Black Feeling ⥀ Cameron Awkward-Rich

Questo lavoro di traduzione collettiva nasce da un corso di traduzione queer dell’Università per stranieri di Siena e presenta due poesie di Cameron Awkward-Rich, poeta afroamericano, scrittore trans e docente universitario. La sua scrittura esplora l’intreccio tra razzializzazione, desiderio, vulnerabilità e sopravvivenza, e in traduzione diventa un gesto politico di alleanza

 

Siamo all’università e l’aula è silenziosa, così silenziosa che ho tempo di chiedermi se non siamo andatx troppo oltre. Potrei dire qualcosa, assumermi la responsabilità della scelta del testo, contestualizzarne il contenuto, sovrascrivere il silenzio con l’autorità perentoria del mio ruolo di docente e invece non faccio niente. Nella testa le provo tutte, ma in realtà aspetto. Una voce flebilmente sfumata dalla commozione alza la mano, ci parla. Restituisce la contradditoria tensione dell’incontro violento ed erotico tra la norma e il corpo razzializzato di un giovane uomo trans. Un corpo che si sostanzia nella poesia: Cameron Awkward-Rich autore, docente universitario trans e poeta afroamericano. Il suo è un linguaggio poetico spontaneo che sembra recuperare lo stile immediato e pungente dell’espressionismo modernista della scuola di New York di Frank O’Hara, di cui il primo brano qui tradotto ne rievoca un titolo. Un espressionismo trans che rende la lingua pura materia de-genderizzata. Com’era stato per Gertrude Stein e com’è stato per il liricismo narrativo di Lyn Hejinian, due grandi poete statutinitensi, la lingua per Awkward-Rich è uno strumento per squarciare la normatività del reale. «Quando abbiamo letto per la prima volta Black Feeling di Cameron Awkward-Rich, quello che mi ha colpito maggiormente è stata la cadenza con cui scandiva la pesantezza della realtà che vive: un senso di estraneità, di non appartenenza, di regole che ci chiudono o formano in qualcosa di troppo definito. Tutto ciò viene catturato nelle brevi frasi, come respiri corti di chi cerca di stare a galla», scrive Stefano Centini, uno degli studenti che hanno partecipato al corso di traduzione queer. Le poesie che qui proponiamo per la prima volta in italiano offrono uno sguardo all’opera prolifica di un autore che si interroga sull’intersezione tra nerezza, follia, disabilità e transidentità. Questi temi hanno risuonato potenti nell’esperienza del gruppo del corso di traduzione queer (siamo all’università, non dimenticatelo). L’esperienza della violenza razziale e transfobica degli interventi repressivi dell’amministrazione Trump somigliano ai proclami antigender dell’esecutivo Meloni; la violenza razzista ed eterocispatriarcale evocata da Cameron Awkward-Rich nelle sue poesie riconosciamo appartenga ad una koine linguistica violenta e pervasiva, egemone, su cui un lavoro critico di traduzione prova ad intervenire per resistere, per coalizzare le forze, per trovare, come dice l’autore dei testi che leggerete, una via di fuga.
Nel concludere il nostro percorso di discussione, confronto e traduzione, abbiamo scelto di pubblicare queste due traduzioni sperando che possano essere il tassello di una tessitura più ampia di corpi, saperi ed esperienze impegnate nell’abolizione di qualsiasi forma di esistenza che presupponga la prevaricazione, l’isolamento, il genocidio, la violenza razzializzante eterocispatriarcale.

(Giulia Sbaffi)

 


Meditations in an emergency

I wake up & it breaks my heart. I draw the blinds & the thrill of rain breaks my heart. I go outside. I ride the train, walk among the buildings, men in Monday suits. The flight of doves, the city of tents beneath the underpass, the huddled mass, old women hawking roses, & children all of them, break my heart. There’s a dream I have in which I love the world. I run from end to end like fingers through her hair. There are no borders, only wind. Like you, I was born. Like you, I was raised in the institution of dreaming. Hand on my heart. Hand on my stupid heart.

Mi sveglio e mi si spezza il cuore. Apro le tende e il mormorio della pioggia mi spezza il cuore. Esco. Prendo il treno, cammino tra i palazzi, uomini in giacca e cravatta. Il volo delle colombe, la città delle tende sotto i cavalcavia , la massa accalcata, donne anziane che vendono rose, e i bambini, tutti loro, mi spezzano il cuore. C’è un sogno che faccio in cui amo il mondo. Corro da una parte all’altra come le mie dita fra i suoi capelli. Non ci sono confini, solo il vento. Come te, sono natx. Come te, ho imparato a sognare secondo le regole. Mano sul cuore. Mano sul mio stupido cuore.

 

 

Black feeling

& after that, even the whirring of your head goes quiet. Even your breath. No sound. Someone in workshop says something like, in Italian, stanza means room. Don’t roll your eyes. Here you are in the room. Here you are with things, but no names for things.
You’ve been in this city for weeks now & no one knows your name. No one except the man at the bus stop with his tallboy. His paper bag. When he asks, you tell him you work at the university, you teach. He was a cop, ‘til someone died & he found the bottle. Or, the drink came first & then the falling off this umber world. In this moment, you’re a man to him. Some kind of boy genius philosopher, who knows? There is something neither one of you can say. You’re circling like animals, like prey.
The truth is that most black folk look at you & see a woman. White people look at you & see a reckless boy. Either way, there you are in the room with your body.
The truth is that most black folk look at you & see a woman. White people look at you & see a reckless boy. Either way, there you are in the room with your body.
Everywhere, the bus names a kind of underworld. The man lives there, but you are just a passenger. He clears a space, says sit. You can’t sit. He looks at you with so much gratitude you think you’ll die.
You have to understand that there are many rooms. Each of them operates by other laws. Here, once you name a thing, you can’t take it back. It has its own life now, one that moves along without concern for you. At first, you go around talking to the trees & for just a moment they turn to face you.
By the time the bus arrives the light has gone & the man is holding out his hand. You take it, not expecting to be thrown against him. Against him, you are years ago, a frantic girl alone. The man is on his knees. You are a boy holding up his brother. The man is on his knees.  Either way, there you are in the room with your body. Your one, wet face.

god of the loophole
god of the veil
god of the break
the fugitive
in endless flight

Somewhere, there’s a room where things go to lose their names. A rose becomes [  ]. A daughter becomes [  ]. Her son [  ].
Unlocking your apartment, you realize you never caught his name. He just looked at you & saw a door. He can’t walk back through but there you were. An image racing on the other side.

 

E così, alla fine, anche il ronzio nella tua testa si spegne. Anche il tuo respiro. Nessun suono. Qualcuno, al laboratorio, dice una cosa tipo: in italiano, stanza vuol dire room.
Non alzare gli occhi al cielo. Eccoti sei nella stanza. Eccoti tra le cose, ma senza i nomi per le cose.
Sei in questa città da settimane ormai e nessuno conosce il tuo nome. Nessuno eccetto l’uomo alla fermata del bus con la sua lattina di birra. La sua busta di carta. Quando te lo chiede, tu gli dici che lavori all’università, insegni. Lui era un poliziotto, finchè qualcuno non è morto e lui ha trovato la bottiglia. O forse è stato il bere a venire prima e poi il crollo in questo tetro mondo. In questo momento, tu sei un uomo per lui. Una specie di giovane filosofo geniale — chi può dirlo? C’è un qualcosa che nessuno di voi riesce a dire. Vi girate attorno come animali, come prede…
La verità è che la maggior parte dei neri ti guarda e vede una donna. I bianchi ti guardano e vedono un ragazzaccio. In ogni caso, eccoti nella stanza, con il tuo corpo.
Dappertutto, l’autobus richiama una specie di oltremondo. L’uomo ci abita, ma tu ne sei solo un passeggero. Lui ti fa posto, siediti ti dice. Non puoi sederti. Lui ti guarda con così tanta gratitudine che pensi di morire.
Ascolta, ci sono molte stanze. Ognuna funziona secondo regole proprie. Qui, una volta che dai un nome a qualcosa, non puoi riprendertelo indietro. Ha una vita propria adesso, va avanti senza curarsi di te. All’inizio gironzoli parlando con gli alberi e per un attimo sembra che loro si girino a guardarti.
Quando arriva l’autobus la luce è già andata via e l’uomo ti porge la sua mano. L’afferri, senza aspettarti di essere scaraventatx contro di lui. Contro di lui, sei come anni fa, una ragazza in preda al panico, da sola. L’uomo è in ginocchio. Tu sei un ragazzo che tiene in piedi un suo fratello. L’uomo è in ginocchio. In ogni caso, sei qui nella stanza con il tuo corpo. Il tuo unico volto, bagnato.

Dio della scappatoia
Dio del velo
Dio della spaccatura
Il latitante
In fuga perpetua

Da qualche parte, c’è una stanza dove le cose vanno per perdere il proprio nome. Una rosa diventa [  ]. Una figlia che diventa [  ]. Suo figlio [  ].
Aprendo la porta del tuo appartamento, ti accorgi di non aver mai saputo il suo nome. Lui ti ha guardato e ha visto uno spiraglio. Lui non può riattraversarlo ma là c’eri tu. Un’immagine che corre dall’altra parte.

 

 

* Hanno preso parte al gruppo di traduzione queer Stefano Centini, Eleonora Danesi e Eva Lo Verde, con la collaborazione e supervisione di Giulia Sbaffi.