29 gennaio. Il conto alla rovescia verso la consegna del progetto è cominciato. Anche quello verso la morte, e da quasi trent’anni. Speriamo che i due eventi non coincidano. In ogni caso il mio compleanno è ancora lontano e questo è già un bel sollievo.
Sono seduto davanti al computer da venti minuti ma non riesco a scrivere una riga. Sotto le mie finestre, un enorme drago multicolore zompetta, al tam tam dei tamburi. È il capodanno cinese, Belleville è in festa. Una piccola folla si è radunata attorno al drago che adesso, come per magia, ha cambiato colore. No, ora li vedo meglio, sono in due. Due draghi variopinti zompettanti che piroettano mentre la gente in festa batte le mani al tempo di cimbali e tamburi.

E’ inutile, metto il computer in stand-by e scendo a fare un po’ di spesa.
Passo accanto allo spettacolo e ripenso a un articolo, letto da poco su una qualche rivista, di quelle da sala d’attesa. Dice che i seni delle donne cinesi stanno crescendo, in ragione di un’alimentazione più ricca di proteine, conseguenza immediata del boom economico. Bah, mi sa che qui a Belleville gli effetti di questa rivoluzione alimentare stentano a manifestarsi. Comunque. Non è certo affar mio. Proseguo verso il supermercato Franprix, camminando in mezzo al boulevard alberato, esibendomi nel solito slalom speciale, tra le pozzanghere di saliva lasciate dai cinesi, l’immondizia lasciata dal mercato degli arabi e le merde lasciate dagli occidentali. Cioè dai loro cani. Ma la simbiosi è forte. Questa è Belleville, signori, è tutto compreso nel prezzo.
– Trente-sept euros monsieur. Merci et bonne journée.
Tornando dal supermercato lo slalom si complica perché nel frattempo alcuni stormi di piccioni si sono appollaiati sui rami dei larici e devo stare attento che non mi bersaglino. In più le borse della spesa mi sbilanciano. Ripasso accanto allo spettacolino che nel frattempo è cambiato completamente. I draghi bonaccioni si sono sbarazzati delle loro pelli e hanno ceduto il posto a quattro guerrieri micidiali che si stanno affrontando in una lotta spettacolare, fatta di capovolte, piroette e calci volanti, i movimenti del Thai Chi. Due sono armati di lunghi bastoni che fanno volteggiare minacciosamente sopra le teste degli astanti, sempre più eccitati. Ed ecco il colpo di scena. Rullo di tamburi. Altri due uomini si uniscono alla eletta schiera. I sei combattenti si fermano un istante, poi riprendono la lotta, volteggiano, si scontrano, si incrociano, si avviluppano in una coreografia spettacolare fino a formare una piramide umana, mentre tutto attorno esplodono una serie di piccoli petardi che sprigionano un fumo giallastro dall’odore penetrante. Infine, l’ultimo dei guerrieri, raggiunta la cima della piramide, fa volteggiare un bastone sopra la testa, in movimenti circolari, sempre più ampi e lenti, come a richiamare a sé una divinità aerea. Tutti gli sguardi sono rivolti al bastone attorno al quale si forma un silenzio irreale. Persino il traffico sembra dare un momento di tregua. Il fumo giallastro è spazzato via dal vento, ma stranamente l’odore persiste e mi dà un senso di nausea.
Qualcuno urta una delle mie borse. La attiro leggermente verso la mia gamba, senza farci caso, senza distogliere lo sguardo dallo spettacolo. Però l’urto si ripete, debole ma insistente, finché avverto uno strattone un po’ più deciso. Abbasso lo sguardo e rimango di stucco: un uccello enorme, appollaiato sull’asfalto, ha aperto un foro nella mia borsa della spesa e ne ha tratto una scatola di biscotti. La tiene ferma con uno degli artigli mentre col becco dilania il cartone e la plastica dell’imballaggio. Rimango immobile, ammutolito di fronte a questo maestoso uccello posato ai miei piedi, che riesce infine a impadronirsi di un biscotto, spicca il volo e scompare in pochi secondi verso il sole del tramonto.