[Pubblichiamo una recensione di Martina Daraio alla rivista «In forma di parole», fondata nel 1981. Nella recensione si fa riferimento a due numeri della rivista pubblicati nel 2009 e nel 2010, poiché la recensione avrebbe dovuto festeggiare, nel 2011, il trentesimo compleanno della rivista. L’anniversario evidentemente è passato, ma i numeri sono rimasti, quindi, visto che la letteratura non scade, abbiamo chiesto a Martina Daraio di riprenderli in mano e inquadrarli in un discorso di più ampio respiro. Buona lettura]

La responsabilità del critico tra società globale e confini nazionali:

la risposta della rivista In forma di parole

Uno dei più grandi problemi a cui si trovano a far fronte i critici e gli studiosi di letteratura è quello di individuare, nel panorama di scrittori e aspiranti scrittori, i sommersi e i salvati. Si tratta di una decisione estremamente delicata nelle sue implicazioni e inevitabilmente attiva su più fronti tra cui la scelta dei testi ancora inediti da pubblicare e la scelta dei testi già editi da consigliare al pubblico. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto alla difficoltà di individuare gli autori più meritevoli si aggiunge la domanda su quali autori, perchè e come, possano essere meglio “ricevuti” all’interno del momento storico e culturale in cui li si vuole importare.

Per quel che riguarda la distanza storica, ad esempio, Walter Benjamin ha particolarmente insistito sull’importanza della “vita postuma” delle opere e sul suo essere garantita da un capillare e continuo lavoro di traduzione, in termini di contestualizzazione e interpretazione, del “contenuto di verità” dei testi del passato volto a preservarne sempre viva la fruibilità. Ma se questa mediazione critica è spesso fondamentale per aiutarci a comprendere le opere del passato, il loro linguaggio e la loro forma mentis, possiamo considerare altrettanto forte il bisogno di commentare il rapporto tra le opere straniere contemporanee e quelle italiane? È davvero ancora necessario, nella società globale e ipercomunicante in cui viviamo, pensare alle opere provenienti da un altro paese come ad un qualcosa di così “distante” da noi da richiedere un gesto di intermediazione culturale? E se sì, di che tipo? E questo deve valere per tutti gli autori o solo per alcuni?

Il lavoro della rivista In forma di parole costituisce un tentativo di risposta, immediatamente calato su scelte pratiche di lavoro, a tutte queste domande: dal 1980 la sua redazione condotta da Gianni Scalia consegna alle stampe circa tre volumi l’anno contenenti una scelta antologica di testi di artisti internazionali.

Al suo interno si incontrano opere di prosa, di poesia, talvolta percorsi monografici di taglio tematico (come il numero Sull’animalità del 2010) e talvolta incontri tra scrittura e immagini (quest’ultimo, ad esempio, è il caso del volume La posterità del sole del 2009 in cui alle fotografie di Henriette Grindat si accompagnano i commenti di Albert Camus).

Ogni volume si apre con un indice che illustra la selezione di lavori scelti, si compone poi della ricca sequenza dei testi in italiano con l’originale a fronte, prosegue con un apparato di note ai testi e di notizie bio-bibliografiche sull’autore e termina con alcune pagine critiche a cura del traduttore.

Tra le pagine critiche particolarmente significative sono ad esempio quelle di Alessandro Valenzisi, traduttore del poeta scozzese Alexander Hutchison, il quale solleva come nodo centrale del suo lavoro il problema dell’“intelleggibilità” della poesia. Valenzisi spiega che nel suo lavoro è costante il bisogno, estraneo invece alle priorità compositive dell’autore, di «dare ordine al caos» rendendo «un testo accessibile al pubblico di un’altra lingua», rispettandone la qualità auditiva, la sonorità, la performatività oltre al significato letterale. Tutto ciò, aggiunge, non rimanda solo a questioni di superficie ma alla natura stessa dell’opera, al profondo radicamento sociale che nella cultura scozzese ha il linguaggio e che è difficile da rispettare nella traduzione: i localismi, le varianti ortografiche frutto della non ufficialità istituzionale della lingua, l’uso del dialetto come occasione di continuità tra realtà rurali differenti, sono tutti elementi che nella traduzione inevitabilmente si perdono.

Incertezze analoghe sono quelle che svela anche Selena Simonetti, traduttrice dello spagnolo Ángel González: «ho avuto per molto tempo la sensazione di imprimere sulla sua voce una sbavatura inopportuna e indelebile. Era un pudore che nasceva dalla violazione di un’abitudine: quei suoni masticati da tempo risultavano inevitabilmente ostili, quasi incresciosi nella mia lingua». Alla confessione su queste perplessità linguistiche la studiosa fa però poi seguire un discorso di analisi critica non tanto basato sulla comparazione culturale quanto filologicamente interessato alla scelta dei testi antologizzati, alla poetica dell’autore, alle tematiche che attraversa e al suo sviluppo temporale. Nel suo caso, quindi, esaurita la premessa sull’operazione di “ricreazione” linguistica non viene sentita nessuna esigenza di un’ulteriore traduzione culturale che garantisca l’accesso ai testi.

Concludendo sembrerebbe quindi che, tra la spregiudicata apertura verso una letteratura mondiale e la barricadera scelta di trincerarsi nelle vecchie rassicuranti categorie critiche basate su uno Stato-nazione ormai in evidente crisi, In forma di parole scelga la via di una sintesi dialettica in continua rinegoziazione. Da un lato, infatti, la rivista confida nella permeabilità culturale della società globale lasciando alle opere, e al loro incontro diretto con il lettore italiano, un ampio spazio e un’ampia libertà interpretativa; e dall’altro conserva lo spazio critico per problematizzare e discutere ogni caso autoriale nelle sue specifiche esigenze linguistiche e culturali, affidando al curatore l’onore e la responsabilità di intervenire nella lettura nel modo che ritiene più opportuno, l’onore e la responsabilità di scegliere quali testi tradurre, ma anche e l’onere e la responsabilità, poi, di spiegare al lettore le ragioni delle sue scelte perchè possa lui stesso, in ultima analisi e se interessato, valutarne la qualità.

Martina Daraio