cainoBologna, Arena del sole, 30 Marzo 2012

Si può dire che sia piaciuto poco uno spettacolo, che sia piaciuto un gran che l’allestimento, ma riconoscere che il testo a mala pena udito, le danze, le luci, i suoni, stiano ancora lì a ricordare che Caino, fratello di Abele, figlio di Adamo e capostipite degli uomini, è uno di noi.

Si può parlare della scenografia – semplice: una tavola di legno che è un letto africano, una testa di cartapesta gigantesca e una più piccola trafitta da una lancia, i microfoni sparsi e una palma pasquale –, ci si può sentire in disaccordo, e riconoscere l’influsso di Pasolini. Un’eco da Sodoma nelle ragazze a gattoni (il coro dai seni nudi), e un richiamo al Vangelo secondo Matteo nel volto pietoso di una madonna africana (chi era?). D’altronde la musica finale è la stessa del Vangelo di Pasolini, come lo stesso è il quadro di dolore. Caino che uccide Abele è Erode che manda Cristo in croce, è Giuda che tradisce, è chi accusa, chi giustifica se stesso nel tremendo, chi non si guarda dentro e non ha pietà per sé.

Siamo io e te.

Si può riflettere sull’efficacia della parola teatrale, e accorgersi che del testo di quella sera è rimasto soltanto il timbro della voce degli attori, il ritmo della scansione delle parole, le desinenze degli infiniti (i verbi non compiono, galleggiano), ma che quelle parole non sono rimaste.

 

– Dov’è la parola? Cosa è rimasto di quella sera?         – Cosa è rimasto di noi due?

– La partitura ritmica.

 

In un certo senso è rimasto qualcos’altro di Caino.

Del Caino di Mariangela Gualtieri esistono il libro e lo spettacolo, in sè distinti e che si commistionano. La parola appartiene a un testo denso, altamente poetico, ma difficile. In scena essa lascia cadere il significato per attaccarsi al suo valore fonico e ritmico, avvalendosi della musica, delle azioni e della danza. Ne vale un riflessione sul significato della parola teatrale, e sul potere di tanta delicatezza che sopravvive, monca, nel suono.

– Parola scissa nel corpo e nella mente? O tutte e due insieme?

Il risultato è un balbettamento, e quel balbettamento risuona nell’impossibilità di dire fino in fondo il male, come suggerisce l’autrice nell’introduzione al libro. Alla lettura del testo qualche settimana dopo lo spettacolo, quel balbettamento mi si era attaccato addosso come un’ombra.

 

Nella scena Caino è un uomo vestito di nero e da donna. Ha i tronchetti col tacco da flamenco e cammina lentamente, con il corpo teso in avanti, anche quando si volge all’indietro, come se portasse un peso e non riuscisse a mantenersi dritto. Si muove bidimensionalmente nello spazio, tra i lati del palco. Un essere strano questo Caino, troppo simile a te o a me, donna, o uomo. Forse ha già rinunciato ad essere uomo, ed è diventato il caino, il fatto. Ma che sia uomo o immagine emersa dalle parole, il Caino giunge dritto a colpire l’immaginazione dello spettatore-lettore, e induce a riscrivere la storia biblica.

Così ti racconto un’altra storia, Caino:

All’inizio dei giorni del mondo, Adamo ed Eva si amarono ed ebbero un figlio, poi un secondo, secondo il volere di Dio. I due figli si chiamavano Abele e Caino, e quei due nomi erano il mio e il tuo, uomo e donna, vulnerabili, paurosi e maledettamente umani. All’inizio di quei giorni, Caino e Abele furono invitati da Dio a recargli dei doni, ma Dio accettò i doni di Abele il pastore, e rifiutò quelli di Caino l’agricoltore. Un giorno della storia dell’uomo, Caino uccise Abele. Quel giorno della storia dell’uomo, Caino divenne come Abele, perché uccise come il pastore scanna gli agnelli. Caino abbandonò la sua terra e fondò le nostre città. Ma quando uccise Abele, Caino divenne anche Dio perché portò la morte dentro la storia. La morte entrò nella vita dell’uomo e continuò ad vivere a fianco a lui altri ed altri giorni ancora.

 

Allora perché Caino? chiedo io.

Caino sembra un’ingiustizia. La storia partì dal rifiuto di Dio.

Se Dio è perfetto, perché volle Caino l’imperfetto? Perché volle il caino?

Quale colpa? Quella di aver desiderato troppo amore?

Tradire, mentire, non capire… Caino è il mio volto o il tuo? Caino sei tu? O sono anch’io?

Il Dio di Mariangela Gualtieri ha voluto Caino per dare la misura dell’uomo: il suo limite nei centimetri del legno della bara; nel numero dei passi per cercare la terra finita; nella stretta della mano, rotta dalla mano amata. Lo strappo del finito e il bisogno totale, infinito, di amore.

 

Why Caino? Perché, Dio?

 

Ma ricordati… : c’è il sole e c’è la pioggia. C’è il giorno e c’è la notte. C’è il buio e c’è la luce. Il torto e il perdono. La gioia e la rabbia e il dolore. L’unione e la separazione. La vita e la morte.

Era inevitabile.

Non dimenticarlo, il caino inevitabile tra noi.

 

Inizialmente si può non amare uno spettacolo, e poi cambiare idea e concludere che quello stesso spettacolo è piaciuto,  e anche molto.