Proponiamo in anteprima per i lettori di Argo un breve estratto da “Canto del rivolgimento” di Federico Scaramuccia (Oedipus, 2016, collana Croma k diretta da Ivan Schiavone). Buona lettura.

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riverso in una duna corre schivo
e all’ingrosso un gregge in preda all’accidia da un tubo sterile a fasci miraggi
incolori irradiano orba ogni sedia cariche di cunicoli di cime
è fuori legge l’incubo lo sfascio non ci sono strapiombi né colline
nemmeno gli spari turbano i sogni rimedia il piano in sequenza che smargina
lombi in calca nel panico che il solco ritroso cadenza e corregge in rivoli

a rotoli

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per una botola a imbuto si scivola
nel vuoto come l’acqua in fondo al monte nel trombo si nasconde una voragine
nel ventre profondo della caverna c’è un lido battuto da onde vicine
uomini che si dondolano increduli appesi ad un rombo opaco sul limite
esile del baratro in fronte al proprio spettacolo mentre d’intesa immaginano
un dopo in attesa eterna fra i tuoni che evacuano e riparano all’arrivo

contratto dei guasti

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i mercanti di spranghe fianco a fianco
guaiscono impalati a mani basse
tra le carogne dei metalli in tempra

sciacalli che assemblano
le già immani carcasse
a valanghe sull’ammanco

*

sui trabocchi si impalcano altri pali
grondano torbidi sulle rovine
i battiti a malarsi dello scasso

lo sfarsi nel chiasso
torrido delle lamine
a mucchi allargano le ali

***

se sento che il tempo non passa
per quanto ormai scorre veloce
vuol dire che come uno schermo
non penso non sono confermo
la resa alla piena che ammassa
che a spire mi avvolge la voce
se contro corrente alla foce
ci penso dissento ma il fermo
volere che oppongo collassa

*

il boia un po’ troppo agitato
lamenta che è già da parecchio
che aspetta dall’alto il comando
un altro qualunque allo sbando
che spreca anche l’ultimo fiato
gridandogli dentro l’orecchio
di colpo poi piega sul secchio
perdendo la testa allorquando
capisce che è lui il condannato

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fragile un ramo si dibatte al vento
con un sibilo acuto frusta i timpani
è l’anima che assorda dentro avvinta
stenta a tornare alla terra ma è tempo

*

non d’erba pare ma d’umana effigie
il giunco curvo a terra che sospira

 

FEDERICO SCARAMUCCIA è nato a La Spezia nel 1973, ma è vissuto per lo più a Chiavari. Si è laureato in Lettere all’Università di Genova con una tesi sulla sestina novecentesca italiana e ha conseguito il Dottorato di Ricerca Internazionale in Italianistica presso l’Università di Firenze, presentando e discutendo l’edizione critica delle Rime di Gaspara Stampa. Dopo essersi formato professionalmente nelle scuole medie dell’hinterland milanese, si è infine trasferito a Roma, dove attualmente vive e ancora lavora come insegnante. Oltre ad aver sperimentato più volte il “plurale” (ad esempio, con Trilorgìa, Zona, 2006 e Sconcerto Triplo, Polìmata, 2009), in versi ha pubblicato Ninfuga (Ogopogo, 2008), Incanto (Onyx, 2010) e Come una lacrima (d’if, 2011).