Il Cabaret delle Amebe di Plastica ⥀ Edoardo De Falchi alla Galleria Rubber

Considerazioni di un collagista con introduzione e nota di un gallerista in erba

 

Edoardo De Falchi

Tra il 23/11/25 e il 17/01/26 la Galleria Rubber di Recanati espone le opere dell’artista Edoardo De Falchi attraverso l’allestimento di Plastic Amoebas Cabaret, mostra di collage composta da pannelli fluttuanti, videoproiezioni, assemblaggi e manufatti esoeditoriali.

Qui di seguito, il testo galleggiante dell’autore sulle proprie creazioni, pubblicato dai curatori all’interno del catalogo sotto forma di foglio sciolto.

 

 «Scrivere un pezzo per presentare l’ennesima esposizione di collage non avrebbe alcun interesse, ma in questo caso il compito si rivela ben più articolato. Per almeno due ovvie ragioni, non per questo meno valide. Innanzitutto, il gioco che viene fatto, con strati di immagini sovrapposte ai visitatori stessi, rischia di farci cadere nella loro stessa situazione di incertezza cognitiva senza uscita. Operazione interstiziale e ambigua, il collage inoltre porta un’insidia linguistica non trascurabile, che non è allo stesso tempo, in nessun modo, evitabile, in questa mia stessa relazione.

 

Edoardo De Falchi

 

Il collage è azione, non immagine. Ma per rappresentare questa azione serve un’altra scorciatoia. L’oggetto è un processo. La narrazione, per esempio, mette in gioco questo elemento. Per raccontare questi lavori, al limite tra una contestazione teorica e un racconto figurativo, tra una raccolta di citazioni visive e la loro vandalizzazione, potrebbe avere senso ripeterne il gioco, per riprodurne l’effetto mediante il testo. Se non sono le piume a fare il collage, non lo sono neanche questi livelli di relativa trasparenza. Nell’intercapedine tra gli strati in cui ci veniamo a trovare, siamo invitati a scegliere tra interpretazione e confusione di generi e contesti.

 

Edoardo De Falchi

Trasformare lo sconosciuto in conosciuto, questo è il compito della scienza. Trasformare ciò che sembra già noto in qualcosa di misterioso, invece, questo è il compito del collage.

Ma mentre cadono pareti invisibili, si viene improvvisamente spostati da una descrizione obiettiva al suo opposto, un viaggio avventuroso, per esempio, con inconsulte inversioni di direzione.

In secondo luogo, con queste sue insinuazioni accademiche, Ted Oportet suggerisce una lettura già letteraria per un lavoro che non ha senso classificare in alcun modo, scendendo la via che dalla pensione arriva fino al mare, tra gruppi gesticolanti di turisti, bambini che giocano, casette imbiancate, eccetera, ai piedi di quel che resta di una civiltà millenaria, dove anche i ciottoli parlano diverse lingue, per lo più morte, facendo pura e semplice mitologia. Senza troppa ironia, sa bene di trovarsi lì solo per una breve vacanza, ovviamente. Anche se, naturalmente, non può non cogliere la coincidenza che lo ha portato là. Rallenta un po’ il passo, riflettendo su una sensazione di significato, che gli viene trasmessa dal suolo sconnesso.

Noi torniamo ancora al problema iniziale: un articolo che è anche un racconto, o viceversa. E come dovremmo parlarne a nostra volta? Mentre esibisce e rompe l’illusione della fotografia, il collage contemporaneamente lo amplifica con un ulteriore trucco: mostrando nello stesso punto due o più immagini diverse o persino opposte, in conflitto tra loro.

Servendosi di materiali di recupero per sperimentare, per trovare nuove idee, o procedendo in senso opposto, partendo da un concetto per poi costruirne rappresentazioni visive, il collage mostrerà sempre la sua doppia faccia: per essere tale, devono essere riconoscibili le immagini originarie o le parti che lo compongono, oltre al risultato assemblato. Queste sue facce divergono. Sovrapposte, collidono. Il collage è quindi anche un linguaggio che si occupa principalmente di contraddizioni. In modo analogo, l’esercizio della scrittura ambigua, esercizio provocatorio e spesso irritante, necessita multipli e distanti contesti di riferimento.

 

Edoardo De Falchi

 

Proprio questo contesto. Proprio mentre scivoliamo su una precaria impalcatura teorica, le grandi amebe meccaniche sorvolano la città. Come nuvole metalliche, scorrono veloci sopra le strade. Scivolano come gelatine tra i palazzi, del tutto silenziose. Pulsanti e liquide, dal cuore meccanico, le grandi amebe. I loro pseudopodi ci puntano danzando ritmicamente, ma dovremmo davvero temere una stupida finzione, quando peraltro è composta da un collage di immagini già viste? Quale che sia, per quanto sofisticata nella costruzione, la finzione è un genere superato per le correnti mode letterarie, almeno quanto un completo beige, calzoncini corti, cappello di paglia, sigaro e infradito, barba bianca e occhiali da sole. Camminando sul lungomare, queste descrizioni di fantasia obsolete, dico, possono davvero portarci da qualche parte? Il linguaggio diventa rappresentazione per immagini. Il cinema degrada la scrittura a sceneggiatura. È pur vero, tuttavia, che quando tutto va bene, manca qualcosa. Jinx era da poco tornato dal suo terrificante viaggio al Borneo, nel suo desolante appartamento in città. Ogni cosa gli appariva smorta, adesso, estranea e indifferente. Il mondo a cui aveva fatto ritorno, da un paio di settimane, faceva parte di un tempo remoto, che tornava chissà come ad avvolgerlo, con la sua nebbia grigia e triste. Gli occhi gli si velavano di lacrime, nel guardare fuori dalla finestra, il balcone spoglio e le spietate schiere di palazzi in marcia.

 

 

Lo stesso tono omogeneo artificiale ha il nostro ambiente visivo elettronico. Ma se anche ci fosse vita, oltre gli schermi, non potremmo più percepirla. Non so se ci riesco, ma quello che faccio è soltanto cercare di scrivere in modo che non sia possibile usare il mio testo come un prompt, il mio racconto come uno script.»

 Edoardo De Falchi

Se “Il Collage è azione”, l’insieme che compone questa mostra è pura veget-azione. La galleria d’arte è una giungla dove le specie più anomale sono chiamate all’accumulo e un processo continuo d’arborescenza mette in crisi le figure gettandole ai margini del comprensibile, nelle arene dell’informe.

 

 

“Il sangue dei sogni è verde” annunciava Kolar in Collage, una scatola magica più che un libro: forse l’umore che da vita alle immagini è questo floema che scorre in loro, rendendole mutanti e proteiformi. Melme immaginarie invadono la plastica in modo rampicante e foderano le pareti, come funghi o ferite, finestre aperte sul deserto mentre una modella africana fa la ruota e un’esplosione nucleare illumina l’azzurro del cielo.

Secondo Michaux bastava fissare la carta da parati della propria stanza per conoscere la verità; qui niente è vero e le lampade al neon disseminate per lo spazio sono le uniche guide di un safari notturno dove le cose si mostrano per ciò che non dovrebbero essere.

La sala visioni sembra ricordare che si tratta di un film e come zombie vi ritrovate a fissare palme che oscillano nello schermo mentre la musica lounge, entrata in decomposizione, addormenta la coscienza. Siete collage umani, forme vegetali munite di occhi per vedere altrove. Gli stati filamentosi del reale.

La mostra sta per terminare. Per la chiusura suoneranno i Larsen Lombriki. Viene da chiedersi cosa siano e quale sarà il loro ruolo all’interno del cabaret. Una locandina preannuncia il loro nome che striscia; sullo sfondo la nascita di un mostro interrotta a metà tra Frankenstein e un tronco.

Esiste una loro versione di Vegetable man, dei Pink Floyd.

 

Edoardo De Falchi

Testi Edoardo De Falchi e Andrea Balietti

Mostra a cura di Collettivo Rubber
Collaboratori Roberto Capozucca, Francesca Torelli

Catalogo a cura di Collettivo Rubber, Roberto Capozucca
Realizzazione Roberto Capozucca