In occasione della presentazione del libro Betelgeuse e altre poesie scientifiche di Franco Buffoni il 12 Luglio 2021 a La Punta della lingua, proponiamo qui una breve introduzione alla raccolta

 

Felix qui potuit rerum cognoscere causas.
(Virgilio, Georgiche1)

 

Il primo, e forse principale, dato di novità della nuova raccolta di Franco Buffoni, Betelgeuse e altre poesie scientifiche (Mondadori, 2021), salta all’occhio fin dal titolo. Quella della poesia scientifica – se per poesia scientifica s’intende una poesia che tragga dalla scienza i propri contenuti e li divulghi attraverso i mezzi che le sono propri – è infatti in Italia una tradizione decisamente poco frequentata2.

 

M.C. Escher, Altro mondo II, 1947, xilografia, 31,8×26,1cm

 

Nella seconda metà degli anni Sessanta, Calvino pubblica Le cosmicomiche (1965) e Ti con zero (1967), due raccolte di racconti di dichiarata ispirazione scientifica, nelle quali ogni testo sviluppa una specifica teoria tratta dai più svariati campi della scienza, dall’astronomia alla fisica quantistica. È poi la volta delle opere scientifiche e fantascientifiche di Primo Levi: Storie naturali (1966), Vizio di forma (1971) e, soprattutto, Il sistema periodico (1975), un romanzo che sta a metà tra il trattato di chimica e l’autobiografia, ma che non è né l’uno né l’altra3. La scrittura si fa certo qui portavoce, nel corso dell’invenzione, di teorie e nozioni scientifiche, alla stessa maniera di quella di Buffoni, ma sia in un caso che nell’altro ci muoviamo sempre nell’ambito della prosa (lo stesso vale per il più autorevole predecessore di questa forma letteraria, Galileo). Per trovare altri esempi di poesia scientifica occorre tornare molto più indietro: allo sperimentalismo multiforme e vario dell’arte barocca, che per stupire non lesina di fare ricorso anche alla scienza e alle sue più recenti scoperte («Del telescopio, a questa etate ignoto, / per te fia, Galileo, l’opra composta, / l’opra che al senso altrui, benché remoto, / fatto molto maggior l’oggetto accosta»)4; alla precisione scientifica con cui Dante descrive nella Commedia i più svariati fenomeni naturali, dall’astronomia all’ottica all’embriologia; e, in ultimo, a certa poesia didascalica greca e latina (Empedocle di Agrigento, Lucrezio, Virgilio…). Non è infatti un caso che la raccolta di Buffoni sia posta sotto il segno di Varrone Atacino e che le citazioni letterarie da autori come Lucrezio o Dante, nel testo, non si contino.

Le poesie scientifiche di Buffoni non vogliono certo essere un trattato di scienza in versi, di cui esse non condividerebbero né la sistematicità né la pretesa di esaustività comune a questo tipo di scritto. Questi testi tradiscono invece un’origine per lo più casuale, dettata da letture occasionali, e fonti eterogenee – di cui potrebbe essere indice l’intreccio costante di temi astronomici, fisici e antropologici che le caratterizza, complice la consapevolezza, più volte ribadita, che il micro e il macroscopico si rispecchiano l’un l’altro e si sovrappongono, in un agile «pas de deux»5.

 

M.C. Escher, Stelle, 1948, xilografia, 32x26cm

 

Le poesie scientifiche di Betelgeuse tracciano una storia dell’umanità che va dalle sue origini animali («Se è la presenza della bocca / E dell’intestino / Ad essenzialmente definirci / Come organismi bilaterali, / È l’Ikaria wariootia il nostro / Antenato più antico»6) a una contemporaneità instupidita dal progresso e da una natura intimamente violenta («Dai ghiacciai del Caucaso all’arcipelago artico / Passando per ciò che resta dei ghiacciai delle Alpi / La crioconite custodisce in abnormi quantità / Il Cesio-137 risalente all’86 chernobyliano / E persino gli isotopi di plutonio e americio / E il bismuto-207 riconducibili ai test nucleari / Effettuati in alta atmosfera al tempo della dolce vita»7), con un particolare occhio di riguardo alle conseguenze ambientali delle sue azioni («Il metano ti dà una mano / Recitava una pubblicità degli anni ottanta / […] / Leggo in questi giorni che il metano / Custodito in enormi quantità / Dal permafrost dell’Artico / Si sta lentamente liberando, / E che questo processo è destinato a incrementarsi / Con l’aumento delle temperature. / Il metano ci darà dunque una mano / A soffocarci, rursus rendendo / Credito a Lucrezio»8). Attraverso una vena di sarcasmo quasi costante all’interno dell’opera, le osservazioni scientifiche contenute in Betelgeuse gettano luce sugli scenari apocalittici che attendono la Terra e il cosmo tutto, se la raccolta si chiude coi toni classici dell’apostrofe seguente:

«Tess che non c’entra con d’Urbervilles
Ma è il cacciatore d’esopianeti della Nasa
Ha da poco scoperto a soli cento anni luce da noi
Un pianetino che è il nostro ritratto,
Orbitante attorno ad una nana
Rossa molto attiva
Della costellazione del Dorado.
Dove, se l’atmosfera avesse pressione sufficiente,
L’acqua sarebbe stabilmente liquida…
Oh, TOI-700 D, come ti hanno battezzata,
Fa’ in modo di non averla
La pressione sufficiente, o se ce l’hai
Nascondi l’acqua e i tuoi ruscelli copri
Di sambuchi, sii pudica con noi
Che un tempo avevamo verdi
La Sicilia e l’Australia»9.

Uno dei fili conduttori della raccolta è rappresentato non a caso proprio dalla volontà di ridimensionare la realtà umana, di restituirla alla posizione tutt’altro che centrale che essa occupa nel cosmo. Contro l’ottimismo naturalistico e l’antropocentrismo dominante, la poesia di Buffoni sembra volerci ricordare che il mondo non è stato creato per l’uomo e che esso può anzi fare benissimo a meno della sua presenza:

«Per via della minore attività di fotosintesi
Dovuta all’oscuramento dell’atmosfera
Non solo tre quarti delle specie viventi
Ma anche piante e fitoplancton scomparvero
Con la caduta dell’asteroide nello Yucatan
Sessantasei milioni di anni fa.
L’enorme cratere di Chicxulub
Venne però subito invaso
Da nuove forme di vita microbiche:
Tempo duecentomila anni
E come la luce ritornò a filtrare
Rapida fu la ripresa di dinoflagellati
Cianobatteri e comunità microbiche
Nutrite da onde di ritorno tsunamiche.
Non scoraggiamoci, dunque, perché dopo
La vita sulla Terra tornerà
Magari senza la Scuola Grande di San Rocco
Ma con tante forme di splendidi batteri»10.

In Betelgeuse, le recenti scoperte scientifiche sono quindi chiamate innanzitutto a smascherare l’antropocentrismo come inganno. La stessa Betelgeuse, la stella rossa della costellazione di Orione che dà il nome alla raccolta e che per un certo tempo si è pensato fosse in procinto di spegnersi11, diventa l’emblema leopardiano di una natura-matrigna crudele, distruttrice:

«Come una madre senza più ritegno
A soli seicento anni luce da noi
Continua a morire Betelgeuse, la stella rossa
Della costellazione d’Orione.
Va sempre più ingrandendosi
E perdendo intensità
Fagocita i suoi figli.
Sappiamo bene che anche per die Sonne
Sarà così»12.

L’abbrivo scientifico della raccolta risponde però anche, e soprattutto, al desiderio di indagare il senso del mondo che ci circonda e di difendere il valore di questa conoscenza. Nelle Note conclusive della raccolta, l’autore scrive: «Ponendoci – nei confronti della nostra quotidianità – nell’ottica microbiologica dell’infinitamente piccolo e astrofisica dell’infinitamente grande, riusciamo a rendere maggiormente meditativo e degno il nostro vivere»13. Ciò che la scienza insegna è allora un metodo di osservazione, un modo di porci nei confronti delle cose e dell’uomo. Proprio nella conoscenza della realtà (la sapientia naturae dell’omonima poesia: genitivo oggettivo, non soggettivo) risiede infatti la possibilità, sempre più a rischio e forse già perduta, di rimettersi in rapporto con qualcosa di più grande, di ricongiungere i fili spezzati tra l’uomo e il cosmo:

«Perdendo i trecentomila indios rimasti in Amazzonia
Esposti senza alcuna difesa al contagio del Corona
Il governo brasiliano si sta liberando
Di un annoso problema. Erano cinque milioni
All’epoca di Cabral
E questi sono la retroguardia debole
Che custodisce le nostre origini
Con una sapientia naturae
Ormai da noi completamente persa.
Con loro accanto i brasiliani non si accorgono
Di avere ancora un piede nel passato»14.

In questa sapientia naturae risiede dunque il valore più alto assunto dalla scienza in queste poesie: nella volontà cioè di dare a noi, attraverso l’esempio della sua ricerca, un nuovo senso della realtà, con tutta la profondità e la concretezza che il termine sapientia (non a caso in latino nel testo, da sapĕre, ‘sentire il gusto’) possiede.

 

M.C. Escher, Mosaico II, 1957, litografia, 370x315mm

 

In un’intervista rilasciata all’uscita delle Cosmicomiche, Calvino definisce due diversi possibili rapporti tra dato scientifico e invenzione fantastica, dove il dato scientifico può servire, rispettivamente, ad avvicinare alla nostra esperienza ciò che è lontano e difficile da immaginare (che è poi il meccanismo su cui si fonda la fantascienza) oppure ad allontanare il quotidiano dalla sua dimensione consueta, e quindi a farcelo vivere in termini nuovi15. Su questo secondo procedimento, al quale Calvino riconduce le proprie stesse opere d’ispirazione scientifica, si basa anche la poesia di Buffoni, volta com’è a promuovere attraverso la scienza una nuova lettura del mondo:

«Chi è stato l’ultimo che li ha sfogliati
Per ciò che erano? Si chiederebbe Larkin
Alla notizia che i libri di preghiere
Sono diventati dei breviari
Di impronte digitali.
Virus pestilenze tragedie e carestie
S’aprono in biologico orizzonte
Dai codici miniati medievali.
[…]
Maneggiati, abbracciati, baciati da migliaia di persone
A secoli dalla loro creazione
I libri medievali sono un hd drive di monaci e scrivani
Nobildonne poeti e cavalieri
Con gli stafilococchi aurei nasali
E i propionibacteria di eruzioni d’acne
Di Abelardo e Eleonora d’Aquitania»16.

Non stupisce allora, in questa poesia, la presenza di una forte eterogeneità, prima di tutto contenutistica, ma anche linguistico-stilistica (al di là della più prevedibile immissione del linguaggio scientifico all’interno del codice poetico, si registrano svariati casi di commistione di lingue lontane tra loro nello spazio e nel tempo come inglese, latino, francese, ma anche varie forme di dialetto, così come la frequente sovrapposizione di registro letterario e colloquiale, il tutto corredato dalla presenza massiccia delle più svariate citazioni letterarie e scientifiche17), il gusto per l’associazione insolita («I tardigradi visti in fotografia / Somigliano ad orsetti bruni»18; «Una delle stelle più brillanti / Del nostro firmamento / Ha iniziato a impallidire. / Destinata a esplodere come supernova, / Da qualche mese sta cambiando forma / E da supergigante rossa / È ormai una pallida / E sempre più esangue / Sfera arancione avvolta nella nebbia, / Una vecchia stazione di servizio / Sulla Milano-Torino»19) e il senso di straniamento che questi aspetti inevitabilmente producono sul lettore. L’intento è quello di indurre chi legge a cogliere, nella complessa varietà del mondo, un sistema: allo sforzo congiunto dell’autore e del lettore viene quindi affidato in questa poesia il compito di ridurre la complessità del mondo a unità. Nel 1968, riflettendo sul rapporto tra scienza e letteratura, Calvino afferma:

«Questa è una vocazione profonda della letteratura italiana […]: l’opera letteraria come mappa del mondo e dello scibile, lo scrivere mosso da una spinta conoscitiva che è ora teologica ora speculativa ora stregonesca ora enciclopedica ora di filosofia naturale ora di osservazione trasfigurante e visionaria. È una vocazione che esiste in tutte le letterature europee ma che nella letteratura italiana è stata direi dominante sotto le più varie forme, e ne fa una letteratura così diversa dalle altre, così difficile, ma anche così insostituibile. Questa vena negli ultimi secoli è diventata più sporadica, e da allora certo la letteratura italiana ha visto diminuire la sua importanza: oggi forse è venuto il momento di riprenderla»20.

 


Note

1 Virgilio, Georgiche II, 490, in Georgiche, Garzanti, Milano 2015, p. 96.

2 Tra i casi contemporanei, occorre però citare almeno anche quello di Bruno Galluccio (cfr. Verticali, del 2009, e soprattutto La misura dello zero, pubblicata nel 2015).

3 P. Levi, Il sistema periodico, Einaudi, Torino 2017, p. 212.

4 G. Marino, L’Adone X, 43, 1-4, in L’Adone, Adelphi, Milano 1988, vol. I, p. 529. Nell’Adone, poema mitologico, il poeta giunge inoltre a descrivere minuziosamente le risorse dell’occhio e della vista per creare il pretesto per l’esaltazione del nuovo cannocchiale galileiano.

5 F. Buffoni, Algoritmo pas de deux, v. 12, in Betelgeuse e altre poesie scientifiche, Mondadori, Milano 2021, p. 13.

6 Il nostro antenato più antico, vv. 1-6, ivi, p. 11.

7 Al tempo della dolce vita, vv. 5-11, ivi, p. 12.

8 Se il petrolio fuoriusciva, vv. 6-17, ivi, pp. 80-81.

9 TOI-700 D, ivi, pp. 144-145.

10 La Scuola Grande di Chicxulub, ivi, pp. 78-79.

11 È stato recentemente scoperto che l’offuscamento di Betelgeuse, che in un primo tempo aveva fatto appunto pensare a una sua imminente esplosione, è stato in realtà provocato da un’enorme nuvola di polvere interstellare innescata dal raffreddamento della sua superficie. Anche in questo caso, può servire alla letteratura l’esempio della scienza, nella sua saggia e paziente capacità di considerare ogni risultato raggiunto nulla più che una delle tante possibili ipotesi necessarie ad avvicinarsi al vero, anche nel caso in cui si rivelino poi false.

12 Betelgeuse, vv. 1-9, ivi, p. 22.

13 Note, ivi, pp. 148-149.

14 Sapientia naturae, vv. 1-11, ivi, p. 65.

15 Cfr. I. Calvino, Presentazione, in Le Cosmicomiche, Mondadori, Milano 2011, p. VIII.

16 F. Buffoni, Le eruzioni d’acne di Eleonora d’Aquitania, in Betelgeuse e altre poesie scientifiche, cit., pp. 73-74.

17 Si legga a questo proposito la prima parte della poesia Cosmica esplosione, uno degli esempi più eclatanti della raccolta (i primi tre versi e mezzo provengono da Purg. VI, 25-28): «Come libero fui da tutte quante / Quell’ombre che pregar pur ch’altri prieghi, / Sì che s’avacci lor divenir sante, / Io cominciai: «Un intenso bagliore violaceo / Circonfuso di elettrico blu, / Così è apparsa nei telescopi Xmm-Newton dell’Esa / E in quelli a raggi X della Nasa / L’esplosione del superammasso di Ofiuco / A trecentonovanta milioni di anni luce da noi / […]» (vv. 1-9, ivi, p. 18).

18 Tardigradi, vv. 1-2, ivi, p. 15.

19 Stella rossaivi, p. 21.

20 I. Calvino, Due interviste su scienza e letteratura, in Una pietra sopra, Mondadori, Milano 2013, pp. 228-229.

 

Bibliografia

Buffoni F., Betelgeuse e altre poesie scientifiche, Mondadori, Milano 2021.
Calvino I., Le Cosmicomiche, Mondadori, Milano 2011.
Id., Una pietra sopra, Mondadori, Milano 2013.
Levi P., Il sistema periodico, Einaudi, Torino 2017.
Marino G., L’Adone, Adelphi, Milano 1988.
Virgilio, Georgiche, Garzanti, Milano 2015.

 

**La foto di copertina è di Dino Ignani