Bruciante e grande, il mondo che ardeva a Casarsa ⥀ La meglio gioventù di Pier Paolo Pasolini

 In un momento così drammatico per la gioventù del nostro paese, costretta dietro uno schermo, riaffiora il capolavoro di Pasolini La meglio gioventù, che contiene Poesie a Casarsa, all’origine di uno dei fenomeni poetici più rilevanti del secondo Novecento: la poesia neodialettale, che si nutrì delle varianti dialettali periferiche, fino a quel momento escluse dalla lingua poetica. Questa rilettura si colloca in un lungo filone di ricerca di Argo, rintracciabile dopo le note

 

La meglio gioventù, l’opera dedicata al filologo Gianfranco Contini che meglio rappresenta la poesia dialettale di Pier Paolo Pasolini (uscita nel 1954 per Sansoni) accoglie scritti che vanno dal 1941 al 1953, in varietà friulane e venete: Poesie a Casarsa (1941-43) e Suite furlana (1944-49) hanno un carattere prevalentemente autobiografico e tracciano il percorso creativo dell’autore; El Testament Coràn (1947-52) e Romancero (1953) narrano del mito friulano, delle condizioni di miseria e sfruttamento dei contadini nel dopoguerra1.

La vita umile di quelle terre, il mondo agreste dei contadini, la fanciullezza della madre Susanna e i suoi ricordi si concretizzano in quella lingua antica e rustica che è la parlata friulana2. Dal balcone spalancato sulle strade di Casarsa (paese natale della madre e meta dei soggiorni estivi di famiglia), il giovane sente pulsare un’esistenza primordiale e meravigliosa, rimanendone incantato e quasi ferito, come fosse coinvolto in un sogno, o nel mistero che segna il suo ingresso «in una adulta fanciullezza». Casarsa è teatro di storie in cui gli anziani sono riconosciuti nella loro autenticità di patres familias, e i volti dei giovani rievocano con fierezza quelli degli antenati, mentre raccontano qualcosa del paesaggio in cui stanno crescendo. Nei loro tratti somatici è scolpita la geografia del luogo:

Esistono parole per comunicare un rapporto fra i colori dei muri affumicati e la radice dei capelli di un ragazzo di Runcis?3

Sui loro corpi si riflettono luci e forme dei monti e dei campi friulani, al punto che la natura geografica si traduce in natura umana.

Casarsa è vita presente che chiede di essere pronunciata, e nello stesso tempo passato che affiora nei nomi, nelle usanze, nei riti della vita contadina; ma anche nei gesti di una madre fanciulla e negli occhi di Pier Paolo bambino. Una sfilata di antenati dà vita a un mondo fantastico – a tratti bucolico, a tratti crudele – in cui la luce autentica vibra nelle figure che popolano quel paese e tutto il territorio che fiancheggia la riva destra del Tagliamento:

A lusin ta li ombris/ dal zovinút pleàt/ li lus di un timp svualàt/ cu’l svuàl da li colombis (“Rilucono sulle ombre/ del giovinetto chinato/ le luci di un tempo volato via/ col volo delle colombe”)4.

L’attaccamento viscerale a quella terra, quel senso religioso legato a un’arcadia mitica, rivela il rapporto intimo e disperato che il poeta vive con l’ambiente friulano e la sua lingua. I versi sono forgiati sulla polpa della vita che fermenta: lodano la giovinezza, il corpo vigoroso che come un albero sprigiona forza, accanto alla tenerezza dell’erba o di un fiore. L’Io-poeta è una creatura estremamente fragile, soffre per la consapevolezza che ogni minimo evento è destinato a sfiorire, mentre la speranza dell’avvenire non consola: «Amo troppo il presente, lo amo con una violenza uguale al ricordo, alla memoria»5, afferma. La parola si incupisce quando incombe l’ombra minacciosa e scura, quando il nero della morte avanza. Il senso della morte, in questa scrittura, funziona come linea di demarcazione dietro alla quale accadono fatti densi di luce che Pasolini annota con precisione sulle pagine del diario.

In quel «paese di temporali e primule» – come lo definisce l’autore in un prezioso scritto giovanile – sembrano aver luogo il principio e la fine di ogni cosa, che solo la memoria è in grado di unire e risolvere. Nei versi convivono la fanciullezza e la morte: la gioia immediata che scaturisce dal contatto col mondo e insieme un fondo di angoscia, la paura di non riuscire a farlo proprio, quel mondo:

Adès/ ti sos/ un frut di lus./ E joi soj cà cun to mari/ tal scur (“Adesso,/ tu sei/ un fanciullo di luce./ E io sono qui, con tua madre,/ nel buio”)6.

In questo contesto emerge il binomio amore / peccato, rivelando come l’idea di amore – chiave di tutta l’opera pasoliniana – sia già insita nella sua poetica, accanto a quella di peccato, l’ombra scura che fa tremar la voce.

La lotta incessante che turba l’animo del poeta affiora nei testi attraverso le numerose antinomie che lo raffigurano, come «lo scuro e il pallido nella carne», «il nero e il rosa», «il morbido e il secco», arrivando lui stesso a chiedersi se sia Mostro o farfalla l’essere che lo tormenta di continuo; e conclude:

No, al è un mostru di speransa/ tal vagu disperàt di Ciasarsa:/ al mi fai no essi un omp cu’l nut/ suspièt di no vej mai vivút (“No, è un mostro di speranza/ nel vuoto disperato di Casarsa:/ mi fa non essere un uomo col nudo/ sospetto di non aver mai vissuto”)7.

Qui le immagini, dapprima vivide e concrete, si polverizzano quando il tempo sembra lacerarsi nel suo petto e nasce in lui il sospetto di non aver vissuto.

Ancora, nel poemetto intitolato Suite Furlana, il poeta-fanciullo si pone alla ricerca del passato attraverso l’artificio dello specchio. Nel riflesso dello specchio, e soprattutto nel suo retro, si condensa tutta la forza della memoria («e il ricordo mi ride leggero,/ il ricordo della mia vita viva/ come erba in una nera riva»), mentre sopraggiunge un’epifania: qualcosa esplode dietro al vetro e una fiamma illumina «la morta campagna», «un paese di luce», «una campana». Lo specchio infrange la barriera del tempo e appare la madre fanciulla:

IV

Davòur dal Spieli me mari fruta
a zúja ta la stradela suta.
I vuj da la Madona a nasa
Tra i figàrs e i roj frescs di rasa.

 

Cu la colana di coràj
a cor via contenta pai rivaj
ta un barlún di vita dal mil
noufsènt e doi, ta un suspír…

 

IV

Dietro lo Specchio mia madre fanciulla
gioca nel viottolo asciutto.
Odora gli Occhi della Madonna
tra i fichi e le querce fresche di resina.

 

Con la collana di coralli
corre via contenta per le prodaie,
in un barlume di vita del mille
novecento e due, in un sospiro… 8.

 

Quale indescrivibile piacere si prova scrivendo per la prima volta su carta ciò che appartiene al mondo naturale: piacere aumentato poiché il dialetto del Friuli Occidentale, prima delle prove poetiche di Pasolini, era privo di qualsiasi tradizione letteraria.

Egli racconta che da ragazzo, mentre era sul balcone di casa, all’improvviso sente per strada pronunciare la parola rosada (“rugiada”) e viene colto da una illuminazione9:

Certamente quella parola, in tutti i secoli del suo uso nel Friuli che si stende al di qua del Tagliamento, non era mai stata scritta. Era stata sempre e solamente un suono.

Così comincia, per prima cosa, a rendere grafica la parola rosada, e forse proprio in quel momento nasce il verso «Ciasarsa/ – coma i pras di rosada – di timp antic a trima» (“Casarsa/ – come i prati di rugiada – trema di tempo antico”)10. Quella straordinaria capacità di aderire alle cose fa sì che Pasolini consideri la sua lingua d’invenzione un vero e proprio idioma che «ha già potenzialmente una sua pronuncia finemente letteraria»11.

Ed è singolare il suo rapporto col friulano: da una parte ne è profondamente coinvolto essendo quella, la lingua materna, parlata dalla madre e dalle persone che lui ama con innocenza e passione; dall’altra una lingua che non gli appartiene, verso cui si pone con una certa distanza. Quella lingua diviene il suo mero strumento di conoscenza: essa può infrangere lo schermo che si era interposto tra lui e il mondo, poiché – il poeta stesso dichiara: «Conoscere equivaleva a esprimere. Ed ecco la rottura linguistica, il ritorno di una lingua più vicina al mondo»12.

 


Note

1 Questa produzione fa parte del volume La meglio gioventù, pubblicato nel 1954, che contiene anche un’Appendice (1950-53) e una Nota (1954). A trent’anni di distanza l’autore riscrive due sezioni (Poesie a Casarsa e Suite furlana), dando vita a Seconda forma de «La meglio gioventù» (1974). Prima e seconda forma vengono pubblicate da Einaudi nel 1975, con il titolo La nuova gioventù. Da questa pubblicazione sono state tratte le citazioni del presente saggio.

2 Cfr. N. Naldini, Al nuovo lettore di Pasolini, in P.P. Pasolini, Un paese di temporali e di primule, a cura di N. Naldini, Parma, Guanda 2001, pp. 7-108.

3 Ivi, p. 31.

4 Le colombe, da Poesie a Casarsa, in P.P. Pasolini, La nuova gioventù, Torino, Einaudi 1975, p. 69.

5 Un paese di temporali e di primule, op. cit., p. 50.

6 Aleluja, da Poesie a Casarsa, op. cit., p. 20.

7 Da Suite Furlana, op. cit., p. 62.

8 Ivi, p. 54.

9 Cfr. Id., Empirismo eretico, Garzanti, Milano 1972 e il sito da cui è stata tratta la citazione riportata nel testo.

10 O me donzel, da Poesie a Casarsa, op.cit., p. 11.

11 Id., Passione e ideologia, Garzanti, Milano 1960, p. 128.

12 Ibid.

La meglio gioventù

Sulla poesia neodialettale

Argo si è occupata e si occupa da anni di poesia italiana in dialetto. Punto imprescindibile di partenza per ogni esplorazione rimane il volume L’Italia a pezzi, Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie tra Novecento e Duemila, pubblicato per la prima volta nel 2014. Iniziata cinque anni prima, con la pubblicazione del XV volume di Argo, la ricerca è proseguita con articoli apparsi prima su questo sito, poi su poesiadelnostrotempo, dove è possibile consultare un archivio digitale gratuito per leggere le opere degli autori antologizzati e di altri.