La biblioteca chiude alle nove stasera e mi restano ancora un paio di cose da fare, non ho voglia di passare in studio dopo, per finire: é meglio che mi sbrighi, allora prendo il portafoglio e chiedo alla ragazza riccia e agghindata, seduta a qualche seggiola da me, di dare un’occhiata alla mia roba cinque minuti, se non le dispiace. Lei dice sì, tranquillo, sono qui. Siamo solo io e lei, qui, nella sala di lettura. Allora dico grazie, mi metto la giacca e mi infilo in ascensore, piano terra, vado in bagno. Di fianco a me urina un ventenne enorme. Mi sciacquo le mani ed esco dalla biblioteca, fuori nevica da tre giorni, si vive sottoterra. Prendo il tunnel che porta al padiglione centrale, incrocio una amica che mi invita domani sera ad una cena, penso di sì, te lo confermo domattina, devo assolutamente finire una cosa entro domani, la saluto e proseguo il corridoio fino al padiglione C, prendo le scale fino al terzo, salgo in dipartimento al café e compro un’insalata e un succo di mela. Il café di Antropologia é praticamente vuoto il venerdì sera, il dipartimento é vuoto, solo in qualche studio la luce é accesa. Mangerò dopo mi dico, scendo le scale e mi sono dimenticato di prendere il caffè porca miseria, dimenticarsi il caffè al café, sono un idiota, allora cerco affranto una macchinetta automatica, depongo le mie monetine e torno sorseggiando questa brodaglia adagio in biblioteca.

Mi fermo al piano terra ancora, nella saletta informatica non c’é quasi nessuno, ne approfitto per sbirciare in fretta le mail : Tommaso mi scrive che domani prende il biglietto, arriva ad ottobre e si ferma due settimane prima di andare a trovare la zia a Chicago. Rispondo « ottimo, ti aspetto », Giulia mi chiede se mi ricordo quello che le avevo detto al telefono, se glielo ridico, Phil ci chiede se domenica pomeriggio va bene per vedersi con gli altri « per me va bene, quando vuoi». Altre mail nemmeno le apro, rispondo ai ragazzi che mi chiedono ma quanto ci metti, quando finisci, sbrigati che consegnamo : « me ne manca una, l’ultima, questo fine settimana ve la mando, al massimo domenica sera ve la mando. Promesso, vi bacio in bocca ». Chiudo la mail.

Salgo con l’ascensore e ritorno in sala di lettura, la riccia non c’é, magari é in bagno penso, ma mentre mi avvicino, sul tavolo non ci sono più nemmeno le sue cose, devo essere stato via più di cinque minuti penso. Mi rimetto a leggere, volto la pagina e c’é un bigliettino con scritto « ti ho preso un libro » un numero di telefono e un nome. Penso « ma pensa ! », ci penserò più tardi, quando torno a casa la chiamo. D’accordo. Ci penso più tardi. Vorrei pensarci più tardi, invece dietro di me qualcuno bisbiglia « pssssssssssssssss … ehi… pssssssss » mi volto e c’é una civetta, surrogato vezzoso di Minerva, epifenomeno distratto che mi distrae, appollaiata – con mio sommo sbigottimento – sullo scaffale accanto a “Entre Paradis et Enfer. Mourir au Moyen Âge”.

 « Ti ha fregato un libro, quella ! », afferma ruotando il capo di almeno 90°.  La guardo perplesso dico « ma dai ?! ».

« Sì »  annuisce civettuola, sbattendo le ciglia « l’ho vista io»

« E tu cosa hai fatto ? », proseguo incuriosito.

« Vieni, te lo mostro »

Non le dico del biglietto, mi alzo, la seguo, lei svolazzando mi guida verso le toilettes delle signore, e come recitando redarguisce me e gli assenti : «La verità è nel fondo di un pozzo: lei guarda in un pozzo e vede il sole o la luna; ma se si butta giù non c’è più né sole né luna, c’è la verità. »

Si posa un istante sullo stipite, aspetta che la raggiunga e « entriamo » dice, facendo così con la testa, « é qui dentro » e mi indica una delle tre porte blu, io mi chino per verificare ma non vedo i piedi di nessuno, allora spingo la porta : lei é rannicchiata in un angolo, ha un occhio pesto e i capelli arruffati davanti alla faccia, é imbavagliata e legata mani e piedi, ha perso i sensi. Mi volto verso la civetta, le dico « ma sei scema ? e chi ti ha aiutato ? » chiedo, alludendo forse a mitologici comprimari, che magari sono ancora nei paraggi.

Lei non risponde, dice « ho visto che ti ha fregato il libro, non si fa così! »

« Certo, se me l’avesse rubato, disgraziata, invece mi ha lasciato un bigliettino, con un numero di telefono e un nome… »

« Ma sicuramente sono falsi » spiega la civetta « e comunque non l’avevo visto, il biglietto ».

« Diffidente… violenta e diffidente »

« Allora controlla »

« Certo che controllo » dico, e mi chino sulla ragazza, la scuoto per farla rinvenire, pronuncio il suo nome una due volte, lei apre gli occhi caccia un gridolino, cerco di calmarla e lei si mette a piangere

« No no non é il mio vero nome – dice tirando su con il naso – ma il numero é giusto ». Siamo solo io e lei, nel bagno delle signore, lei non é messa tanto bene, la slego, l’aiuto ad alzarsi, si lava la faccia senza fare domande, le offro un po’ di succo di mela, scendiamo di sotto, verso il metro. L’accompagno a casa.