa e non parla più. Intanto lo spagnolo maneggia del- le cartine e dei cubetti marroncini che sembrano dadi di terra e poi accende e dalla bocca inizia a soffiare nuvole grigie e azzurrognole che capriolano sopra il tavolino.

Dopo pochi minuti io mi alzo, vado verso un grande candelabro e lo accendo, lentamente, moccolo di candela dopo moccolo, godendomi la luce che emana la goccia di fuoco del mio cerino nella stanza in penombra. Appena le candele si infiammano vedo dorarsi la faccia dei miei compagni. Lo spagnolo è lì che si agita con la tipa vestita come una melanzana, parlano di sesso, e lui fa degli ampi gesti con la mano e con la bocca aperta e tira e allunga il collo a mo’ di stantuffo. Il russo è più distante, sta seduto su un divano bianco, con le braccia sulle gambe e lo sguardo lambiccato, qualcuno suona il pianoforte e le note si confondono con la musica jazz che hanno fatto partire dallo stereo. Credo che siano degli artisti, dei musicisti, o qualcosa del genere. Mentre torno dal candelabro e mi rimetto a sedere attraverso una porta avvisto il fotografo e la mia nuova amica di provincia che si baciano con le teste spiaccicate una addosso all’altra, appoggiati al lavandino in cucina. Chissà se stavano già insieme o è il loro primo bacio, mi domando come sempre, quando vedo gente che non conosco baciarsi.

Resto da solo e vedo la stanza che un po’ pulsa, penso che forse è ora di andarmene ma poi invece rimango. Poi eccolo, l’odore di sangue morto torna ad impregnarmi il naso. Forse è emanato dal caldo tenue delle candele o forse sono io ad averne intrisi i piedi od i calzini. Ma ormai lo so, adesso devo solo aspettare perché prima o poi la mia ombra piumata mi apparirà. Mi guardo intorno, tutto è immobile per qualche secondo, tutti continuano a ripetere i loro gesti e mi appaiono come delle piante in un giardino. I due si baciano in cucina, appena appena abbracciati, il russo tace sul divano, non so a che cosa pensi, forse anche a lui di tanto in tanto appaiono degli animali. Qualcuno suona il piano e lo spagnolo è lì che si porta il pugno chiuso vicino alla bocca e fa movimenti a stantuffo col collo rivolto alla ragazza melanzana e mima i gesti di un caricaturale rapporto orale.

Allora mi alzo per andare in bagno, che è una stanza grande, dilatata dalla lucentezza delle piastrelle gialle e dagli specchi. Apro il rubinetto dell’acqua fredda per sciacquarmi la faccia, ed ecco che finalmente arriva. È lì, riflesso allo specchio, è dentro la vasca da bagno. Osservo il suo collo oblungo andare in su e in giù per tutta la lunghezza della vasca, lo vedo vorticare gli occhi mentre la pendula massa carnosa che gli esplode sotto il gozzo oscilla scomposta e una vibrazione immonda, un raschiare di zampette unghiate sulla maiolica arriva dalla conca della vasca. Di scatto prendo il sapone da sopra il lavandino e lo lancio con tutta la violenza che ho verso il tacchino e bam, il sapone si spiaccica sul muro. L’ho mancato, è scomparso non so dove in un battito di ciglia, forse risucchiato dentro lo scolo della vasca, senza lasciare nulla di sé, né piume né escre-menti. Della sua presenza resta solo un odore acre che appesta l’aria.